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conseguenze negative
L'Ilva, gli imprenditori e le truffe sul futuro
Scelte politiche sbagliate, illusioni industriali e promesse irrealistiche. Ecco perchè uno dei più grandi impianti siderurgici d'Europa non esiste più e non tornerà. Il conto sociale sarà enorme e a pagarlo sarà lo Stato
L’Ilva, per come l’abbiamo conosciuta, non esiste più e non tornerà. Non per destino cinico, ma per una lunga sequenza di scelte politiche sbagliate, illusioni industriali e promesse irrealistiche. Fino a poche settimane fa il ministro Urso parlava di un piano da 8 milioni di tonnellate di acciaio “green”, con quattro forni elettrici e tre impianti Dri: un progetto da circa dieci miliardi che nessun investitore privato avrebbe mai sostenuto. E infatti è evaporato. Una Ilva davvero sostenibile, nel breve periodo, avrebbe richiesto il mantenimento degli altoforni, almeno in una fase di transizione. Ma quella strada è stata scartata per ragioni politiche e per compiacere equilibri locali. Dopo l’uscita di ArcelorMittal e il fallimento della trattativa esclusiva con il fondo americano Flacks, rivelatasi un castello di sabbia, il governo è stato costretto a riaprire i giochi in fretta e furia. Così si è tornati su Jindal, inizialmente escluso. Ma il piano indiano è molto più ridimensionato: un solo forno elettrico a Taranto, con bramme e Dri prodotti altrove, in Oman. Il risultato è inevitabile: circa 2.500 occupati tra Taranto e Genova, contro gli oltre 12 mila attuali. Il conto sociale sarà enorme. E lo pagherà lo Stato: non per rilanciare davvero l’acciaio, ma per gestire esuberi, cassa integrazione, esodi incentivati e prepensionamenti. Alla fine, più che il ministero del Made in Italy, resterà il ministero della deindustrializzazione accompagnata.