Case distrutte dai bombardamenti della coalizione araba in Yemen (foto LaPresse)

Nella guerra civile in Yemen i jihadisti prosperano. La battaglia di Aden

Luca Gambardella
A una settimana dall’inizio dei bombardamenti della coalizione araba contro la minoranza sciita Houthi in Yemen, gli scontri si intensificano. Conquistato il palazzo presidenziale, accuse contro i bombardamenti della coalizione sunnita

A una settimana dall’inizio dei bombardamenti della coalizione araba contro la minoranza sciita Houthi in Yemen, gli scontri nella città costiera di Aden si intensificano. Secondo fonti governative i ribelli giovedì hanno preso il controllo del palazzo presidenziale. La città che si affaccia sul mar Rosso, così come la capitale Sana'a, è tra i principali bersagli degli aerei della coalizione perché è qui che gli Houthi hanno lanciato un’offensiva contro l’esercito leale al presidente sunnita Abd Rabbu Mansour Hadi. Il palazzo Maasheeq di Aden occupato ieri è stata l’ultima residenza ufficiale di Hadi prima che abbandonasse il paese lo scorso mese per sfuggire all’avanzata degli Houthi (prima ancora, era stato costretto ad abbandonare la capitale Sana'a).

 

Finora i bombardamenti della coalizione araba in Yemen hanno avuto un impatto più sulla popolazione civile che sul nemico. Le Nazioni unite hanno contato 93 morti e quasi 400 feriti dall’inizio delle operazioni militari; fonti yemenite hanno invece riferito di 164 civili uccisi dagli aerei della coalizione. Ieri il Wall Street Journal ha scritto che il sentimento generale del popolo yemenita nei confronti dell’intervento straniero sta cambiando con l’aumentare dei morti, dopo la chiusura dei porti vitali per l’economia già esangue del paese (uno dei più poveri al mondo) e dopo che i raid hanno preso di mira anche le poche industrie ancora funzionanti. “Odiamo gli Houthi, ma loro non ci hanno mai attaccato, né hanno mai distrutto le nostre proprietà”, ha riferito al giornale americano un residente della capitale Sana'a. Mercoledì, un’esplosione ha ucciso 39 persone a Hodeida, sul mar Rosso. I residenti hanno accusato i sauditi di voler distruggere il paese bombardando città dove gli Houthi non sono nemmeno vicini.

 

Molti di quanti celebravano i raid stranieri ora si stanno ricredendo e il generale saudita Ahmed bin Hasan Asiri è stato costretto a giustificarsi per le vittime civili. Asiri ha detto che gli Houthi si nascondono nei centri abitati rendendo più difficile l’individuazione degli obiettivi da parte dell’aviazione. L’Iran, che è il vero regista dell’avanzata della setta sciita degli Houthi nel paese, ha invece definito la campagna militare in Yemen come “un nuovo Afghanistan” per l’Arabia Saudita. Già nel 2009, Riad aveva provato a ridimensionare la minoranza Houthi nel paese con un intervento armato. Anche in quel caso finì con ben pochi risultati e i sauditi si accontentarono di limitare l’avanzata sciita confinandola al nord del paese. E sempre nel 2009 i civili pagarono un costo elevato in termini di vite umane: anche allora, gli americani definirono i bombardamenti sauditi come “imprecisi”. Mentre i combattenti sciiti continuano ad avanzare (con i loro carri armati hanno conquistato anche un sobborgo di Aden e hanno chiuso un’emittente televisiva fedele al presidente Hadi), i paesi sunniti continuano a meditare un intervento di terra e giovedì si era diffusa la notizia, poi smentita dall’Arabia Saudita, dello sbarco di truppe straniere a Aden.

 

[**Video_box_2**]A trarre vantaggio dagli scontri tra le forze di Hadi e gli Houthi sono gli estremisti islamici. Mentre l’esercito del presidente e i ribelli sciiti si scontravano a Aden, miltanti di al Qaida nella penisola araba (Aqap) hanno assaltato il carcere della città costiera di Mukalla, un altro porto strategico del paese, liberando 300 detenuti. Tra questi c’erano anche diversi combattenti qaidisti e alcuni suoi leader, come Khaled Baterfi, in carcere dal 2011.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.