Che fa l’Italia contro Baghdadi?

Il vergognoso comportamento dell’esercito iracheno e l’appoggio che le tribù sunnite dell’Anbar continuano a garantire allo Stato islamico (Is) in Iraq hanno aperto le porte di Ramadi alle milizie del Califfato.

26 Maggio 2015 alle 10:38

Che fa l’Italia contro Baghdadi?

Soldati dell’esercito iracheno lanciano un colpo di mortaio contro lo Stato islamico nei pressi di Falluja (foto LaPresse)

Il vergognoso comportamento dell’esercito iracheno e l’appoggio che le tribù sunnite dell’Anbar continuano a garantire allo Stato islamico (Is) in Iraq hanno aperto le porte di Ramadi alle milizie del Califfato. Su questi due elementi deve focalizzarsi l’elaborazione di una nuova strategia di contrapposizione della coalizione. Le questioni sono legate, e per tutto l’anno trascorso dalla caduta di Mosul, il nuovo governo di Baghdad ha continuato la stessa politica settaria nei confronti delle tribù sunnite che le ha portate alla alleanza col Califfato. Questa politica settaria anti sunnita è stata per di più codificata nel sangue con le modalità feroci con cui le milizie sciite hanno gestito a marzo la riconquista di Tikrit. Tra queste due battaglie c’è un legame evidente: dopo avere visto quanto fatto ai danni della popolazione civile sunnita di Tikrit, la maggioranza delle tribù sunnite di Ramadi e dell’Anbar  ha rinsaldato l’alleanza con Abu Bakr al Baghdadi.

 

In termini provocatori si può dire che la lezione di Tikrit e Ramadi è semplice: allearsi con la Gestapo per sconfiggere le Ss è peggio che un crimine, è un errore. Ma proprio questo è quanto la coalizione guidata da Barack Obama, e di cui fa parte l’Italia, ha fatto e sta facendo in Iraq per fermare l’avanzata delle milizie dell’Is. Il disastro è che questa strategia non è stata scelta,  men che meno dal governo italiano, ma è stata applicata dagli Stati Uniti casualmente, a rimorchio di avvenimenti non controllati.

 

I fatti: il 5 marzo il Foglio pubblicò un allarme accorato al governo italiano perché il premier curdo Nechirvan Barzani, in visita a Roma, aveva espresso al ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, la sua preoccupazione per il modo con cui il governo di Baghdad si accingeva a conquistare Tikrit.  Un dispiegamento militare divisivo, imperniato su una visione settaria e violentemente anti sunnita, basato sullo sfondamento delle milizie sciite di Moqtada al Sadr, coadiuvate da Pasdaran iraniani in veste di “consiglieri” sotto il comando del generale iraniano Qassem Suleimaini. Il tutto con una speccie di “silenzio-assenso” da parte del governo americano che, dopo un primo diniego, dopo aver dichiarato di non essere stato neanche informato dell’offensiva (è agli atti!), ha fornito copiosa assistenza aerea ai miliziani sciiti. La dinamica di quella battaglia ha superato in peggio le preoccupazioni del governo del Kurdistan. Passati 20 giorni, questi sono stati i commenti sulle atrocità commesse dall’esercito iracheno e dalle milizie sciite nella riconquista di Tikrit: Massour Barzani, capo dei servizi segreti del Kurdistan iracheno: “Le milizie sciite sono un pericolo maggiore dello Stato islamico”. Al Tayeb, Grande Imam di al Azhar, ha emesso un lungo, inequivocabile, comunicato ufficiale della più alta istituzione religiosa sunnita  che ha creato un caso diplomatico tra Baghdad e il Cairo: “Al Azhar esprime le sue preoccupazioni per le decapitazioni e le aggressioni contro pacifici cittadini iracheni, del tutto estranei allo Stato Islamico, commesse dalle milizie sciite alleate con l’esercito iracheno a Tikrit e nell’Anbar. Queste  milizie hanno bruciato moschee sunnite e ucciso donne e bambini sunniti. Condanniamo fermamente i crimini barbari che le milizie sciite commettono nelle zone sunnite che le forze irachene hanno iniziato a controllare. Invitiamo le organizzazioni umanitarie internazionali per la difesa dei diritti umani a intervenire immediatamente per fermare questi massacri”. Ma La posizione più pesante e ragionata circa la follia dell’Amministrazione Obama di diventare complice dell’ennesima atrocità sciita-iraniana nell’Anbar è venuta dall’unico leader militare che nel 2006 (col voto contrario dell’allora senatore Obama) ha saputo battere al Qaida in Iraq e costringere lo stesso Abu Bakr al Baghdadi a fuggire, sconfitto, in Siria: il generale David Petraeus. “Le milizie sciite e l’Iran che le sostiene e perfino le guida rappresentano a lungo termine per l’Iraq e per gli equilibri regionali una minaccia più grave dell’Is. E’ una Cernobyl geopolitica che continuerà a diffondere instabilità radioattiva e ideologia estremista nell’intera regione fino a che non sarà bloccata. E’ una minaccia che deve essere affrontata immediatamente e gli Stati Uniti devono fare di più. Lo sforzo avviato solleva domande legittime sulla sufficienza di dimensioni, obiettivi, velocità e risorse. Il regime iraniano non è nostro alleato in medio oriente: è parte del problema, non la soluzione. Più gli iraniani sembrano dominare la regione, più si infiammerà il radicalismo sunnita e alimenterà l’ascesa di gruppi come l’Is. Contro l’Is è necessario coinvolgere le forze sunnite che possono essere considerate come liberatori, non conquistatori. Per sconfiggere l’Is poi, non è solo necessario farlo sul campo di battaglia, ma simultaneamente, attraverso una nuova riconciliazione politica con i sunniti che devono tornare a contare. Devono sentire che hanno una responsabilità nel successo dell’Iraq, piuttosto che nel suo fallimento. Il nostro ritiro ha contribuito alla percezione che gli Stati Uniti lasciassero il medio oriente… la percezione nella regione negli ultimi anni è che gli Stati Uniti stiano scomparendo e i nostri nemici prendendo piede”.

 

Le parole di Petraeus hanno preceduto di poche settimane lo schiaffo menato (esattamente per queste ragioni) dal re Salman dell’Arabia Saudita e da altri emirati del Golfo che hanno deciso di rifiutare l’invito personale di Obama di recarsi a Washington per discutere della situazione irachena e yemenita. Di fatto, l’incrinatura formale, forse insanabile, di un’alleanza strategica che ha garantito per 70 anni la sostanziale stabilità del medio oriente.

 

Passati due mesi dalla sanguinaria riconquista di Tikrit, dopo la sconfitta subita dall’esercito iracheno nella strategica Ramadi, capitale dell’Anbar sunnita, gli Stati Uniti si accingono a ripetere quello schema. Non sapendo cosa fare, stanno fornendo copertura aerea alle milizie sciite Hashed al Saabi di Moqtada Sadr (le stesse di Tikrit), che sono le uniche che si sono mosse per contrastare l’avanzata su Baghdad delle milizie califfali (non senza attriti feroci con le milizie sciite del partito Sciri). Come si vede, il  paragone volutamente provocatorio dell’alleanza con la Gestapo per sconfiggere le Ss non è inappropriato e impone al governo italiano di fare chiarezza e di esprimere una sua posizione, in occasione della riunione dei ministri degli Esteri della coalizione anti Califfato che si terrà a Ginevra il 2 giugno.

 

Sappiamo bene che Paolo Gentiloni ha recepito con preoccupazione e in un certo senso ha fatto sue le critiche alla scelta di dispiegare le milizie sciite irachene e i pasdaran contro le milizie califfali a Tikrit. Sappiamo che con discrezione le ha avanzate nelle sedi internazionali appropriate. Sappiamo che il governo Renzi – con modalità adeguate – ha comunicato all’Arabia Saudita e ai paesi del blocco sunnita che condivide l’allarme circa il ruolo dell’Iran (quindi delle milizie sciite oltranziste) in Iraq, Siria e Yemen. Sappiamo infine che il governo italiano, nel caso si arrivasse a un conflitto insanabile tra il “blocco sunnita” e l’Iran e le sue molteplici propaggini in attacco in tutto il medio oriente (Iraq, Yemen, Libano e Siria), ha stabilito che i nostri interessi nazionali, non solo energetici, ci porterebbero a scegliere il campo sunnita.

 

Su questi punti cruciali, abbiamo nostre fonti ufficiose dirette e qualificate. Ma crediamo sia utile dare alcuni consigli – non richiesti – circa la posizione che il governo italiano può e deve avanzare nella riunione di Ginevra che dovrà affrontare il tema drammatico di un cambio della strategia della coalizione che a oggi si è rivelata  fallimentare in Iraq (e in Siria). Il primo consiglio è ovvio: che Paolo Gentiloni legga a Ginevra parola per parola l’analisi del generale David Petraeus. Condividendola. Il secondo consiglio è che la posizione italiana sia coerente con quell’analisi: l’Italia avvisi gli alleati che sospenderà la sua partecipazione alla coalizione se si continuerà nell’ambiguità di una offensiva che di fatto sceglie – a posteriori, caoticamente – di fare perno sull’alleanza con l’Iran. L’Italia dovrebbe optare invece per una road map militare che mantenga l’alleanza e il sostegno alla componente sciita irachena in funzione solo difensiva e che affidi l’offensiva contro il Califfato a una coalizione che veda l’impegno diretto dei paesi della Lega araba, con supporto e impegno militare diretto sul terreno degli Stati Uniti, della coalizione e naturalmente dell’Italia stessa.

 

Il nodo politico fondamentale della riconquista dell’appoggio delle tribù sunnite dell’Anbar, del loro passaggio dall’alleanza col Califfato all’alleanza con Baghdad, può essere sciolto solo fornendo la più alta garanzia da parte delle nazioni arabe per una ragione poco chiara a Obama, come alla coalizione. Come spiegò nel 2009 alla Lega araba Abdel Razzaq al Suleiman, capo della potente tribù dei Dulaimi, in gioco non c’è solo la discriminazione, l’emarginazione dei sunniti e l’eterno, feroce conflitto religioso: “Gli arabi devono unire le loro forze per fermare l’influenza iraniana in Iraq che produce distruzione, uccisioni e espulsione dai nostri territori. Se l’Iraq, Allah non voglia, dovesse perdere la sua identità araba, l’Iran, che persegue proprio questo obbiettivo, si mangerebbe il Golfo dalla sera alla mattina”. In Iraq, dunque si combatte per offendere o difendere “l’identità araba” della Mesopotamia e del Golfo. Questo elemento è assente dalle analisi della coalizione che non riesce a vedere come il solo Abu Bakr al Baghdadi sia capace di proporsi come difensore degli arabi contro i persiani, conflitto millenario di quelle terre. Questo tema deve diventare il baricentro politico – quindi militare – delle nuova strategia della Coalizione.

 

Se questo percorso proposto dall’Italia non dovesse essere accettato dagli Stati Unit – come è più che probabile – si dovrà arrivare alla clamorosa sospensione del nostro paese dalla Coalizione. Gesto politico di rottura e di chiarezza. Rifiuto di continuare la complicità implicita con le atrocità delle milizie sciite e dei pasdaran in Iraq. Si tratterebbe di una sospensione tutta e solo politica, che nei fatti comporterebbe la continuazione del nostro sostegno militare, politico e finanziario al governo del Kurdistan iracheno e a quello della Giordania, pienamente affidabili sotto tutti i profili, ma in un ambito bilaterale.
Per essere più chiari ed evitare equivoci: riteniamo che il governo italiano possa e debba proporre una strategia alternativa a quella seguita sinora: che la coalizione riconosca piena e totale legittimità alle Forze armate irachene di dispiegare le milizie sciite di Moqtada al Sadr e di altre componenti sciite (comandate dai Pasdaran iraniani del generale Suleimaini) solo e unicamente a difesa di Baghdad e del centro-sud sciita dell’Iraq. Ma che chieda con forza che esse non vengano più impiegate nella controffensiva verso Ramadi o Mosul.

 

Questo comporta la definizione di un nuovo impegno militare diretto – anche italiano – e di un nuovo dispiegamento militare della coalizione che deve fare da muro difensivo contro l’avanzata delle milizie califfali. Innanzitutto a difesa di Baghdad. Questo dispiegamento non può che essere boots on the ground da parte di una coalizione a guida americana, che veda a nord la collaborazione aperta e contrattata delle forze armate della Turchia con i Peshmerga del Kurdistan iracheno (collaborazione possibile, visti gli ottimi rapporti tra di due governi) e, sul fronte di Ramadi, che veda la presenza di reparti della Lega araba, oltre che occidentali. Uno schema non dissimile da quello messo in atto da George Bush padre con Desert Storm nel 1990-91, difficile da costruire, ma possibile, col tempo, se il muro anti califfale viene frapposto subito.

 

Questa scelta non facile è irrinunciabile alla luce della terribile conferma venuta a Ramadi: il fallimento totale delle forze di terra di Baghdad. Celato per alcuni giorni (il Pentagono in un primo tempo ha addebitato la sconfitta “a una tempesta di sabbia”), questo disastro è stato denunciato alla Cnn il 24 maggio dal segretario alla Difesa americano, Ashton Carter, indignato: “L’esercito iracheno a Ramadi aveva forze ampiamente superiori a quelle dei jihadisti eppure non ha combattuto, si è semplicemente ritirato. Quello che è successo a quanto pare è che le forze irachene non hanno mostrato alcuna volontà di combattere… Abbiamo un problema con la volontà degli iracheni a combattere l’Is e a difendersi. Possiamo addestrarli, possiamo dare equipaggiamenti, ovviamente non possiamo fornire la voglia di combattere”. Questa valutazione certifica il fallimento del baricentro della strategia enunciata da Obama e dalla coalizione dopo la caduta di Mosul: affidare al solo esercito di Baghdad, addestrato e riarmato, il compito del contrasto sul terreno. Il responsabile della Difesa americana polverizza, ridicolizza addirittura, oggi le previsioni del generale John Allen che nel febbraio scorso assicurava che “entro le prossime settimane, comunque entro l’estate, l’esercito iracheno partirà alla riconquista di Mosul con le 12 brigate che stiamo addestrando”. Un cortocircuito, una politica militare basata sul wishful thinking che mai, neanche nei suoi momenti più buii, si è vista nella storia militare americana.

 

E’ chiaro che la nuova strategia che proponiamo, motivata dalla inaffidabilità dell’esercito iracheno e dal settarismo sanguinario delle milizie sciite, sarà avversata sia dal governo iracheno sia dalle milizie sciite sia dall’Iran. Ma, quanto al governo di Haydar al Abadi (che ha continuato la politica settaria di Nouri al Maliki), la coalizione ha un’arma formidabile di pressione e di “moral suasion”: il rifiuto di fornire nuove indispensabili armi e nuovi ancora più indispensabili appoggi militari, se non alle condizioni sopra esposte. Fornire miliardi di armamenti come è stato fatto sinora, sine conditione, e fornirne ancora di più e più moderni (in particolare i missili anticarro), come pare Obama abbia deciso di fare in questi giorni “a scatola chiusa”, non solo è politicamente sucida, ma rischia di fornire armamenti che cadranno nelle mani e nella disponibilità delle milizie califfali (come è successo sino a oggi, anche a Ramadi).

 

Quanto all’Iran, Obama ha voluto sinora mantenere una posizione ambigua, confusa, di fatto opportunista circa le sue aperte e strategiche imprese militari in Iraq, Siria e Yemen, per non interferire con le trattative sul nucleare. La Casa Bianca ha volutamente non ascoltato le tante voci di autorevoli esponenti di Teheran, non ultima quella del comandante generale dei pasdaran Ali Jaafari, che negli ultimi mesi hanno esaltato “i successi nell’esportazione della rivoluzione iraniana in Siria e Iraq” e che addirittura esaltavano “la rinascita del nuovo Impero Persiano Sassanide” (sic). Ma il rapido precipitare della Siria verso il caos di un drammatico “post Assad”, le sconfitte in Iraq e il marcire della guerra civile yemenita impongono che a Ginevra – o su altri tavoli – sia posta subito dagli Stati Uniti e dalla coalizione, con forza e chiarezza, come chiedono l’Arabia Saudita e tutti i paesi sunniti (in straordinaria simbiosi con Israele), la questione dell’interdipendenza di un accordo sul nucleare con la cessazione dell’espansionismo militare e “rivoluzionario” iraniano. Se questo non sarà fatto – e crediamo che Obama non lo farà – il disastro sin qui consumato sarà solo il primo tempo di una catastrofe epocale.

 

[**Video_box_2**]Infine, ma non per ultimo. E’ evidente, e sappiamo che Paolo Gentiloni è cosciente del fatto che quanto avviene in Mesopotamia, in Yemen e in Libia segnala una crisi drammatica del multilateralismo, cui è speculare il moltiplicarsi nel medio oriente e nel Mediterraneo di iniziative militari unilaterali e violente di molti paesi, non solo dell’Iran e delle sue propaggini (Hezbollah libanese e Houti yemeniti). Qatar, innanzitutto, ma anche Arabia Saudita, Egitto (in Libia), Emirati Arabi uniti e Turchia  dal 2011 inviano in molti paesi arabi in guerra commandos, armi, milizie, intelligence a combattere, complottare, acquisire  alleanze bilaterali.

 

Questo difficile quadro – e non è un paradosso – apre all’Italia e al nostro governo, che sin qui si è comportato con saggezza nella crisi libica, un grande spazio per una nuova politica estera e una nuova azione diplomatica. A condizione che si interrompa la pratica seguita dai governi che si sono succeduti dal 2011 al 2014, che si sono limitati ad accodarsi, con diligenza, ai riti multilaterali di Onu, Nato e Ue. Il pessimo esito della nostra richiesta di intervento multilaterale a fronte della emergenza del canale di Sicilia ha reso evidente che questa strada semplicemente, non dà frutti.

 

L’Italia, oggi, può invece porsi l’obbiettivo di esercitare una leadership nuova e originale su un contesto multilaterale allo sbando, per responsabilità equamente divise tra l’amletismo di Obama e l’assenza di una politica mediorientale di Inghilterra, Francia e Germania. Può farlo, a patto però che batta, per così dire e con tutto il garbo possibile, i pugni sul tavolo e pretenda dagli alleati, soprattutto dalla Casa Bianca, chiarezza di analisi e di proposte, minacci di ritirarsi da coalizioni senza strategia e quindi votate alla sconfitta.

 

P.S. Qualcuno può spiegare che senso ha continuare a mantenere un contingente Unifil in un Libano che da un momento all’altro sarà travolto dal caos siriano? La missione Onu del 2006, appoggiare l’esercito libanese nel disarmo di Hezbollah, è fallita. A fronte di un più che possibile precipitare della situazione interna libanese, già evidente nel nord del paese e nella Bekaa, il nostro contingente ha regole d’ingaggio riferite a una fase ormai preistorica. Che senso ha tutto questo? Perché non spostare il nostro contingente a difesa delle strategiche, e fragili, frontiere della fondamentale Giordania con l’Iraq?

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