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La falsa coscienza del drone

Le “operazioni cinetiche” dall’alto, remote e chirurgiche, si mostrano per quello che sono: espedienti dell’Amministrazione democratica per non dover usare la parola guerra.

25 Aprile 2015 alle 06:27

La falsa coscienza del drone

Un drone Predator americano

New York. Quando un drone armato uccide due ostaggi occidentali mentre cerca di colpire i loro fanatici carcerieri, improvvisamente i velivoli senza pilota penetrano nello spazio aereo della nostra coscienza. Le “operazioni cinetiche” dall’alto, remote e chirurgiche, si mostrano per quello che sono: espedienti dell’Amministrazione democratica per non dover usare la parola guerra, per illudersi e illudere che il terrorismo si possa combattere con aerei telecomandati dal Nevada, senza pilota dunque con rischi ridotti per chi dà l’ordine di bombardare i cattivi in paesi tecnicamente alleati.

 

Da anni il filosofo Michael Walzer parla dell’“azzardo morale” dei droni: i governanti ordinano con più leggerezza uno strike quando non rischiano la vita dei propri soldati. Quando si tratta di dare il via libera a un’incursione di terra con le forze speciali i calcoli cambiano, e di parecchio. Il rischio però non si può mai eliminare del tutto, e vale per i civili innocenti uccisi, i danni collaterali, e per gli uomini sul campo colpiti dal fuoco amico; il ricorso al drone mimetizza il rischio, lo rende remoto e impalpabile, ma non solleva Barack Obama dal chiamare questa campagna aerea con il nome che le spetta: guerra. Non è appena una disputa lessicologica. Il perché lo riassume bene Stephen Carter, professore di Legge a Yale: “L’inevitabilità delle morti civili, anche nella più giustificata delle guerre, è accettata dal diritto internazionale e dall’etica della guerra. I morti civili non sono mai una cosa buona. Sono tragedie, un prezzo terribile che deve essere evitato quando è possibile. Ma in guerra queste cose succedono”. Chiamarla guerra significa espugnare la trincea della cattiva coscienza, smontare la favola secondo cui il nemico si batte con operazioni che non hanno effetti indesiderati, espedienti che non pesano troppo sulla legacy di un presidente che chiede scusa quando l’errore è talmente visibile che conviene più ammetterlo che nasconderlo.

 

[**Video_box_2**]E’ stata l’Amministrazione Bush a inaugurare la campagna dei droni, ma erano strumenti di complemento nel contesto di una guerra, condotta e riconosciuta in quanto tale, senza infingimenti o illusioni di poter rimuovere i suoi rischi strutturali. Obama ha preso lo strumento e ne ha fatto il vitello d’oro della guerra pulita e democratica, illudendosi che sarebbe stato sufficiente per evitare di impegnarsi con le truppe e altri metodi tradizionali. Per anni la Casa Bianca ha portato la campagna nello Yemen a esempio dei risultati che si potevano ottenere senza muoversi dalla situation room, senza impegnarsi in guerre al terrore. Si è visto com’è andata a finire. Le vittime del fuoco amico sono l’altra faccia del problema. Sono tragedie che vanno evitate nei limiti del possibile, sapendo però che la guerra e i suoi rischi non si eliminano nemmeno con l’espediente democratico dei bombardamenti senza pilota.

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