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il report
Come va l'approvvigionamento di materie prime critiche dell'Ue (spoiler: non benissimo)
Litio, nichel e rame sono essenziali per la transizione verde. Ma secondo la Corte dei conti Ue, "la diversificazione delle importazioni non ha prodotto risultati tangibili e strozzature ostacolano la produzione il riciclaggio". L'analisi
Nonostante il cambio di approccio al Green deal, la transizione energetica rimane un tema importante per l’Unione europea. La strada per raggiungerla, però, è ancora lunga. Soprattutto per quanto riguarda l’approvvigionamento di materie prime critiche necessarie a sostenere la produzione delle componenti necessarie. Secondo un report della Corte dei conti europea, infatti, l’Ue sta riscontrando difficoltà su questo fronte. Anzi, è piuttosto probabile che i vari target individuati da Bruxelles non raggiungano i risultati prefissi in tempo utile.
Il 2050 è il termine entro cui le emissioni dovranno essere azzerate, mentre si dovrà riuscire a produrre almeno il 42,5 per cento della propria energia da fonti rinnovabili già entro il 2030. La maggior parte dei materiali necessari è attualmente concentrata in uno o in un ristretto gruppo di paesi al di fuori dell’Ue come la Cina, la Turchia e il Cile. Ecco perché nel 2024 è stato adottato un regolamento teso proprio a slacciare la dipendenza con questi stati e assicurare in maniera stabile all’Europa 26 minerali necessari. Fra questi spiccano litio, nichel, cobalto o rame: materie prime indispensabili per far muovere le turbine eoliche e far funzionare i pannelli solari.
Nella mappa qui sotto ci sono i principali fornitori dell’Ue per 18 delle 26 materie prime critiche importanti per la transizione energetica, per le quali oltre il 25 per cento dell’approvvigionamento (per il periodo 2016-2020) è concentrato in un paese A distanza di due anni, “gli sforzi di diversificazione delle importazioni non hanno ancora prodotto risultati tangibili”, rileva la Corte.
Negli ultimi cinque anni sono 14 i partenariati strategici sulle materie prime sottoscritti da Bruxelles, intesi a sviluppare catene del valore integrate anziché incentrarsi sulla semplice estrazione di materie prime. Sette di questi, però, sono in paesi con scarsi punteggi di governance, stabiliti sulla base di criteri come “stabilità politica e assenza di violenza/terrorismo” e “controllo della corruzione”. Come, ad esempio, Repubblica democratica del Congo, Ruanda, ma anche Kazakhstan e Uzbekistan. “Gli sforzi di diversificazione delle importazioni devono ancora produrre risultati tangibili e le strozzature ostacolano i progressi nella produzione e nel riciclaggio a livello nazionale”.
La produzione di materie prime critiche richiede le fasi di esplorazione, estrazione e trasformazione. Per ognuna di queste categorie, l'Ue si mostra ancora ben lontana dai target fissati da Bruxelles.
Per il regolamento del 2024, almeno il 25 per cento del consumo di materie prime strategiche dovrà provenire da fonti riciclate entro il 2030. al momento della fissazione del valore-obiettivo, la relativa capacità si aggirava intorno al 12 per cento, ossia a metà strada. A oggi, però, solo 7 dei 26 materiali necessari hanno tassi di riciclaggio compresi tra l’1 e il 5 per cento, mentre 10 di essi non sono riciclati affatto. La Corte di Lussemburgo indica bassi tassi di raccolta, principalmente causati da una scarsa separazione e raccolta dei flussi di rifiuti ricchi di materie prime critiche (come quelli elettronici), ma anche dal fatto che questi rifiuti vengono spesso esportati, riducendo la capacità dell’Ue di recuperare i materiali critici e riciclarli a livello nazionale. Ad appesantire ulteriormente i riciclatori europei ci sono poi gli alti costi di trattamento (dall’energia alla manodopera), oltre a ostacoli tecnologici e normativi che ne compromettono la competitività. Tutto di guadagnato per i riciclatori che operano in Cina, avvantaggiati anche dal basso costo del lavoro. Influisce sulla concorrenza anche il fatto che i materiali vergini sono spesso meno costosi delle materie prime critiche riciclate, ed è questo uno dei motivi che ha spinto nel novembre scorso il settore italiano dei riciclatori e rigeneratori di materie plastiche a fermare i propri impianti.
Bruxelles punta anche sul potenziamento dell’estrazione interna di materiali strategici al fine di coprire il 10 per cento del proprio consumo. Ed effettivamente la capacità di estrazione interna media copre circa l'8 per cento del consumo annuo dell’Ue. Peccato che per molti materiali singoli, come la grafite naturale o gli elementi delle terre rare, “l’Ue è lungi dal raggiungere il livello-obiettivo”. Discorso analogo anche per quanto riguarda la trasformazione: secondo la Corte, negli ultimi anni questa capacità si aggirerebbe intorno al 24 per cento, percentuale anch’essa ben lontano dal valore-obiettivo del 40 per cento.
Affianco a estrazione e trasformazione, la produzione di materie prime critiche richiede anche una fase di esplorazione di giacimenti nell’Ue. Attività che, tuttavia, rimane sottosviluppata. E anche quando vengono individuati nuovi depositi, ci possono volere fino a 20 anni perché un progetto minerario dell’Ue diventi operativo. Di questo passo, Bruxelles “rischia di essere intrappolata in un circolo vizioso – avvisa la Corte – in quanto la mancanza di approvvigionamento ostacola lo sviluppo di progetti di trasformazione”, erodendo la possibilità di raggiungere gli ambiziosi target per tempo.
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