Le due guerre dell'Italia

Cosa bisogna capire della doppia lezione populista di Spagna e Polonia e cosa bisogna fare per non perdere terreno con lo Stato islamico. L’accordo necessario con Putin e il caso Francia. Intervista al ministro Gentiloni

27 Maggio 2015 alle 06:11

Le due guerre dell'Italia

Federica Mogherini e Paolo Gentiloni (foto LaPresse)

Roma. La Spagna si butta verso il populismo indignado di Podemos, la Polonia elegge presidente un ultranazionalista come Andrzej Duda, che odia Bruxelles forse più di quanto già non odia Mosca, la Grecia è sull’orlo dell’uscita dalla moneta unica, la Gran Bretagna progetta l’uscita dall’Unione europea. Il populismo si sta mangiando il progetto europeo e andrà avanti fino a causarne il disfacimento? E cosa sta succedendo al sistema del bipolarismo, il buon vecchio “conservatori contro progressisti e vinca il migliore”, non funziona più? Non riesce a rappresentare gli europei infuriati? Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, dice al Foglio che “Spagna e Polonia sono storie tra loro molto diverse, anche se viene facile accomunarle contro un bersaglio comune che è l’Europa. In realtà, se entriamo nel dettaglio, il tema europeo non è stato così cruciale nel corso della recente campagna elettorale inglese, e in Spagna Podemos non ha una posizione rigidamente anti Unione. Il risultato più sorprendente è stato quello polacco, nel senso che viene da un paese che ha alle spalle una straordinaria performance economica che in gran parte è stata favorita dal più alto livello di fondi europei nella storia dell’Unione. Però non c’è dubbio che tutto messo assieme, il risultato spagnolo, il risultato polacco, i rischi cosiddetti di Brexit (l’uscita del Regno unito dall’Unione europea), e di Grexit (l’uscita della Grecia dall’euro), tutto concorre a creare una preoccupante emergenza europea”.

 

Stato di emergenza dunque, per reagire ai segnali di insofferenza (eufemismo) che arrivano da ogni parte, e però Gentiloni dice che c’è da stare attenti a non prendere i sintomi, Podemos, i polacchi e il resto, per la malattia. “Se pensassimo che sono il problema, allora avremmo un’analisi non adeguata e di conseguenza una politica non adeguata. Il guaio non è la reazione populista di estrema destra oppure degli indignados. Il problema è se l’Europa è in grado di aggiustare le cose che non vanno. I populismi sono una reazione a come l’Ue si è comportata di fronte alla crisi economica. Molto male. Di fronte a una crisi che non aveva precedenti nel dopoguerra, ha risposto con la dittatura dei regolamenti invece che con la politica e le scelte”. La crisi economica non è ancora passata, se passerà: e in Europa siamo ancora bloccati in quello stato inerte di prima? “Direi che ci siamo lasciati alle spalle un decennio in cui, che si trattasse del debito greco o dell’accordo di associazione con l’Ucraina, c’era un manuale di regolamenti da applicare in automatico, senza troppo interrogarsi sulle conseguenze. Questa fase è stata superata. Ora c’è un metodo nuovo. Si torna alla politica, e il merito è anche dell’Italia”. E oltre al metodo, ci sono anche i risultati? “Sul piano dei risultati siamo ancora ai primissimi passi”.

 

In questi giorni il confronto più duro dentro l’Europa è sul piano per l’immigrazione. Ogni giorno il piano subisce un’aggressione dai paesi che tentano di smontarne una parte.

 

“Il piano della Commissione è buono – dice il ministro – Chi pensa però che, per il fatto di essere buono, il piano porterà a un arresto dei flussi migratori, vive su un altro pianeta. Chi invece vive nei paesi del Mediterraneo sa che i flussi migratori ci accompagneranno nei prossimi anni e che si dovrà gestirli, regolarli, condividerne il peso nell’accoglienza, intervenire nei paesi d’origine. Il piano della Commissione è buono perché fa passare un principio di condivisione – mi riferisco all’agenda presentata il 14 maggio – moltiplica le risorse sia pure in modo ancora insufficiente, traduce in proposte molte delle nostre richieste”.
Eppure ora si parla di regole più restrittive, per questo piano europeo: la ripartizione degli immigrati secondo le quote sarà applicata soltanto agli immigrati che arriveranno in futuro (quindi da fine giugno) e non a quelli che sono già sbarcati (l’Italia ne ha novantamila); inoltre, saranno presi in considerazione non tutti gli immigrati, ma soltanto i cosiddetti aventi diritto alla protezione internazionale, in pratica in questo momento soltanto eritrei e siriani. “La relocation dei prossimi arrivi non è una novità, era contenuta nel piano originale, e il fatto che la relocation riguardi i titolari di diritto alla protezione internazionale e non i migranti irregolari in genere anche questo era nella proposta della Commissione, che tutti abbiamo giudicato positiva. Il punto di scontro tuttavia c’è eccome: attorno a quella proposta s’è aperta una polemica da parte di alcuni stati membri e l’esito è tutt’altro che scontato. Insomma, io mi aspetto che la Commissione che si riunisce oggi traduca la sua agenda in proposta legislativa, che stabilisca il numero di aventi diritto all’asilo da ridistribuire – dovrebbe essere di quarantamila – e che non si facciano passi indietro. Sappiamo che ci sono paesi come Francia e Spagna che avanzano delle riserve”.

 

Deluso dalla Francia? Si può parlare di un voltafaccia? “No, no, io non parlo né di delusioni, né di voltafaccia, né di illusioni. Come è noto, il nodo verrà sciolto dal Consiglio dei ministri dell’Interno del 15 giugno. Abbiamo una ventina di giorni per lavorare, ricordando a tutti che l’impegno per condividere l’emergenza immigrazione è stato un impegno preso solennemente dai capi di stato e di governo dopo un naufragio disastroso al largo delle coste libiche”.

 

[**Video_box_2**]Ieri il sito Wikileaks ha messo su internet due protocolli riservati dell’Unione europea che “svelano la strategia della missione in Libia”. I due documenti sono stati presentati come la prova che l’Italia sta per cominciare un intervento militare sull’altra sponda. “No, non c’è alcun intervento militare – dice Gentiloni. Tutto abbiamo in mente tranne che interventi militari in Libia. Piuttosto, c’è una discussione per una risoluzione delle Nazioni Unite che autorizzi azioni mirate contro gli scafisti, ne parlerò al ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, che vedrò a Mosca la prossima settimana”. Con Lavrov si parlerà anche di un possibile ruolo della Russia nella Coalizione allargata dei paesi che stanno combattendo contro lo Stato islamico? “Credo che sia senz’altro nell’interesse nostro, intendo occidentale, e nell’interesse della Russia, avere un terreno di iniziativa comune contro il terrorismo. Ci sono diversi dossier su cui già collaboriamo con Mosca – o possiamo collaborare – dal nucleare iraniano alla Siria, passando per la Libia. Tra l’altro l’incontro con il ministro Lavrov è alla vigilia del vertice di Parigi del 2 giugno, in cui si farà il punto sulla strategia comune contro Daesh”, dice Gentiloni, che per parlare di Stato islamico usa l’acronimo arabo (che quelli dello Stato islamico detestano, per l’assonanza con il verbo arabo che significa “schiacciare sotto i piedi”). E i rumors di un piano d’intervento militare dei paesi arabi in Libia, in cui è previsto un ruolo anche per l’Italia? “Facendo il ministro degli Esteri tutto posso fare tranne che commentare dei rumors”.

 

Se il 2 giugno si farà il punto della guerra contro lo Stato islamico, allora si faranno i conti con una verità evidente: le cose non vanno per nulla bene, è caduta Ramadi, è caduta Palmira. “Siamo passati attraverso una fase di eccessivo ottimismo, per risultati molto importanti ottenuti sul terreno soprattutto in Iraq. Adesso eviterei un errore opposto, e cioè passare a una valutazione eccessivamente pessimistica. La verità è che Daesh non può essere sottovalutato. Per l’Iraq, non c’è alternativa al rilancio dell’impostazione che la Coalizione ha avuto fin dall’inizio, anche se capisco che si possa ritenerla incrinata. Tradotto in pratica, vuol dire che il governo di Baghdad non può rifiutare il contributo delle milizie sciite, deve puntare a rafforzare il contributo delle comunità sunnite e avere buoni rapporti con il governo regionale curdo”.

 

Ma si può andare avanti così, senza un intervento americano sul terreno? “Sinceramente non ho nessuna nostalgia dell’interventismo americano. Oggi c’è chi butta la croce addosso alla riluttanza di Obama e chi demonizza l’attivismo di Teheran. Ma all’origine della situazione – oltre che processi storici di cui parleremo in un libro, non in un’intervista – c’è l’intervento deciso all’epoca da George W. Bush, il modo in cui si è sviluppato e il modo in cui si è concluso nel 2003, con lo scioglimento dell’esercito iracheno, la messa fuorilegge del partito Baath eccetera. Stiamo ancora facendo i conti con gli errori che sono stati compiuti”.

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