Il Labour inglese subisce l’assedio del populismo di sinistra (e un po’ gode)

Il candidato laburista Ed Miliband non ama la sinistra blairiana, ma sta tentando di riposizionarsi come favorevole alla crescita e all'austerità. Una signora scozzese gli ha rovinato la festa.

21 Aprile 2015 alle 16:39

Il Labour inglese subisce l’assedio del populismo di sinistra (e un po’ gode)

Nicola Sturgeon, leader del Partito nazionale scozzese, lunedì durante un comizio (foto LaPresse)

Milano. Ed Miliband si era appena emancipato dalla sua fama di “rosso”, l’occhieggiare ai sindacati, il parlare molto di solidarietà e poco di crescita, e subito il leader del Labour britannico si è ritrovato di nuovo in ostaggio del populismo di sinistra. Posizionarsi, per l’aspirante primo ministro, è da sempre complicato, lui è un amante del Labour prima della svolta blairiana, ma con il lancio del manifesto per il voto del 7 maggio Miliband ce l’aveva messa tutta, ha persino fatto un contratto con gli inglesi: nessuna delle spese previste è senza copertura. Ma mentre i commentatori si riprendavano dalla confusione – il Labour diventa austero e i Tory si lanciano in regali di ogni tipo –, sono arrivati gli scozzesi, capitanati dalla sicurissima Nicola Sturgeon, a riportare il Labour con i piedi per terra: fai un patto con noi, ha proposto la Sturgeon a Miliband. Lui ha prima risposto “temo di no” poi “no no”, ma l’arrembaggio era cominciato, anche perché presumibilmente il Labour, se dovesse vincere le elezioni, non avrebbe comunque i numeri per governare. Una coalizione ci sarà, ma con chi? L’Snp, il Partito nazionale scozzese, s’aspetta il bottino più prezioso, c’è chi dice che arriverebbe addirittura a prendere 45-50 seggi (oggi ne ha sei), un caso davvero unico di un partito che a settembre è stato distrutto nella sua stessa ragione di vita – ha perso il referendum per l’indipendenza della Scozia – e oggi è più baldanzoso che mai. Però è un partito di sinistra, più di sinistra rispetto al Labour e lo spin conservatore non si è lasciato sfuggire l’occasione: altro che asuterità, qui si finisce con un tax-and-spend permanente. Spin a parte, qualche fondamento questa paura ce l’ha.

 

Fraser Nelson, direttore del magazine conservatore Spectator, ha scritto che “il populismo di sinistra è sempre più attivo e potrebbe portare Miliband a Downing Street”: ispirandosi ai successi (ancora tutti da verificare nel medio periodo) di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna – Nelson mette nell’elenco anche il sindaco di New York, Bill De Blasio, e il presidente francese, François Hollande – gli scozzesi stanno stuzzicando il sentimento dirigista e anti business che c’è nel Labour, per convincere Miliband a non staccarsi dalla sua tradizione, abbandonando i segnali liberali che sta lanciando nelle ultime settimane. Nella definizione di Nelson, che usa una parafrasi di Tony Blair, il populismo di sinistra è “the politics of anger, not the politics of answers”, più rabbia che risposte, e il vento sembrava tirare verso un’altra direzione (merkeliana, come sempre) elettoralmente oltre che economicamente più sostenibile, soprattutto in un paese come il Regno Unito dove l’austerità ha portato di nuovo la crescita, eppure l’assedio c’è e si sente.

 

Anche perché questo populismo di sinistra, che si colloca tra Keynes e Piketty passando per la retorica di Occupy Wall Street, gode di un grande sostegno dall’altra parte dell’Atlantico, per esempio presso un economista Nobel del calibro di Paul Krugman. Al punto che il sito ConservativeHome ieri ospitava un contributo di Peter Franklin dal titolo: “La guerra americana contro l’economia britannica”. Krugman in effetti cerca spesso di spiegare che la ripresa americana, dettata più da stimoli che da tagli, è più solida di quella britannica, dettata dal rigore, e che i problemi salteranno presto fuori di nuovo. Viste dal continente europeo, entrambe le riprese paiono straordinarie, ma per il Labour il richiamo verso la tradizione è molto forte, soprattutto se anche il suo leader si sente più a suo agio nella polemica contro banche e ricchi piuttosto che nel promettere responsabilità economica. Così, a pochi giorni dal voto, mentre non si fanno che calcoli di possibili coalizioni e i sondaggi segnalano la richiesta al partito che vince, che sia il Labour o che siano i Tory, di fare una coalizione con i Lib-Dems, Miliband si trova ancora indeciso su quel che vuol essere, con il rischio che alla fine sia la dama scozzese a decidere per lui.

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