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lo scenario

Procure e non solo. Il mercato boccia il piano Lovaglio. Risiko e conseguenze

Mariarosaria Marchesano

L'ombra delle indagini milanesi e i dubbi sulla governance affossano i titoli in Borsa di Montepaschi e Mediobanca. Tra le ambizioni del piano al 2030 e il possibile ritorno di Corrado Passera, il governo Meloni annuncia il disimpegno totale

Quando si dice il calendario. Non è stata la più felice delle coincidenze che l’audizione davanti alla Commissione parlamentare sulle banche del procuratore di Milano, Marcello Viola, e del pm Roberto Pellicano, si sia tenuta proprio alla vigilia della presentazione del piano industriale del gruppo bancario che sta nascendo dall’integrazione tra Mps e Mediobanca. La tesi della procura sul presunto “concerto” nella scalata di Siena a Piazzetta Cuccia è nota, ma sentire indicare dalla voce dei magistrati l’ad Luigi Lovaglio come un “concorrente esterno” all’azione di concerto, ipotesi di reato per la quale sono indagati Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri (Delfin), può avere pesato sull’umore degli investitori che ieri hanno venduto a raffica sia il titolo Montepaschi che quello di Mediobanca (entrambi hanno perso in Borsa circa il 7 per cento). Eppure, le aspettative erano l’esatto opposto. Un piano che promette di realizzare le sinergie annunciate, che si impegna a macinare 3,6 miliardi di profitti cumulati per il 2030 e a distribuire 16 miliardi di dividendi agli azionisti doveva essere festeggiato dal mercato e non penalizzato. C’è stato, probabilmente, anche qualcosa del piano stesso che non ha convinto come il fatto che non sono stati ancora resi noti i dettagli della fusione e del delisting di Mediobanca, oppure, come hanno spiegato alcuni analisti, che gli obiettivi fissati, compresa un’espansione internazionale, sono apparsi molto ambiziosi e senza i necessari dettagli di esecuzione, ma è l’incertezza nella governance l’incognita che pesa sul futuro del nuovo gruppo. Lovaglio è, almeno fino ad oggi, il candidato favorito alla guida di Mps-Mediobanca: nei suoi confronti hanno mostrato apprezzamento sia il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sia Francesco Milleri.

 

Ma la sua posizione non è così scontata e di fatto potrebbe emergere un nome alternativo nell’ambito della stessa lista del cda (nella nuova versione prevista dal Decreto Capitali) che l’attuale board deve approvare e portare all’assemblea del 15 aprile per il voto. Nel week end sarà definito il perimetro dei papabili consiglieri: 20 in tutto su 15 posti disponibili, che scendono a 13 se si considerano i tre posti che saranno appannaggio della lista Assogestioni che rappresenta i fondi. Proprio ragioni reputazionali che riguardano l’attuale ad sono state al centro di un confronto, anche aspro, tra soci. E nei giorni scorsi è circolato il nome di Corrado Passera come presidente della banca, e forse non solo, ma poi questa ipotesi non ha trovato riscontri. E’ sicuro che Passera accetterà di fare parte dei 20 candidati senza la garanzia, che un profilo come il suo richiede, di potere svolgere un ruolo apicale? E che cosa succederà se una volta in assemblea ci fosse qualche altro candidato della lista del cda più votato di Lovaglio? Gli occhi, oltre che su Passera, sono puntati su l’ad di Acea Fabrizio Palermo e su Carlo Vivaldi, attualmente consigliere del board di Mediolanum ed ex di Unicredit. Tutte domande che si affollano nella testa degli investitori che sulla governance del terzo polo bancario italiano vorrebbero essere rassicurati. In più, c’è il ruolo sempre più defilato del governo. In un’intervista a Bloomberg, la premier Giorgia Meloni ha dichiarato che l’esecutivo “ha terminato il suo ruolo” in Monte dei Paschi di Siena e che in futuro non sarà coinvolto nella governance e nelle decisioni strategiche che riguardano l’istituto di credito, leggi anche l’eventuale tentativo di prendere il controllo di Generali. Del resto, il Mef, oggi, detiene il 4,9 per cento di Mps, percentuale che per effetto della fusione con Mediobanca si diluirà così come le quote degli altri grandi soci. Per Meloni, il governo ha gestito con successo questo complicato dossier ma ora non intende partecipare neanche alla nomina dei nuovi amministratori. Una presa di distanza sulla quale non è escluso abbia influito proprio l’indagine della magistratura milanese e le critiche delle opposizioni sul ruolo svolto da Palazzo Chigi nel risiko bancario (anche se in verità la posizione del Mef, raccontata più volte anche da questo giornale, è sempre stata questa: sì all’operazione su Mps, e poi, al momento giusto, far uscire il Mef dall’azionariato). Eppure, Viola ha tenuto a specificare che la procura “non punisce enti pubblici o sfere di influenza, non punisce atteggiamenti che mirano ad avere potere politico su certi istituti bancari” ma punisce eventualmente soggetti che mirano al “governo concreto della società” attraverso acquisti di partecipazione rilevanti quando non dichiarino il loro intento. Come per dire, non è un processo politico, ma tecnico-finanziario, sempre che si riesca a provare il concerto.

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