L’Iran non è l’Iowa

Non si può sostenere un deal che non previene l’atomica e non salva il popolo iraniano, scrive Wieseltier.

29 Luglio 2015 alle 10:27

L’Iran non è l’Iowa

Una protesta a New York contro il deal iraniano (foto LaPresse)

Il Congresso americano sta valutando l’accordo che la Casa Bianca ha siglato con il regime iraniano sul programma nucleare, ma tra calcoli sterili sulle tonnellate di uranio conservate nei siti atomici e urla scomposte di politici a caccia di visibilità nazionale, per ora Barack Obama ha gioco facile nel gettare tutti gli oppositori nel calderone degli irresponsabili: l’alternativa era la guerra, chi può preferirla a una soluzione diplomatica? Ma la retorica obamiana non può cavarsela facilmente di fronte alle questioni poste, in un articolo perfetto, da Leon Wieseltier sull’Atlantic. Wieseltier è uno degli intellettuali più raffinati d’America, per trent’anni responsabile della cultura al New Republic (fuoriuscito dopo lo scontro con l’editore-bambino Chris Hughes), un falco liberal di quelli che ormai sembrano estinti. Parte da una dichiarazione rilasciata da Ben Rhodes, “uno che negli anni ha aperto nuovi orizzonti alla maestosità degli apologeti di Obama”, in cui spiegava che il presidente americano ha espresso più volte “la volontà di uscire dal solco della storia”.

 

La disruption tanto di moda applicata alla politica estera, scrive Wieseltier, può esistere, ma se si rinuncia alla continuità per l’innovazione non si può farlo soltanto in nome di “una brama di cambiamento”. Quel solco, nel caso dell’Iran, “non è il frutto del caso, o dell’inerzia della storia o della mancanza di immaginazione diplomatica, ma di una scelta precisa”: gli iraniani hanno scelto di perseguire un fiero antiamericanismo, gli americani hanno deciso di opporsi alla tirannia e al terrore che la Repubblica islamica rappresentava e diffondeva. “Il rapporto da antagonisti tra l’America e il regime di Teheran era dettato dal fatto che eravamo davvero avversari. Quale democratico, quale pluralista, quale liberal, quale conservatore, quale credente, quale non credente vorrebbe questo Iran come amico?”. Quando si parla di un paese non libero, si può parlare del regime e si può parlare del popolo, “ma non ci si può riferire a entrambi contemporaneamente, perché non stanno dalla stessa parte”.

 

[**Video_box_2**]Wieseltier in questo passaggio è imbattibile: Obama ama pensare che sta parlando al popolo iraniano – “dite la vostra sul futuro che immaginate!”, ha detto il presidente in un messaggio di Nowruz, il capodanno persiano; “dite la vostra!, cosa pensa, che l’Iran sia l’Iowa?”, ribatte Wieseltier – ma in realtà legittima un regime che ha lasciato nel sangue il suo popolo ogni volta che ha provato a dire la sua. Ecco che l’intellettuale dice: l’accordo non si può sostenere perché “non impedisce all’Iran di acquisire armi nucleari”, trasla solo nel tempo il momento in cui questo avverrà, “quindi è un accordo che non risolve il problema per cui era stato pensato”. Ma ancor più importante, oggi che s’è deciso di parlare con il nemico, è trattare l’Iran come un nemico, perché la natura del regime non è cambiata, né cambierà senza le pressioni americane, senza “l’espressione, a parole e nei fatti, della nostra implacabile ostilità contro la guerra che il regime iraniano fa al suo popolo”. L’accordo, che non risolve la questione nucleare, rafforza – ed è questo per Wieseltier il danno morale incurabile – la lotta feroce di Teheran contro la dissidenza e la libertà. Obama dice che “soltanto il tempo ci dirà”, ma dimenandoci senza mai combattere, il solco realista della storia resterà una pena.

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