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Collaboriamo con Putin, ma a delle condizioni

Piuttosto che fare patti con al Nusra allora mi parrebbe assai più sensato trattare con Putin, cercando una geometria per un accordo tattico

13 Ottobre 2015 alle 10:30

Collaboriamo con Putin, ma a delle condizioni

Il presidente russo Vladimir Putin lo scorso due ottobre a Parigi (foto LaPresse)

Vorrei fare una premessa: la situazione in Siria, sul terreno e dal punto di vista strategico, è molto complessa, negli ultimi tre anni e mezzo sono state prese decisioni che sono andate quasi tutte nella direzione sbagliata, quindi ora fornire risposte nette su cosa fare in Siria significa non rendersi conto della complessità che ci troviamo ad affrontare. Detto questo, Putin rappresenta un fattore nuovo e importantissimo nell’evoluzione della crisi siriana. Una contrapposizione decisa con la Russia a questo punto non è opportuna. Lo sanno perfettamente anche gli americani, nonostante le dichiarazioni ufficiali. Semmai è più rilevante capire fino a dove vuole arrivare Putin e come vuole arrivarci. Se la Russia opera da sola in Siria, rischia di diventare un problema, mentre dentro a un’impostazione negoziata sul piano internazionale l’intervento russo potrebbe rappresentare un’opportunità. Anche perché non è possibile continuare nell’immobilismo in cui lo Stato islamico si rafforza e alcune delle proposte di strategia francamente lasciano perplessi.

 

Fa una certa impressione sentire il generale David Petraeus che suggerisce un’ipotesi di negoziato con Jabhat al Nusra, convinto che si possa trattare un gruppo a tutti gli effetti identificabile con al Qaida alla stregua delle tribù sunnite che si “risvegliarono” nell’Anbar iracheno dopo il surge del 2006. Uno schema che ha funzionato una volta da un’altra parte non è detto che possa essere replicabile qui in un contesto totalmente diverso. E al Qaida è pur sempre il gruppo che ha tirato giù le torri gemelle a New York. Non solo. Il rapporto tra Jabhat al Nusra e lo Stato islamico continua a non essere chiaro: è evidente che in una serie di situazioni si fanno la guerra, ma è stato dimostrato che accade di continuo che gruppi di al Nusra disertino per passare con gli uomini di al Baghdadi. Piuttosto che fare patti con al Nusra allora mi parrebbe assai più sensato trattare con Putin, cercando una geometria per un accordo tattico, con una prospettiva di tempo definita e relativamente breve, che comprenda non soltanto una collaborazione limitata militare laddove è possibile, ma soprattutto un progetto politico per Damasco alternativo ad Assad.

 

Questo non significa certo immaginare un’alleanza con la Russia senza condizioni: sarebbe inaccettabile. Ma, in presenza di regole condivise, obiettivi specifici, un percorso di transizione politica negoziato e un coordinamento “military-to-military” allora l’interazione con i russi diventa auspicabile. Per questo il ruolo degli altri paesi, compresa l’Italia, è determinante. Si tratta di impegnarsi in modo che tutte le ambiguità e i doppi giochi che hanno fatto la parte del leone in questi anni nella vicenda siriana, soprattutto da parte dei vari attori regionali, possano essere risolte. Un intervento di terra invece oggi sarebbe pericolosissimo, si potrà forse parlare di un intervento di interposizione più avanti, quando il campo di guerra sarà infine più comprensibile e accessibile.

 

 

Monica Maggioni è

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