cerca

Poi anche il Messico riformatore lanciò l’austerità permanente

Il presidente Peña Nieto dice che lo stato deve stringere “el cinturón” per favorire la crescita. Tagli e petrolio

4 Settembre 2015 alle 06:18

Poi anche il Messico riformatore lanciò l’austerità permanente

Il presidente messicano Enrique Peña Nieto durante il suo discorso alla nazione (foto LaPresse)

Roma. Poco prima del discorso alla nazione di mercoledì sera, evento annuale e solenne ispirato al modello americano, il presidente del Messico Enrique Peña Nieto ha deciso di fare dal suo ufficio nel Palazzo nazionale di Città del Messico un video su Periscope, piattaforma di streaming live di gran moda. Nel video (girato in verticale, peccato capitale per ogni operatore cinematografico), il presidente tiene in mano la fascia tricolore che sta per appuntarsi sul petto, simbolo marziale della sua carica. Ringrazia i cittadini, poi appoggia la fascia sulla scrivania. Ma quella scivola per terra, e Peña riesce a bloccarla appena in tempo con una manata sgraziata sul tavolo.

 

Il video si è diffuso velocissimo su internet, è diventato il bersaglio preferito della satira, e per i molti che lo hanno ripreso un simbolo di come stanno andando le cose: ecco, guardate il presidente che si fa sfuggire di mano la nazione. Di queste piccole metafore i messicani, inclini al fatalismo, si nutrono con gusto. Ad agosto, per esempio, accusarono Peña Nieto di aver corso una maratona di beneficenza di 10 chilometri con i calzini infilati al contrario, come sembrava da alcune foto. Non era vero, ma anche in quel caso fioccarono le metafore sul presidente che vorrebbe far correre l’economia del paese ma non sa nemmeno infilarsi un paio di calze sportive. C’è pessimismo, in Messico, perché l’economia non sta crescendo come dovrebbe e la congiuntura economica internazionale è la peggiore da molti anni a questa parte.

 

Ma Peña Nieto, che è alla metà esatta del suo mandato e ha appena passato l’anno più terribile di tutta la sua carriera, non crede ai simboli. Ha obiettivi troppo ambiziosi per lasciarseli sfuggire, e una strategia forte per superare il momento di crisi. Così, durante il discorso di mercoledì, Peña ha trasformato in mantra una parola che non si sente pronunciare  tanto spesso in America Latina: austerità. E come in Regno Unito e Spagna, l’impressione è che il presidente messicano abbia deciso di fare dell’austerity permanente la cifra della sua politica economica. Davanti alla crisi, per molti governanti latinoamericani la soluzione spesso cade nel campo della tassazione, quando non della finanza creativa. Peña Nieto, invece, ha detto che è ora che lo stato, e non i cittadini, inizi a stringere la cinghia (“toca al gobierno apretarse el cinturón”, ha detto il presidente per ben due volte durante il discorso).

 

“Il Messico oggi affronta una situazione di sfiducia all’interno e di incertezza all’esterno”, ha detto. Ma “né la demagogia né il populismo sono opzioni reali, non ci sono soluzioni magiche”, ha aggiunto, annunciando “strette misure di austerità” nell’ambito della burocrazia statale e della Pubblica amministrazione e promettendo di non alzare le tasse. Peña non ha fatto numeri, per questo arriverà la Finanziaria dei prossimi mesi, ma all’austerity ha collegato dieci nuove misure in campo giudiziario, economico e dell’istruzione per rinforzare la crescita. Pochi altri leader del continente hanno mai abbracciato la politica dell’austerity permanente con tanta chiarezza, e anche il richiamo ai pericoli del populismo, antico peccato latinoamericano, è un segnale di risolutezza – e del gran bisogno di dare una scossa all’economia.

 

Nei suoi primi tre anni di governo Peña Nieto ha messo in campo una serie di riforme strutturali in materia di economia, concorrenza e innovazione tanto notevole che nel 2013 il Financial Times esortò i governanti europei, soprattutto l’italiano Matteo Renzi, a prendere esempio dal collega messicano. L’effetto delle riforme, tuttavia, fatica a farsi sentire (gli analisti dicono che ormai ne godrà il prossimo presidente), e la congiuntura internazionale sta colpendo il Messico duramente. Il paese ha patito la diminuzione della domanda dall’Asia in seguito al rallentamento dell’economia cinese, e il crollo del peso messicano, se pure simile a quello delle altre valute dei paesi emergenti, ha reso le importazioni dai vicini Stati Uniti particolarmente gravose. Il crollo del prezzo del petrolio, inoltre, ha neutralizzato una delle riforme più importanti, la liberalizzazione del mercato energetico paralizzato da 70 anni di monopolio statale: a luglio sono iniziate le aste per le esplorazioni dei giacimenti offshore, ma dei 14 posti disponibili soltanto due sono stati aggiudicati, con una perdita eclatante per le casse dello stato e per le previsioni di crescita del pil, che poche settimane fa la Banca centrale ha previsto al ribasso, tra l’1,7 e il 2,5 per cento. Il presidente stesso ha inoltre riconosciuto un aumento del numero dei poveri.

 

Il paese continua a crescere, e questo è già un segnale positivo visto che gli altri giganti del continente, Argentina Brasile e Venezuela, sono piombati nella recessione. La diligenza fiscale del governo, inoltre, ha consentito di mantenere l’inflazione ai minimi (2,7 per cento), e i posti di lavoro sono in aumento. Ma la crescita del 5 per cento promessa da Peña all’inizio del suo mandato, quando tratteggiava i contorni del “momento del Messico”, lo slogan dei primi tempi, sembra lontana, e il suo tasso di gradimento è ai minimi, il 44 per cento, cifra che farebbe sognare un leader europeo ma che in Messico è un dato deludente.

 

La fuga del Chapo e la “casa blanca”

 

Alla difficoltà economica si è accompagnata quella politica, con il ritorno della violenza del narcotraffico (gli omicidi sono diminuiti nettamente dal 2012, ma cresciuti rispetto al 2014, e pesa il caso dei 43 studenti uccisi a Iguala), culminato nell’umiliazione nazionale dell’evasione, la seconda, di Joaquín “el Chapo” Guzmán, il narcos più potente del mondo, da un carcere di massima sicurezza. La fiducia nel presidente è stata anche minata dagli scandali personali, come quello della “casa blanca”, la villa di lusso della first lady costruita da un imprenditore vicino al presidente e vincitore di molti contratti pubblici (si è poi scoperto che la stessa azienda aveva costruito residenze anche per Peña e per il suo ministro dell’Economia). Ad agosto Peña Nieto è stato sollevato dalle accuse, ma ha ugualmente chiesto scusa per l’inquietudine che l’indagine ha suscitato.

 

[**Video_box_2**]Il rilancio ha bisogno di iniziative importanti, e Peña Nieto ha aggiunto alle sue parole d’ordine di sempre, crescita e riforme, anche l’ingrediente segreto delle storie di maggior successo economico degli ultimi anni, da Londra a Madrid: l’austerità.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi