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Che fare nel Mediterraneo. Gli esperti oltre l’Instagram di Renzi

Un po' di Francia e occhio all'Egitto. Ecco quali sono gli interlocutori del governo italiano per stabilizzare il fronte sud dell'Europa.

21 Aprile 2015 alle 10:57

Che fare nel Mediterraneo. Gli esperti oltre l’Instagram di Renzi

Il premier Matteo Renzi con il presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi (foto LaPresse)

Milano. Da mesi il governo italiano ripete che il “fronte sud”, il Mediterraneo, è il più esposto e che è necessario trovare una strategia di contenimento che farebbe anche comodo al resto del continente europeo, in termini di accoglienza e in termini di lotta al terrorismo. Dopo che sono state vagliate ipotesi di vario genere, dalla guerra ai blitz mirati a una coalizione con gli attori locali del nord Africa, sono rimaste in vita le tattiche già esistenti: lo sforzo collettivo dell’Unione europea per risolvere la questione degli immigrati e la mediazione dell’Onu per mettere i tanti, e sempre più nervosi, interlocutori in Libia allo stesso tavolo. Può l’Italia fare di più oltre ad avere, grazie alla “chimica” come dice il giornalista collettivo, rapporti privilegiati con il presidente americano Barack Obama o con quello russo, Vladimir Putin?

 

“C’è una volontà del fare e una difficoltà del fare”, dice al Foglio con un sorriso Stefano Silvestri, consigliere scientifico dello Iai, e la discrepanza pesa su molti leader internazionali, non solo sul premier Matteo Renzi. La sua triangolazione tra Russia, Stati Uniti ed Egitto è al momento la mediazione più importante che c’è ma la sua efficacia è ancora da verificare.

 

Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, considera “buona” l’interazione con la Russia, è ben più scettico sull’eccessiva valorizzazione dell’Egitto – “il dittatore al Sisi è trattato al pari di una rockstar” –, perché in Libia il Cairo fa il tifo per una coalizione che sarebbe quella legata al generale Haftar, “ma se vuoi mediare non puoi stare con una parte sola”, e perché “l’obiettivo di Sisi è far fuori la Fratellanza musulmana, e se spazzi via tutto l’islam politico, per quanto ambiguo, rischi di rimanere soltanto con gli estremisti”. Per Caracciolo l’attivismo italiano dovrebbe convergere verso una ricomposizione del conflitto senza che ci siano, nel mezzo, altre derive, “egiziani e algerini che si fanno la guerra in Libia, per esempio, gli italiani che non collaborano con i francesi, anche, e poi l’eterodirezione dei paesi del Golfo” che utilizzano le alleanze a fasi alterne con vari paesi dell’occidente per portare avanti i loro interessi.

 

Molti esperti, a partire da alcuni vicini al governo di Parigi, chiedono una maggiore collaborazione tra Italia e Francia (i francesi si sentono in guerra come gli americani dopo l’11 settembre, dice una nostra fonte, “attenzione agli eccessi di Parigi”, avverte Silvestri), anche se la questione libica fa riemergere dissapori mai sopiti che risalgono alla caduta di Gheddafi. Ma “le tratte delle migrazioni passano per paesi e zone in cui i francesi hanno uomini e influenza – dice Arturo Varvelli, ricercatore dell’Ispi che si occupa di terrorismo e conosce bene la situazione libica – Niger, Mali, Fezzan sono aree in cui si scambiano armi e uomini che vanno ad aumentare l’esercito degli islamisti o che arrivano in fuga verso la costa, e nelle quali gli unici soldati occidentali sono quelli mandati da Parigi”. La Francia chiede collaborazione, ma secondo Varvelli sarebbe necessario che l’Italia pensasse a un intervento di terra anche minimo ma mirato a difesa delle coste e in asse con Parigi. Caracciolo dice che bisogna inviare forze speciali per “affondare i barconi prima che partano, togliendo gli strumenti a chi traffica con uomini e armi”, come “già era stato fatto in Albania”, e chiedere aiuto alla Tunisia perché si attrezzi, “dietro lauto compenso”, per accogliere chi scappa dalla Libia.

 

Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, consiglia cautela, con corridoi umanitari o personale in loco “ci esponiamo a rischi enormi”: l’emergenza richiede una reazione immediata, ma i tempi del negoziato e della creazione di alleanze sono ben più lunghi, e soprattutto in Libia l’Italia ha già rivestito un ruolo importante, “non me la sento di dire che Renzi dovrebbe fare di più”, dice Parsi. Il problema è semmai “internazionalizzare l’emergenza”, suggerisce Parsi, far sì che l’immigrazione sia un problema di tutti e non soltanto italiano.

 

[**Video_box_2**]Sulle migrazioni l’Ue promette più investimenti e aiuti, mentre sulla stabilizzazione della Libia sarebbe necessario, dice Varvelli, “allargare le operazioni internazionali contro lo Stato islamico da Siria e Iraq anche alla Libia”, e non è escluso che Renzi ne abbia parlato anche nella visita a Washington. In questo modo si potrebbe rimodulare il conflitto, spiega Varvelli: “Si traccia una linea tra chi combatte lo Stato islamico e chi no”, almeno questo immetterebbe un po’ di chiarezza nel confuso contesto libico. Ma con le linee, si sa, non ci si è molto mossi di questi tempi, e ora l’unico obiettivo di Renzi, tra triangolazioni e foto da album dei ricordi, è far capire che nella stabilizzazione del nord Africa ci guadagnano tutti, non soltanto l’Italia.

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