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"Sovranismo? Macché"
“L'opa di Poste su Tim corregge l'errore delle privatizzazioni” dice Berbabè, ex ad di Telecom
L'offerta per l'acquisizione di Tim da parte dell'azienda leader in Italia per la corrispondenza e la logistica ha un senso finanziario e strategico. Inoltre ha una storia di nomine pubbliche di grande successo, che si sono dimostrate indipendenti e capaci di trasformare Poste Italiane in un business di lettere e pacchi
Milano. “Ma quale sovranismo. L’offerta di Poste su Tim ha un forte senso finanziario e strategico. E poi la mossa arriva da una società che in Italia è un caso di successo di nomine pubbliche. Da Corrado Passera a Massimo Sarmi a Matteo Del Fante si sono dimostrati tutti manager indipendenti e capaci. Nel mondo arrivavano le mail e loro hanno saputo trasformare in un’azienda moderna un business di lettere e pacchi”. Franco Bernabé, per tre volte ai vertici di Tim, in epoche storiche e politiche diverse, considera fuorviante parlare di “rinazionalizzazione”. “Piuttosto dobbiamo interrogarci sulla strategia dell’Ue che ha guidato lo sviluppo delle telecomunicazioni negli ultimi 3–40 anni, Diciamolo, è stato un fallimento”. Bernabé non è l’unico a pensarla così. L’economista Salvatore Rossi sulla Stampa ha detto che con l’intervento di Poste (quindi del Mef e del Cdp) in Tim si corregge un “errore storico” delle privatizzazioni. “L’indirizzo europeo di favorire la massima concorrenza nel settore a beneficio dei consumatori – riflette Bernabé – è stato fondato su basi ideologiche. Non solo ha compresso i margini degli operatori fino a che non hanno avuto più ossigeno per realizzare investimenti, ma si è rivelata poco lungimirante alla luce dei recenti mutamenti geopolitici che hanno messo in evidenza la forza dei colossi cinesi e americani. Nell’attuale scenario, le telecomunicazioni rivestono un ruolo strategico per la sicurezza nazionale ed europea e bisogna avere il coraggio di ammettere che solo un azionista pubblico può dare garanzia di stabilità a questo settore”. Anche secondo un’opinione diffusa tra gli analisti l’offerta pubblica di acquisto e di scambio di Poste su Tim – di cui è advisor Mediobanca – non si presenta come un raid finanziario ma come la normale evoluzione strategica del passo compiuto un anno fa investendo nel gestore telefonico e diventandone il primo azionista con il 27 per cento. In quell’occasione, lo stesso Bernabè aveva suggerito, in un’intervista con questo giornale, che l’opa e il delisting di Tim dalla Borsa sarebbero state scelte inevitabili. Per un po’ di tempo, Del Fante ha lasciato trasparire una certa prudenza sull’argomento, pur non mancando di sottolineare l’importanza delle sinergie industriali tra i due gruppi. Ma a un certo punto, c’è stata un’accelerazione dettata anche da un salto di qualità nell’approccio strategico che sta dietro all’opas. Oggi il ceo di Poste parla apertamente della creazione di una infrastruttura integrata, pilastro per l’economia nazionale, capace di unire rete, cloud, edge computing, dati, logistica e distribuzione. “E’ un passaggio determinante per il nostro paese – osserva Bernabé – perché si passa da un business incentrato sui servizi telefonici alla creazione di una piattaforma tecnologica che può dare una spinta alla crescita delle imprese e all’efficienza della pubblica amministrazione”.
L’agenzia di rating Morningstar Dbrs, tuttavia, ha fatto notare che le integrazioni nel settore delle tlc hanno storicamente subito ritardi a causa di sistemi di legacy complessi, difficoltà di migrazione della rete e requisiti di sicurezza informatica e raccomanda un “attento coordinamento” per evitare interruzioni per i clienti. Intanto, l’obiettivo di creare un campione tecnologico nazionale, con una governance stabile, è stato accolto con favore dai sindacati e condiviso dal maggior partito di opposizione del governo Meloni come dimostrano le parole di apprezzamento espresse da Nicola Zingaretti, capo delegazione del Pd al Parlamento europeo. Insomma, nessuno sembra scandalizzarsi più di tanto del ritorno dello stato nell’economia. “Credo che sia ormai diffusa la consapevolezza – prosegue Bernabé – che per perseguire obiettivo di sistema, quale quello dell’avanzamento digitale del paese, le aziende abbiano bisogno di una visione strategica a tutto tondo. Tim ha vissuto una lunga fase di gestione privata inefficiente e frammentata che ha prodotto un grosso indebitamento. E Labriola è stato abile nel portare a termine la cessione della rete fissa, a cui avevo cominciato a lavorare anche io molto tempo fa. Ora, il gestore telefonico è in una posizione migliore, ma se costretto a dimostrare una crescita di utili ogni trimestre, come succede alle società quotate, non riuscirà ad esprimere al massimo il suo potenziale tecnologico”.
Dunque, Tim uscirà dalla Borsa dopo che l’offerta di Poste, in parte cash e in parte azioni, avrà raggiunto almeno il 66,7 per cento del capitale. Ma, come ha spiegato Del Fante ieri mattina durante la call con gli analisti, “resterà stand alone con il suo brand e la sua organizzazione”. Secondo stime di mercato, in caso di totale adesione totale all’offerta, l’azionista di controllo (Mef più Cdp) deterrà il 50,1 per cento del “gruppo combinato” mentre i soci di minoranza avranno il 22 per cento. Sarà l’inizio di una nuova epoca a pieno controllo pubblico. Prevede una privatizzazione di Tim tra qualche anno? “E’ possibile, ma ci sarà tempo”, conclude Bernabè. Intanto, il titolo Tim ha festeggiato l’arrivo dell’opas con un rialzo di oltre il 4 per cento mentre quello di Poste ha perso quasi il 7 in una dinamica di Borsa asimmetrica abbastanza normale in questi casi.