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L'Ecuador non fa la Grecia e continua nel suo populismo dollarizzato

Il presidente Correa difende l'utilizzo del dollaro come moneta corrente: “Lo dico una volta ancora, finché resterò presidente si manterrà la dollarizzazione ad ogni costo. Uscirne, sarebbe un’ecatombe”.

29 Giugno 2015 alle 19:30

L'Ecuador non fa la Grecia e continua nel suo populismo dollarizzato

Il presidente dell'Ecuador Rafael Correa (foto LaPresse)

Un populismo dollarizzato? Sembra una contraddizione, eppure esiste. In Ecuador. Nelle scorse settimane si sono susseguite nel paese manifestazioni di protesta – l’ultima, giovedì 25 giugno, ha visto scendere in piazza a Guayaquil 375.000 persone – contro proposta di introdurre due nuove imposte sulle successioni e sulle plusvalenze: al grido di “Correa Fuera”, i manifestanti hanno accusato, inoltre, l’autoritarismo del Presidente per denunciare la minaccia di una chavizzazione del Paese: “L’Ecuador non è il Venezuela!”, gridavano in piazza, nonostante queste mobilitazioni inizino a prospettare invece un quadro venezuelano, di un braccio di ferro permanente in cui né il governo né l’opposizione riescono a prevalere. Ma più che il Venezuela è alla Grecia che l’Equador dovrebbe guardare. Mentre Alexis Tsipras, il capo di governo più a sinistra dell’Unione Europea – e che qualcuno ha presentato come un possibile Chávez mediterraneo – ha appena rotto con l’Eurogruppo e indetto un referendum per decidere il mantenimento della Grecia nell’euro, Rafael Correa, presidente dello stato sudamericano difende l’utilizzo del dollaro americano come moneta corrente: “Lo dico una volta ancora, finché resterò presidente si manterrà la dollarizzazione ad ogni costo. Uscirne, sarebbe un’ecatombe”.

 

Come lo stato ellenico anche l’Ecuador è un paese che ha un governo presentato come radicale di sinistra, ma al contrario loro le scelte monetarie sembrano essere opposte: ancorato alla dollarizzazione che il presidente Jamil Mahud adottò il 9 gennaio 2000. Lo stesso Mahuad 12 giorni dopo fu costretto alle dimissioni da una rivolta popolare proprio per questa decisione: al suo posto si insediò Rafael Correa il 15 gennaio 2007, leader di una Rivoluzione Cittadina, onda lunga di quella protesta. Il presidente pur portando avanti il suo antiamericanismo, sia cacciando gli americani dalla base di Manta; sia dando asilo ad Assange nell’ambasciata ecuadoriana di Londra, non ha mai messo in discussione la scelta del predecessore. E adesso, oltre a accusare i manifestanti di tramare un golpe, li avverte anche che un effetto dell’instabilità potrebbe essere proprio quello di mettere a repentaglio la dollarizzazione.

 

“Chicago Boy di sinistra” per sua autodefinizione, il presidente dell’Ecuador è un leader politico che viene abitualmente considerato immagine del populismo sudamericano, che si riconosce nella corrente del “socialismo del XXI secolo”, e che per un po’ è stato considerato anche il più accreditato aspirante all’eredità di Hugo Chávez nella leadership della sinistra radicale latino-americana. Leader però atipico, certamente di sinistra, ma allo stesso tempo cattolico ed ex boy-scout. Come cattolico si è opposto sia all’aborto che ai programmi di controllo delle nascite non basati sulla continenza. E poi è un economista e, a differenza del Venezuela chavista e a somiglianza della Bolivia di Evo Morales, ha offerto per diversi anni un modello economico di successo, con tassi di crescita del Pil che sono balzati dal 3,5 per cento del 2010 addirittura al 7,9 per cento nel 2011, aggiustandosi sul 5,2 nel 2012 e sul 4,6 nel 2013.

 

[**Video_box_2**]La minor crescita degli ultimi due anni – 3,4 per cento nel 2014, e 3 per cento in questo inizio 2015 – stanno però provocando problemi alla tenuta del suo governo. Era stato lo stesso Correa nel suo discorso di inizio anno ad avvertire che il calo dei prezzi del petrolio avrebbe provocato conseguenze negative: l’Ecuador è il più piccolo dei membri dell’Opec, ma il petrolio rappresenta in ogni caso il 20 per cento delle entrate pubbliche e il 96 per cento dell’export.

 

Aver preannunciato la crisi non ha evitato l’erosione del consenso di cui finora la Rivoluzione Cittadina ha goduto. Le minori risorse petrolifere e l’impossibilità di stampare moneta per via della dollarizzazione ha portato il governo a tentare una riforma fiscale che ha creato non poche contestazioni. Alla testa delle marce si sono messi gli stessi sindaci delle due città più importanti, Jaime Nebot a Guayaquil e Mauricio Rodas nella capitale Quito. Correa ha acconsentito a sospendere le due imposte contestate, ma l’opposizione ne chiede il ritiro definitivo e lo accusa di voler far saltare la dollarizzazione.

 

La lotta dialettica tra maggioranza e opposizione continua, Correa continua a difendere l’utilizzo del dollaro e prova a portare a termine le riforme, anche se tutto probabilmente verrà congelato: dal 5 all’8 luglio, infatti, arriva in Ecuador Papa Francesco e in molti ritengono che l’opposizione si muova anche per evitare che il governo utilizzi la visita papale per la propria agenda propagandistica.

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