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L'Analisi
L'Iran chiude lo Stretto di Hormuz. Petrolio e gas salgono e torna il rischio inflazione
Navi ferme e assicurazioni tagliate. Dove passavano 20 milioni di barili al giorno non naviga quasi più nessuno. Ma è costoso soprattutto per Teheran, che vendeva il 90 per cento del suo petrolio via mare alla Cina. E Takaichi dal Giappone avverte: abbiamo solo 254 giorni di scorte
. “Questa è la forza navale speciale Sepah della marina militare del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. Da adesso in poi tutte le navigazioni attraverso lo Stretto di Hormuz sono vietate (dove passa più del 20 per cento del petrolio mondiale, ndr). Nessuna nave, in nessun lato dello Stretto, è autorizzata a navigare fino a nuovi annunci”. E’ con questo messaggio trasmesso via radio dai pasdaran alle imbarcazioni nello Stretto che la crisi militare tra Stati Uniti, Israele e Iran rischia di trasformarsi in uno choc energetico mondiale.
Nello Stretto di Hormuz passano in media circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, un quinto dei consumi giornalieri mondiali. Anche se i barili sono pronti, senza una rotta praticabile la strozzatura del collo di bottiglia non si risolve. Lo stretto misura 20-30 miglia marine e può essere minato, colpito con missili e droni, disturbato con jamming, e reso rischioso con sequestri mirati da parte dei pasdaran. Più di 150 navi tra cui petroliere e metaniere gnl hanno gettato l’ancora nel Golfo Persico, mentre altre decine risultano ferme dal lato dell’Oman. Le compagnie di assicurazione marittima hanno iniziato a cancellare le coperture “war-risk”, alzando i costi e rischi di trasporto e riducendo di fatto l’offerta di navi disponibili a navigare.
Ieri, alla riapertura dei mercati dopo il fine settimana il Brent ha toccato un rialzo superiore al 13 per cento, sfiorando gli 82 dollari per barile. Il gas naturale europeo trattato al Ttf di Amsterdam è balzato di oltre un quarto del suo valore sforando i 40 euro per Mwh.
L’Energy information administration (Eia) americana ricorda che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti possono deviare parte del loro petrolio attraverso oleodotti interni creati proprio per questo tipo di situazioni. Ma per l’Eia la capacità totale disponibile a bypassare Hormuz è di circa 2,6 milioni di barili al giorno, un ottavo dei flussi che oggi transitano per lo stretto. Secondo la società norvegese di intelligence energetica, Rystad Energy, una chiusura effettiva dello stretto comporterebbe comunque una perdita netta tra gli 8 e i 10 milioni di barili al giorno anche dopo le deviazioni.
Senza contare il rischio di attacchi e danni prolungati alle infrastrutture regionali, dai terminal alle raffinerie. Per esempio, in Arabia Saudita l'Iran ha colpito Ras Tanura, uno degli impianti di Aramco capaci di produrre fino a 550 mila barili al giorno. QatarEnergy, invece, ha dichiarato di aver interrotto la produzione di gnl dopo gli attacchi militari ai suoi impianti operativi a Ras Laffan. L’Opec+ ha provato a mettere un tampone promettendo di aumentare la produzione di 206 mila barili al giorno, che però rappresenta solo lo 0,2 per cento dell’offerta globale e difficilmente avrà un impatto significativo sui mercati.
Choc energetici, poi, implicano un impatto sui prezzi generali. Secondo una stima del 2017 dell’Fmi, un aumento del 10 per cento del costo del petrolio aggiunge circa 0,4 punti all’inflazione. Mentre secondo una recente analisi della Bce un aumento permanente del prezzo del petrolio e del gas del 14 per cento avrebbe un impatto limitato sul pil dell’area euro (- 0,1) ma più rilevante sull’inflazione (fino a +0,5 punti). Certo, l’Eurozona con l’inflazione sotto il target potrebbe essere più resiliente a un temporaneo rialzo. Ma a causa dell’incertezza, anche i mercati valutari hanno reagito. Il dollaro si è rafforzato rispetto all’euro, allo yen e al franco svizzero spinto dalla domanda di asset rifugio e dall’aspettativa di un “colpo” alle economie importatrici di energia.
Dall’altro lato, tenere lo stretto chiuso è costoso soprattutto per l’Iran. Nel 2025 Teheran esportava intorno a 1,7 milioni di barili al giorno e circa il 90 per cento finiva a piccole raffinerie cinesi indipendenti passando da Kharg Island (Hormuz). E' illogico credere che se l'Iran bloccasse lo stretto, i paesi occidentali lascerebbero passare le sue navi indisturbate verso la Cina. Così, chiudendo il passaggio, il regime degli ayatollah rischia di perdere il suo alleato più potente e pressoché unico cliente dopo le sanzioni internazionali. Ma il rischio di choc energetici riguarda anche gli altri paesi asiatici: l’84 per cento del greggio e condensati che ha attraversato Hormuz nel 2024 è andato in Asia (Cina, India, Giappone, Corea del Sud), come pure la quasi la totalità del Gnl qatarino. Non è un caso che la premier giapponese Sanae Takaichi ha dichiarato che il suo paese ha solo 254 giorni di riserve di petrolio.
La chiusura dello Stretto riapre ferite non ancora rimarginate. Nel 2022 l’invasione russa dell’Ucraina tagliò il pil europeo dell'1 per cento, e alzò l’inflazione di 2 punti. Stavolta l’impatto sembra essere più modesto, ma peggiora l’incertezza economica dilagante. Per l’Italia e l’Europa da un lato servirà stabilizzare i prezzi e dall’altro non frenare la ripresa economica con rialzi dei tassi improvvisi. Un altro ciclo di choc energetici e strette monetarie sono un lusso che l’Ue non può permettersi.