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L'analisi

Crisi energetiche a confronto: oggi non siamo negli anni Settanta

Carlo Stagnaro

Oggi il mondo è meno dipendente dall'energia in generale e dal petrolio in particolare. Di questa crisi molti comparti dell’economia ne risentono solo marginalmente o indirettamente, in quanto dipendono da fonti quali il gas e l’energia elettrica

Tutte le crisi petrolifere si assomigliano, ma ciascuna si sviluppa a modo suo. Se il conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iran si cronicizzerà, potrebbero esserci “conseguenze catastrofiche”, ha detto Amin Nasser, Ceo di Aramco (la compagnia di stato saudita, la più grande del mondo). Come negli anni Settanta? Forse sì, ma più probabilmente no. Rispetto agli choc del passato, quello attuale presenta alcune differenze fondamentali, non solo nell’evento scatenante, ma soprattutto nel contesto all’interno del quale si cala. La più importante, come ha notato ieri Guido Tabellini su Repubblica, è che il mondo è meno dipendente dall’energia in generale e dal petrolio in particolare. Nonostante i consumi complessivi di energia siano all’incirca triplicati dal 1970 a oggi, l’intensità energetica del pil – ossia quanta energia si consuma per generare un’unità di prodotto interno lordo – si è dimezzata. Il petrolio, in particolare, è molto meno importante: negli anni Settanta era di gran lunga la principale commodity energetica, utilizzata praticamente in qualunque settore. Persino nella produzione di energia elettrica incideva, a livello globale, attorno al 25 per cento; oggi meno del 3 per cento. Molti comparti dell’economia ne risentono solo marginalmente o indirettamente, in quanto risentono di fonti quali il gas e l’energia elettrica. Pure questi stanno subendo le conseguenze della crisi, ma in misura più contenuta rispetto ai grandi choc e persino rispetto al 2022. 

  
L’altro grande cambiamento è di natura macroeconomica
. Come ha scritto Paul Krugman, l’inflazione, endemica negli anni Settanta, oggi è meno pressante, quindi lo è anche il fantasma della stagflazione. Infine, i mercati sono più sofisticati: i futures sul petrolio sono comparsi solo nel 1983 per il Wti (Usa) e nel 1988 per il Brent (Europa). Da allora sono diventati uno strumento ordinario con cui produttori e consumatori si proteggono e mitigano, condividono o trasferiscono il rischio. La geografia stessa si è trasformata: il Medio oriente rimane, ovviamente, un’area nevralgica, con il 25-30 per cento della produzione petrolifera globale. Tuttavia, la minore rilevanza del greggio obbliga a mettere in prospettiva tale dominanza, anche perché nel frattempo il boom della produzione statunitense ha trasformato gli Stati Uniti dal maggiore importatore mondiale di combustibili fossili in un esportatore netto, che fa da polmone al resto del mondo, con conseguenze positive sulla sicurezza energetica globale.

  
C’è, infine, una differenza politica: un tempo lo scontro era tra produttori e consumatori. L’Opec – fondato nel 1960 da Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela – era compatto; oggi i paesi arabi vedono più l’Iran che gli Stati Uniti come rivale strategico, quanto meno dal punto di vista petrolifero. La crisi in corso è semmai più simile al 2022, quando, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, una parte dell’offerta globale di gas venne di fatto obliterata. Quella crisi è stata brillantemente superata: all’epoca pochi pensavano che l’Unione europea avrebbe potuto smarcarsi così rapidamente dal suo maggiore fornitore di gas, mentre oggi ci sentiamo pronti ad affrontare una crisi nel Medio oriente (dopo un mezzo colpo di stato in Venezuela e una pluriennale guerra in Palestina). 

  
Molti timori nascono dall’eccessiva enfasi sulla scarsità fisica delle risorse. Come ha scritto l’economista Michael Lynch, “negli anni Settanta era comune che i paesi importatori di petrolio sostenessero di voler evitare che le fabbriche si fermassero e le persone restassero al freddo”. Invece il problema è di natura economica. Nel passato, ne siamo usciti non tanto attraverso le scelte politiche su cui si concentrava il dibattito, come la creazione dell’Agenzia internazionale dell’energia e del sistema delle scorte strategiche, quanto attraverso gli aggiustamenti che imprese e consumatori hanno messo in atto. Nel lungo termine, sono state soprattutto la diversificazione delle fonti di energia e dei paesi di fornitura e la crescente terziarizzazione dell’economia a proteggerci dagli impatti delle crisi petrolifere. E’ accaduto nel 1973, nel 1979 e nel 2022; accadrà anche questa volta, ma solo se lasceremo che i prezzi facciano il loro lavoro e stimolino l’ingegno dei consumatori (come nel campo dell’efficienza energetica) e dei produttori di energia (nuove fonti e luoghi di fornitura). 

 
L’analista petrolifera Carole Nakhle ha spiegato che “i mercati energetici sono più diversificati e agili che in passato. Il vero test è con quanta rapidità ed efficacia il sistema saprà rispondere ai cambiamenti di scenario”. E dunque la questione politicamente rilevante, soprattutto in Europa, dovrebbe essere, da un lato, mitigarne gli impatti per categorie specifiche di consumatori più esposti, quali famiglie fragili e imprese energivore; dall’altro, accelerarne la reazione, lasciando che la voce dei mercati si risuoni forte e chiara.

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