Gli anelli olimpici proiettati in piazza del Duomo a Milano (foto LaPresse)
i conti
Quanto valgono i Giochi olimpici di Milano-Cortina 2026
Vive ancora lo spirito olimpico in tempi in cui sembra prevalere come suo opposto lo spirito trumpiano? Che cosa resterà dell'edizione al via venerdì prossimo. Un’indagine sulle ultime Olimpiadi invernali
Legacy, ecco la parola chiave per le Olimpiadi del Ventesimo secolo o meglio del 29esimo, se partiamo dal 776 avanti Cristo con i primi giochi di Olimpia. Lo si ama dire in inglese anche se è altrettanto chiara la traduzione italiana: lascito, eredità in senso lato, nel nostro caso quel che resta quando il sacro fuoco passerà ad altre torce. Vale per il passato e per il presente, per le competizioni invernali di Milano-Cortina 2026 che si aprono venerdì in pompa magna, come per quelle che si terranno fra due anni a Los Angeles, Donald Trump permettendo. La legacy ha due volti: uno hard e uno soft. Il primo mostra gli impianti, gli stadi, gli alloggi, le infrastrutture in genere, tutto ciò che si vede a colpo d’occhio, del quale si occupano tv e giornali, la Corte dei conti e l’ultimo spettatore che paga il biglietto. Il volto soft rimane per lo più nell’ombra eppure ha un valore altrettanto grande, intangibile, difficile da calcolare in soldi, ma che forse è il più fruttuoso se non proprio il più importante, un valore che parte da quel che si chiama lo spirito olimpico.
Non quello di Charles Pierre de Frédy, barone di Coubertin, colui il quale si è inventato questo circo che ormai è il più grande e duraturo tra tutti gli spettacoli di massa ai quali ci ha abituato nel bene e nel male il Novecento. No, l’importante non è partecipare, non facciamo i sepolcri imbiancati, l’importante è vincere la medaglia d’oro; quella d’argento non se la ricorda nessuno; quella di bronzo sembra una beffa del destino. Vincere, ma il traguardo è uno solo, uguale per tutti, viene tagliato da chi è più bravo e più forte, gioca pulito secondo le regole, apprezza gli avversari, si congratula con gli sconfitti, condivide la sua gioia con chi ha pagato per andarlo ad applaudire.
Ecco il vero spirito olimpico che non ha nulla a che vedere con la sopraffazione, l’imbroglio, la menzogna, i trucchi e tanto meno con il dileggio, lo scherno, la derisione del debole, l’emarginazione del perdente, la vocazione vile dei Maramaldo bravo a infierire su chi è già morto. Il looser non va gettato tra i rifiuti sociali, perché domani potrà diventare vincitore, provando e riprovando, fallendo e ricominciando, fallendo meglio come ha scritto Samuel Beckett. Chi dissente non va maltrattato, imprigionato, ucciso come è successo a Minneapolis. Lo spirito olimpico è l’opposto di quello spirito trumpiano che vorrebbe diventare dominante in questo tempo in cui “la parola innocente è stolta” e “chi ride, la notizia atroce non l’ha ancora ricevuta”. Anche per questo o forse soprattutto per questo le Olimpiadi sono importanti, vanno salutate con rispetto e bisogna augurarsi che siano un successo, a cominciare da questi giochi di neve e ghiaccio tra Milano e Cortina d’Ampezzo. Con buona pace dei No Oly (Olympics) che si sono fatti sentire come sempre, ma finora senza troppi clamori.
Molte le edizioni virtuose, ma molti i flop, come vedremo. Tra le migliori viene ricordata ancor oggi l’edizione di Roma del 1960. E pensare che la capitale d’Italia è stata scartata per i giochi del 2024 niente meno che da chi governava la città. Certo, oggi milanesi e veneti dovrebbero ringraziare Virginia Raggi che rifiutò le “Olimpiadi del mattone”, così le chiamò in una imbarazzante conferenza stampa dopo aver evitato per ripicca un incontro in extremis con Giovanni Malagò allora presidente del Coni, il Comitato olimpico italiano. Senza quel No, il Lombardo-Veneto non avrebbe potuto candidarsi.
La piramide olimpica vede al vertice il Cio (Comité International Olympique, la sede è a Losanna, in Svizzera, la lingua ufficiale è il francese), che detiene tutti i diritti dell’evento. Non è però lui il diretto organizzatore, infatti incarica la città designata con un accordo ufficiale che determina anche le regole da seguire. E’ lo “Host City Contract”, il contratto della città ospitante (in questo caso si usa l’inglese) che si affida a un comitato per gestire tutto, dalla comunicazione alla vendita dei biglietti, passando per sicurezza, ospitalità, logistica, accreditamento di atleti e spettatori. Il braccio operativo per Milano Cortina è una Fondazione qualificata dal governo come ente di diritto privato, una scelta osteggiata dalla magistratura (la Gip milanese Patrizia Nobile l’ha considerata una “privatizzazione mirata” e ha fatto ricorso alla Corte costituzionale). Buona parte dei finanziamenti arriva direttamente dal Cio che re-investe i suoi ricavi derivati per il 61 per cento dai diritti televisivi e per il 30 per cento dagli sponsor. Ma attenzione, le infrastrutture sono pagate con fondi pubblici. Nel caso delle prossime olimpiadi invernali è stata costituita la Società Infrastrutture Milano Cortina (Simico S.p.A.), partecipata dai ministeri dell’Economia e dei Trasporti, dalle regioni Lombardia e Veneto, dalle province autonome di Trento e Bolzano. Proprio la spesa a carico dei bilanci statali è storicamente al centro delle polemiche. In particolare, è stata messa nel mirino la nuova pista di bob, skeleton e slittino a Cortina, con un costo previsto attorno ai 120 milioni di euro.
Le spese dirette per i prossimi Giochi olimpici e paralimpici sono stimate in 5,72 miliardi di euro, con un aumento rispetto alle stime iniziali, coperto in gran parte da fondi statali. I costi organizzativi ammontano a 1,9 miliardi di euro, tre miliardi e mezzo riguardano le infrastrutture, la maggior parte (2,8 miliardi) opere pubbliche che restano. I ricavi si vedranno solo alla fine. I prezzi dei biglietti variano dai 30-90 euro per le qualificazioni, 80-180 per le finali tecniche, fino a 120-450 euro per le finali di sci e pattinaggio, con picchi elevati per le cerimonie (fino a oltre 2 mila euro). Non c’è olimpiade che non abbia suscitato polemiche, anche quelle che sono poi risultate un successo sotto tutti gli aspetti, compresi quelli economici.
Virtuosi e peccatori
Nel libro nero di Olimpia vanno scritte con inchiostro rosso le edizioni di Atene 2004 per gli imbrogli del governo che ha truccato il bilancio dello stato; Rio 2016, devastata dalla corruzione brasiliana; Tokio 2020 per colpa della pandemia. Le migliori anche per il loro lascito sono state Barcellona 1992, Los Angeles 1984 e Roma 1960. Sì, alla faccia di Virginia Raggi della quale per fortuna i romani si sono liberati. Scusate l’insistenza, ma è uno dei più chiari esempi di autolesionismo grillino.
Secondo l’Università di Oxford è difficile calcolare costi e benefici. Se si considerano solo impianti, organizzazione e logistica, la cifra media è di circa 5,2 miliardi di dollari per i giochi estivi e 3,1 miliardi per quelli invernali (ai valori del 2015).
Un caso ricordato come tra i peggiori della storia è quello di Montreal 1976: presentati come una grande opportunità a basso costo per la città e per il Canada, i Giochi superarono il budget preventivato del 720 per cento, costringendo i cittadini a pagare tasse aggiuntive per 30 anni per poter rientrare dell’enorme debito maturato dalla città. Per i giochi estivi di Tokio ufficialmente sono stati spesi 13 miliardi di dollari: 7,9 miliardi per la realizzazione delle infrastrutture, sia temporanee che permanenti, e 4,8 miliardi per tutte le spese operative. Vari enti di ricerca però stimano il costo reale attorno ai 28 miliardi di dollari, cioè oltre il doppio rispetto al bilancio dichiarato ufficialmente. I giochi invernali di Sochi sul Mar Nero nel 2014 mentre Putin si annetteva la Crimea, hanno superato i 20 miliardi, più di Londra due anni prima (circa 15 miliardi) o di Barcellona nel 1992 (10 miliardi di euro), edizione costosa, ma con una legacy estremamente positiva, ancor oggi ricordata come esemplare.
Quanto sia costata l’edizione di Pechino 2008 non è chiaro (lo stesso vale per i giochi invernali del 2022, come sempre le stime ufficiali cinesi vanno prese con le molle). Allora il lascito è stato soprattutto politico: il regime ha voluto mostrate la potenza raggiunta dalla nuova Cina, un modello di successo da schiaffare in faccia a quello occidentale sconquassato dalla grande crisi finanziaria. Chi come me c’era, è rimasto abbagliato dalla sontuosissima e suggestiva cerimonia d’apertura così come dalla spettrale metropoli la cui vita era stata per così dire congelata, mentre vere e proprie quinte teatrali coprivano lo hutong vicino a piazza Tiananmen. Ben peggiore la legacy di quattro anni fa quando Pechino mostrava la sua faccia arcigna.
Los Angeles vuole ripetere il modello del 1984. Il bilancio si chiuse in utile anche perché la città utilizzò molte strutture esistenti e soprattutto i diritti televisivi e le sponsorizzazioni furono una vera manna. Sostenibilità è la parola d’ordine per il 2028 secondo la sindaca, la democratica Karen Bass, ma sono stati investiti 20 miliardi di dollari per il trasporto pubblico urbano che nella città degli angeli è storicamente scarso e 14 miliardi per l’aeroporto internazionale che lascia a desiderare, se vogliamo essere diplomatici. Ecco dunque la questione di fondo: in quale colonna della partita doppia inserire questi costi collaterali i cui benefici si vedranno soprattutto nel tempo?
Lo studio di Oxford si è soffermato soprattutto sul caso di Londra 2012. “Il problema centrale – scrive – è misurare la legacy per calcolare l’effetto netto”: quanto riguarda in modo specifico l’evento e quanto sarebbe stato speso comunque in un modo o nell’altro per soddisfare dei bisogni urbani? Le Olimpiadi diventano così la cartina di tornasole che fa precipitare la reazione chimica.
La difficoltà di calcolare costi e benefici. Il cantiere diffuso delle Olimpiadi invernali 2006: sono rimaste le opere strutturali torinesi e un capitale umano che prima mancava. Inalpi Arena, il maggior successo della riconversione olimpica
Prendiamo Parigi 2024: per allestire i giochi si sono messi a bilancio 4,9 miliardi dei quali oltre un miliardo e mezzo per il villaggio olimpico che ha lasciato insoddisfatti gli atleti ed è stato trasformato in 2.800 appartamenti, uffici per 6.000 lavoratori, parchi, negozi e servizi vari. Ma non si può ignorare la sicurezza con 30 mila poliziotti per le vie della città, oppure la discussa bonifica della Senna. Tutto sommato si arriva oltre i 10 miliardi per les jeux verts, i giochi verdi come li hanno chiamati i francesi.
Torino vent’anni dopo
Le Olimpiadi invernali del 2006 sono state un gran cantiere diffuso nel territorio. Furono costruiti o ristrutturati una decina di impianti, in sette diverse località della provincia di Torino oltre al capoluogo: Bardonecchia, Cesana, Pragelato, Pinerolo, Sestriere e Sauze d’Oulx. Le sedi dello sci alpino, a Sauze e Cesana, prevedevano strutture meno invasive e che si sarebbero potute poi smantellare; uno degli impianti di Torino, il Padiglione Giovanni Agnelli di Torino Esposizioni, fu pensato come temporaneo; cinque altri impianti sono oggi dismessi o demoliti. Bisogna poi aggiungere tre villaggi olimpici, per atleti e media, a Torino, Bardonecchia e Sestriere, un paio di strutture polifunzionali e ricettive a Pragelato e Cesana.
Sono rimaste le opere strutturali torinesi: la prima linea della metropolitana; l’interramento del passante ferroviario cittadino, che ha permesso la costruzione di una nuova area urbana chiamata Spina Centrale; la pedonalizzazione di piazza San Carlo e di varie zone del centro; il rinnovamento dell’area intorno allo Stadio Olimpico (ex Stadio Comunale, ora utilizzato dal Torino Calcio), oltre a diffusi interventi di restauro e recupero di strutture esistenti. Alcune delle strutture olimpiche sono diventate di proprietà pubblica, come l’Oval Lingotto, che ha ospitato il pattinaggio di velocità e ora fa parte dell’area fieristica, dove fra l’altro si svolge il Salone del Libro. Altre sono passate a società private, che continuano a utilizzarle, come i palazzi del ghiaccio di Pinerolo e di corso Tazzoli.
Per gestire un gruppo consistente di strutture venne creata la Fondazione 20 Marzo 2006, con Regione Piemonte, Comune di Torino e Città Metropolitana, oltre al Coni (lo stesso modello applicato a Milano Cortina). Nel 2009 venne indetta una gara d’appalto per la loro gestione trentennale, vinta dalla multinazionale statunitense LIVE Nation Entertainment, la maggiore società al mondo nell’organizzazione di concerti ed eventi. Fu creata quindi una società specifica, la Parcolimpico Srl, di cui LIVE Nation possedeva il 70 per cento delle quote (salite in seguito al 90 per cento), mentre la parte restante era della Fondazione 20 Marzo 2006.
Gli impianti maggiori ed economicamente più interessanti di questo lotto erano i due palasport torinesi, il palazzetto Olimpico (noto anche come PalaIsozaki, dal nome dell’architetto che lo progettò, e oggi chiamato Inalpi Arena) e il Palavela. Ma ne facevano parte anche una porzione del villaggio olimpico di Torino, la pista da bob e quella da biathlon di Cesana, lo stadio del salto di Pragelato, l’half pipe (una specialità dello snowboard) di Bardonecchia, e tre strutture ricettive poi riconvertite a hotel a Cesana, Bardonecchia e Pragelato.
La gestione trentennale di Parcolimpico, che scadrà nel 2039, prevede lo sfruttamento commerciale delle strutture, con obblighi diversi a seconda del tipo: per gli impianti in quota l’obbligo di utilizzo è parziale e solamente estivo. Dopo lavori di ammodernamento l’Inalpi Arena è riuscita a diventare flessibile. La sua è probabilmente la storia di maggior successo della riconversione olimpica: la collaborazione con LIVE Nation ha portato a Torino concerti di artisti popolari, ma soprattutto struttura e dimensioni (oltre 15.500 posti) la rendono appetibile e con poche rivali in Italia per i grandi eventi sportivi al chiuso. Dal 2021 fino al 2025 si sono giocate e giocheranno lì le Atp Finals di tennis, uno degli eventi più importanti dell’anno. Nel 2023 l’Inalpi Arena è stata sede delle finali della Champions League di pallavolo, negli ultimi due anni delle Final Eight di Coppa Italia di basket maschile.
La pista di bob a Cesana, invece, è oggi un rudere. Diciannove curve, oltre un chilometro di lunghezza su un dislivello di 144 metri, è una struttura imponente, circondata da una rete e chiusa al pubblico dal 2011. Costò 110 milioni e fu utilizzata per una ventina di eventi per meno di sei anni: nel 2012 vennero svuotate le 50 tonnellate di ammoniaca necessarie per la refrigerazione e rimane utilizzabile solo il “pistino” di spinta, al coperto. La pista aveva costi di gestione da 1-1,5 milioni di euro l’anno, fu oggetto di furti (rame, principalmente). Ma i praticanti di questi sport sono troppo pochi per sostenere i costi. Impianti del genere, come anche quello del salto con gli sci, diventano obsoleti nel giro di due edizioni delle Olimpiadi e andrebbero smantellati entro dieci anni.
I valori di Olimpia
Che cosa serve per gestire un evento e lasciare dei buoni frutti? Se lo chiede lo studio dell’Università di Oxford e conclude che in definitiva molto, quasi tutto, dipende da chi li guida, a cominciare dai manager. “Gli eventi sportivi sono più complessi di quello che molti pensano. Un prerequisito è la capacità di integrare i giochi e le competizioni con le loro dimensioni culturali, sociali ed economiche”. Il successo consiste nei risultati sul campo, vittorie individuali, trofei, record e prove atletiche. Ma l’esito è legato al coinvolgimento di tutti gli attori, i partecipanti, le comunità in senso più ampio. “Tutto ciò va ben oltre i calcoli economici. Lo sport è per propria natura una costruzione sociale intimamente connessa con i suoi legami culturali e con i valori che gli atleti e i manager trasmettono ai loro fan e alla comunità”.
E’ d’accordo anche il professor Dino Ruta docente alla Sda, la scuola di management dell’Università Bocconi, grande esperto di eventi e di sport, il quale insiste nel sottolineare l’importanza del lascito intangibile: gli impatti sociali, politici, sportivi e quelli legati al capitale umano, che vanno dalla formazione di base fornita ai volontari alle competenze manageriali altamente specializzate. Tutte conseguenze positive che si possono ottenere in un territorio esclusivamente attraverso una buona ed efficiente organizzazione, non con il mero investimento di denaro. “Un’altra distinzione – aggiunge Ruta – dovrebbe essere fatta tra legacy pianificata, che significa integrare un grande evento nella più ampia strategia di trasformazione di una città o di una regione, e legacy emergente, che consiste negli effetti non pianificati generati dall’evento stesso e che di solito emergono nel lungo periodo. Per esempio, in Italia, a partire dalle Olimpiadi di Torino del 2006, si sono sviluppate competenze nuove, reti e capitale umano che prima mancavano”.
Sia chiaro, costruire impianti resta fondamentale. In particolare per l’Italia che è rimasta ancora molto indietro. Ciò significa aumentare, migliorare, potenziare tutte le strutture sportive oggi decisamente carenti, superate, talvolta fatiscenti. E lo si deve fare anche coinvolgendo azionisti privati specializzati in grandi eventi o nella gestione di impianti per spettacoli di massa. Ruta cita l’impietoso confronto con paesi pur così diversi come Polonia e Turchia, che sono andati ben più avanti dell’Italia. Se fosse questo il solo parametro i Giochi sarebbero dovuti andare a loro. Tuttavia è altrettanto importante quel che possiamo chiamare il soft power olimpico. Lo studio di Oxford enumera un lungo elenco di meriti: la competizione equa, l’eccellenza, la solidarietà, la tolleranza, il rispetto la responsabilità, l’amicizia, l’impegno, lo spirito di squadra, il senso di appartenenza. Sono valori positivi in contrasto con quelli negativi come violenza, sopraffazione, imbroglio, corruzione. I Giochi olimpici insomma sono giochi di valori. Questo ci riporta al punto dal quale siamo partiti che ai lettori poteva sembrare puramente polemico e un bel po’ retorico. Ma se lo dice Oxford?