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Le borse affondano e il petrolio torna l'ago della bilancia: la durata del conflitto è decisiva

Mariarosaria Marchesano

Mercati in rosso per i timori di una crisi energetica mondiale. Ma non tutte le escalation geopolitiche si traducono in uno shock macro permanente. L'analisi di Payden&Rygel

Quanto durerà? E’ la domanda che si fanno gli investitori oggi in apertura dei mercati finanziari, tutti in profondo rosso dopo gli attacchi aerei e statunitensi contro l’Iran. Il blocco dello Stretto di Hormutz è un incubo che si sta materializzando, con già decine di navi ferme, ed apre la prospettiva di una crisi energetica mondiale. Stanotte sono cadute (ma non tracollate) tutte le borse asiatiche, mentre i listini europei sono in rosso a un'ora dell'inizio delle negoziazioni. I cali vanno dal 2 al 2,5 per cento da Milano a Francoforte, da Parigi a Madrid, mentre l’Italia fa registrare un leggero incremento dello spread sovrano (65 punti base) che negli ultimi mesi aveva raggiunto il minimo storico. E, infine, i futures di Wall Street, che rappresentano l’indicatore che preannuncia la reazione della più importante borsa del mondo (apre alle 15,30) non fanno presagire nulla di buono. E’ la durata del conflitto l’interrogativo più inquietante. Da questo dipenderà l’impatto sui mercati energetici e sull’economia globale in generale. E da questo si capirà se siamo di fronte a uno shock com’è successo a inizio 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia – e lì ci sono voluti alcuni mesi per vedere una ripresa degli indici – oppure se i mercati troveranno la forza di reagire e di digerire rapidamente questa nuova grande crisi geopolitica.  

Secondo un’analisi di Payden&Rygel, la storia insegna che in questi casi le reazioni negative degli investitori possono essere forti ma di breve durata una volta che il quadro si stabilizza. Anche se non c’è una piena riduzione del conflitto, i mercati tendono a riportare l’attenzione sui fondamentali economici. Bisogna considerare che il vero canale di trasmissione macroeconomico è rappresentato dall’energia e da eventuali interruzioni prolungate nel flusso di petrolio attraverso il canale di Hormutz, uno snodo strategico per il commercio globale di greggio. “Tuttavia, solo una quota relativamente contenuta – circa il 2 per cento – del petrolio che transita da lì è destinata agli Stati Uniti. Questo non significa che il rischio sia trascurabile a livello globale, ma suggerisce che l’impatto diretto sull’economia americana potrebbe essere più limitato di quanto l’emotività dei mercati possa inizialmente far pensare”, si legge nell'analisi. 

Un altro elemento da considerare è che le tensioni geopolitiche tendono a colpire più direttamente i mercati azionari, mentre quello obbligazionario, dei titoli di stato e dei beni rifugio (oro) spesso ne beneficiano. Infine, sempre secondo Payden&Rygel per modificare in modo sostanziale lo scenario macroeconomico di base sarebbe necessario assistere a un cambiamento strutturale e duraturo dei prezzi dell’energia. “Solo un’impennata persistente del petrolio, tale da incidere in modo significativo su consumi, costi di produzione e margini aziendali, giustificherebbe una revisione profonda delle prospettive di crescita e inflazione. Anche nello scenario di rischio estremo legato al petrolio, l’effetto predominante verrebbe letto più come un fattore di freno alla crescita – quindi un rischio al ribasso per il ciclo economico – che come un impulso inflazionistico strutturale”

In sintesi, pur riconoscendo la gravità del contesto geopolitico, l’analisi suggerisce cautela nel trarre conclusioni affrettate: la storia insegna che non tutte le escalation politiche si traducono automaticamente in uno shock macroeconomico permanente.

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