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Regno disunito?

Dove nasce la crisi politica del Regno Unito? Scarsa partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, frammentazione della Pubblica amministrazione, difficoltà del Parlamento nel produrre leggi ordinarie, la ventata di anti-politica, le spinte indipendentiste. Spunti a partire da un corposo essay di Vernon Bogdanor (King’s College).

28 Aprile 2015 alle 14:01

Regno disunito?

Londra. “Who governs Britain?” si chiede Vernon Bogdanor, professor of Government del King’s College di Londra e tra i più stimati costituzionalisti britannici, in un recente paper intitolato “The Crisis of the Constitution” e presentato alla prestigiosa Constitutional Society di Londra in cui il docente, a poche settimane dalle prossime elezioni politiche, evidenzia i sempre più problematici rapporti tra le istituzioni della Gran Bretagna.

 

L’articolo spiega la crisi politica del Regno Unito, componendo un puzzle complesso che mette in luce una frammentazione costituzionale mai sperimentata prima dal sistema Westminster. Le idee di Bogdanor rientrano in un filone accademico ampio di critica del concerto stonato delle istituzioni britanniche, come documentato dalla recente raccolta di saggi “Institutional Crisis in 21st Century Britain” (Palgrave MacMillan, 2014) curata da autorevoli docenti di scienza politica quali David Richards, Martin Smith e Colin Hay dove vengono sottolineate, in particolare modo, la scarsa partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, la frammentazione della Pubblica amministrazione, le difficoltà del Parlamento nel produrre leggi ordinarie, la ventata di anti-politica che soffia nel paese, la crisi profonda dei partiti tradizionali, le spinte indipendentiste.

 

Secondo Bogdanor la questione principale resta quella dei rapporti tra Westminster e la Scozia, e con essa quella di una devolution incompleta e “asimmetrica”, che si troverà di fronte il nuovo governo che uscirà dalle urne il 7 maggio. Nonostante il referendum, infatti, gli spiriti indipendentisti sembrano essere tutt’altro che placati e le urne probabilmente segneranno un’ulteriore avanzata dello Scottish national party, il partito indipendentista scozzese. Il primo Ministro David Cameron ha garantito che ci sarà una ulteriore devolution di competenze al parlamento di Edimburgo, i cui termini però dovranno essere fissati o meglio contrattati dal nuovo esecutivo con il governo scozzese.

 

A questa situazione si aggiunge il problema dell’asimmetria in cui versa oggi la devolution allo perché i parlamentari scozzesi, gallesi e nord irlandesi continuano a votare a Westminster, nonostante la Scozia, il Galles e l’Irlanda del nord abbiano da fine anni ‘90 le proprie assemblee legislative, non solo su tutte le leggi che riguardano l’intero Regno Unito come normale che sia, ma anche su quelle relative alla sola Inghilterra. Questa asimmetria suscita da anni il malcontento dei parlamentari inglesi favorevoli all’idea che a Westminster ci debba essere una netta separazione di competenze: sulle leggi che riguardano esclusivamente l’Inghilterra votano solo i parlamentari inglesi, mentre Scozzesi, Gallesi e nord Irlandesi si dovrebbero aggiungere solo per votare su competenze comuni come politica estera, difesa e bilancio. Il ritratto che emerge dal paper di Bogdanor è uno status-quo istituzionale che si trascina dall’inizio del ventunesimo secolo, ha rallentato la capacità legislativa di Westminster e fomentato le spinte indipendentiste, facendo del Regno Unito un “quasi-federal State” che nei prossimi anni dovrà procedere ad una devolution politica, amministrativa e fiscale completando la sua trasformazione storica da stato fortemente centralizzato ad un assetto confederato. Non meno complesso è il quadro relativo al governo locale. I local councils non hanno mai avuto troppa importanza nel sistema politico britannico, il turnout elettorale è molto basso (vota solo 30-40 per cento degli aventi diritto) e nonostante il Local Government Act del 2000 avesse previsto la possibilità per questi di scegliere tramite referendum popolare tra l’elezione indiretta e quella diretta del Sindaco, solamente sedici councils hanno optato per la seconda.

 

Considerate le dichiarazioni unanimi di Conservative, Labour e Liberaldemocrat di conferire maggiori poteri, soprattutto in termini fiscali, ai local councils a partire dalla prossima legislatura questa situazione eterogenea, sommata ad un sistema che è passato dall’essere bipartitico a pluripartitico, potrebbe divenire problematica. Infatti, nel caso di quelle autorità locali che non hanno optato per l’elezione diretta del Sindaco la ricerca di una maggioranza tra diversi partiti all’interno del consiglio potrebbe seriamente minare la governabilità dei councils che, con ogni probabilità, saranno investiti di nuove competenze nei prossimi anni. Considerate tutte queste problematiche Bogdanor, in accordo con le tesi di Richards, Smith e Hay, conclude evidenziando un problema di rappresentanza politica. Gli autorevoli docenti sopracitati esprimono preoccupazione per la resistenza del first past the post, ossia dell’elezione in collegi uninominali, in quanto si teme che il pluripartitismo possa determinare delle disfunzioni della legge maggioritaria.

 

Il first past the post, infatti, pone limitati problemi di rappresentatività quando in un sistema politico, come quello britannico fino al 2010,  esistono due partiti principali che raccolgono circa i due terzi del voto popolare, tuttavia nell’attuale situazione pre elettorale i sondaggi indicano sei partiti con percentuali superiori al 5 per cento con il rischio consistente che si arrivi ad un altro governo di coalizione, che fino ad oggi ha costituito una tantum nel sistema elettorale britannico, ma che oltre il 40 per cento degli elettori veda disperso il proprio voto nei collegi con un evidente problema di rappresentatività della legge maggioritaria.

 

Nel 2011 gli elettori respinsero largamente con referendum l’idea liberal-democratica di una riforma elettorale proporzionale (i "no" furono il 68 per cento), ma oggi ai tre partiti di quattro anni se ne sono aggiunti altrettanti. Inoltre, gli elettori britannici non sono estranei, come a volte si è portati a pensare nel continente, al sistema proporzionale in quanto lo utilizzano tanto per eleggere i local councils, quanto per le elezioni europee e nel caso di scozzesi, gallesi e irlandesi anche per le proprie assemblee elettive regionali. Questa serie di fattori potrebbe aumentare la pressione dell’opinione pubblica sulle forze politiche per modificare la legge elettorale in senso proporzionale, licenziando proprio la legge elettorale che ha dato origine al sistema Westminster.

 

Questa serie di problemi costituzionali irrisolti potrebbe nel medio periodo aprire un altro scenario su cui in Gran Bretagna si dibatte da almeno due decenni e cioè considerare l’ipotesi di redigere una costituzione scritta. Gran parte dell’accademia britannica ritiene oramai inevitabile il passaggio da una documentary constitution, cioè un sistema costituzionale costituito da una serie di documenti accumulatisi nel tempo e consuetudini formatesi nella prassi com’è oggi nel Regno Unito, ad una written constitution. Secondo Bogdanor ad ottocento anni dalla Magna Carta potrebbero esserci le condizioni per un nuovo momento fondamentale nella storia costituzionale della Gran Bretagna prodotto non da una rivoluzione o da una lotta armata per l’indipendenza, ma da una serie di problemi istituzionali interconnessi tra di loro.

 

Come scrive il costituzionalista del King’s College “these constitutional problems reflect the forces of social change” e per vincere la “constitutional crisis” raccordando in maniera più armonica le forze del cambiamento sociale con le istituzioni potrebbe essere presto necessario un momento costituente che getti le basi per una costituzione scritta figlia tanto degli antichi documenti ereditati dalla passato quanto della politica liquida della post modernità.       

 

Lorenzo Castellani @LorenzoCast89

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