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La parabola di Tim

La privatizzazione di Telecom è stata un successo per contribuenti e consumatori

Carlo Stagnaro

Il ritorno nelle mani dello stato del principale operatore di telecomunicazioni in Italia non è un fallimento. Sostenere il contrario significa non guardare la trasformazione del settore negli ultimi trent'anni una fase storica che voleva la cessione della proprietà e del controllo di un’azienda statale e la liberalizzazione del mercato

Il ritorno di Tim nelle mani dello stato, attraverso Poste, certifica il fallimento della privatizzazione dell’ex monopolista telefonico? No. Sostenerlo significa travisare profondamente la trasformazione che il settore delle telecomunicazioni ha avuto dagli anni Novanta a oggi. Ma significa, ancora di più, perdere di vista quale sia il senso di una riforma – forse sarebbe meglio dire di una fase storica – che camminava su due gambe: una era la cessione della proprietà e del controllo di un’azienda statale, l’altra la liberalizzazione del mercato. L’una era impensabile senza l’altra; e in altri settori dove è mancata questa coerenza (per esempio l’energia) il percorso verso la concorrenza è stato, non a caso, molto più tribolato. In un regime di monopolio legale, il destino del mercato coincide con quello dell’azienda monopolista. I costi che questa deve sostenere, siano essi efficienti oppure no, equivalgono alle tariffe (sic) che gli utenti (sic) devono pagare. Viceversa, in un contesto concorrenziale, le vicende aziendali si divaricano da quelle del mercato: le une riguardano gli azionisti, le altre il complesso degli operatori e le scelte dei consumatori (sic) i quali corrispondono un prezzo (sic) in cambio del servizio che ricevono. Se la qualità di un operatore (incluso quello dominante, per esempio Tim) peggiora, o non si mantiene al passo coi tempi, le persone possono rivolgersi a un concorrente. Se i prezzi crescono, possono cercare un’offerta migliore.


Il risultato di questo processo è evidente: i prezzi dei servizi di telecomunicazione sono letteralmente crollati dal momento della privatizzazione. Naturalmente, si potrebbe obiettare che questo non è primariamente dovuto all’uscita dello stato da Tim, quanto a una fase di vivace innovazione. In fondo, l’evoluzione dal telefono a rotella agli smartphone c’è stata ovunque nel mondo. C’è però un controargomento: non solo un mercato dinamico come quello italiano accelera la velocità con cui le innovazioni vengono adottate, ma determina un più rapido trasferimento dei benefici (anche economici) delle nuove tecnologie ai consumatori. Oggi il nostro paese è tra quelli in cui la concorrenza è più feroce e le condizioni contrattuali più favorevoli: fatto 100 l’indice del livello dei prezzi dei servizi di comunicazione nell’Unione europea nel 2020 (a parità di potere di spesa), i prezzi italiani si collocano oggi a un livello di 85,7, uno dei più bassi nell’Ue (dopo Romania, Polonia, Francia e Bulgaria). In termini reali corrisponde a una riduzione di circa il 15 per cento rispetto al 2003. Questa dinamica è diventata talmente aggressiva da scatenare una sorta di lotta darwiniana tra gli operatori, che da tempo lamentano la difficoltà a remunerare adeguatamente il capitale investito. Non poche volte, negli ultimi anni, si è cercato di soccorrerli, talvolta limitando la concorrenza o ipotizzando di farlo, altre volte stanziando denaro pubblico. Questa debolezza degli attori privati ha, forse, posto le premesse per un ritorno dello stato che è avvenuto con ampio consenso bipartisan: è iniziato con il governo Gentiloni (l’ingresso di Cdp in Tim), proseguito con il governo Draghi (la rete unica) e si sta concludendo con il governo Meloni (l’offerta di Poste). Queste tappe non segnano la soluzione di un problema (che non c’era e non c’è) quanto piuttosto il ritorno prepotente della politica su un terreno che, per un fortunato periodo, aveva lasciato sguarnito.


Da questa prospettiva, non si può dire – come ha sostenuto Salvatore Rossi – che la privatizzazione fu “un errore storico” a cui oggi si pone rimedio. Che l’azienda Tim (per una serie di circostanze) abbia progressivamente perso la capacità di creare valore è solo una parte della storia – quella che si può raccontare guardandola dal punto di vista dell’azionista. L’altra faccia della storia è che, nel contempo, i consumatori hanno guadagnato accesso a una panoplia di servizi prima inimmaginabile e scoperto che dove prima c’era un monopolio, oggi c’è la libertà.  Se nel frattempo Tim ha perso gran parte del suo valore, l’unica cosa che si può affermare è che, vendendo, lo stato fece un affare: lasciò le perdite future in carico agli azionisti senza privare la società italiana dei frutti della rivoluzione che stava avvenendo. Per un quarto di secolo, le perdite di Tim non sono state un problema degli italiani (salvo di quelli che volontariamente ne acquistavano le azioni). Non è stato un fallimento, ma il più grande successo della privatizzazione. Speriamo ora di non tornare al punto di partenza.

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