Ora umanitarismo cazzuto, please

Come funzionerebbe la missione militare contro i trafficanti? In Somalia le pattuglie navali non sono bastate, finché non si è bombardato a terra. Ipotesi di lavoro: pagare i clan libici per bloccare le rotte del traffico

22 Aprile 2015 alle 06:18

Ora umanitarismo cazzuto, please

Un drone Predator (foto LaPresse)

Roma. Come può funzionare l’umanitarismo efficace per fermare le stragi in mare? E’ possibile usare droni, intelligence, operazioni militari, altri strumenti di pressione contro il traffico di uomini? Domani l’Italia tornerà a proporre al Consiglio europeo di Bruxelles la linea che equipara i trafficanti di esseri umani ai terroristi dello Stato islamico e di al Qaida, con la speranza (esile) di aprire la strada a operazioni mirate – anche militari – contro le basi logistiche e gli snodi del traffico. La riunione è il seguito di un primo incontro d’emergenza che si è tenuto lunedì in Lussemburgo dopo i disastri in mare davanti alla costa della Libia e questa volta i 28 paesi dovrebbero scendere nei dettagli di una possibile missione militare con un mandato dell’Unione europea, anche se la posizione italiana si scontrerà con uno scetticismo pesante. Un funzionario anonimo citato dal quotidiano britannico Guardian dice: “L’idea di strike chirurgici contro i trafficanti non è molto seria. Ne sanno abbastanza sui trafficanti per cominciare un’operazione militare?”.

 

In generale, c’è da registrare questo fatto base: gli stati europei da mesi non mostrano entusiasmo di fronte all’idea di colpire direttamente lo Stato islamico in Libia, quindi per proprietà transitiva non lo mostrano pure nel caso dei trafficanti – anche se passasse questo concetto spinto dal governo italiano che gli scafisti sono pericolosi quanto i terroristi.

 

L’Alto commissario europeo per l’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos, descrive una possibile operazione “civile-militare” contro i trafficanti modellata sulla missione antipirateria in Somalia, ma si sa che il problema di quella missione era che si limitava al pattugliamento in mare e non toccava le basi a terra dei pirati – fino a quando nel maggio 2012 una task force di nove paesi europei non distrusse le barche, i depositi di carburante e le abitazioni dei pirati, con il fuoco di navi ed elicotteri (senza mettere mai piede sulla costa). Lunedì il capo della diplomazia europea, Federica Mogherini, ha parlato esplicitamente di “distruggere le navi”.

 

Il problema della scarsa intelligence sul terreno per contrastare il traffico d’uomini potrebbe essere meno grave di quanto si teme. Secondo un’inchiesta appena pubblicata dal Wall Street Journal esiste un dispositivo fisso di trafficanti organizzato molto bene che lavora attivamente per raccogliere, sfruttare e trasferire migranti dall’Africa e dal medio oriente verso i porti dei barconi fatiscenti, quindi verso la tratta finale. L’anno scorso questo dispositivo ha preso in carico centosettantamila paganti alla luce del sole e per definizione è ben conosciuto da tutti – offre un servizio aperto a ogni pubblico, basta avere i soldi, da quattrocento a millecinquecento dollari. Piuttosto, il problema è che si estende attraverso stati diversi.

 

[**Video_box_2**]Il Consiglio dei 28 paesi europei di lunedì ha chiesto maggiore cooperazione con alcuni paesi confinanti con la Libia, perché il traffico si muove su due direttrici soprattutto. Una passa dalla città di Agadez, in Niger, e raccoglie tutti i migranti che arrivano dall’Africa occidentale, un bacino che comprende Senegal e Nigeria. L’altra passa dal Sudan, in particolare attorno alla capitale Khartoum, e raccoglie i migranti che arrivano da est, un bacino che comprende Somalia, Etiopia, Eritrea e anche la Siria in guerra.

 

Il collettore finale è la Libia. Il business del traffico umano rende ai clan nel sud del paese circa 240 mila dollari al mese – ed è considerato così lucroso che fazioni che in teoria sarebbero in guerra fra loro stringono accordi di non belligeranza per proteggere gli affari. In una di queste tappe ben conosciute del traffico i Tebu, una grande etnia libica allineata con il governo di Tobruk riconosciuto dalla comunità internazionale, trasferiscono il loro carico di persone agli Ould Slimane, un clan che sta con il governo rivale di Tripoli.

 

Il dato dei 240 mila dollari al mese considerati un business nel sud della Libia potrebbe aprire la strada anche a un ipotetico accordo economico sponsorizzato dall’Unione europea per cooptare i locali e bloccare il traffico – l’Italia da sola spendeva più di nove milioni di dollari al mese per l’operazione Mare Nostrum. E’ lo stesso spirito emergenziale che fa armare i curdi in Iraq. Ma ci vorrebbe un’autorità locale definita, non questo magma di bande armate.

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