Il racconto

Storia del no del M5s ai Giochi. E Raggi disse: "Facciamo a Roma solo le Paralimpiadi?"

Per il Movimento il rifiuto fu una questione ideologica motivata da un mix folle: Mafia Capitale, l'ombra dei palazzinari, Renzi e Malagò. Tutto svanito. E i Giochi vanno a Parigi

Simone Canettieri

Il meccanico di Dibba, le telefonate minacciose di Grillo, gli sguardi interdetti dei vertici del Coni: così 5 anni fa la sindaca diede un calcio alle Olimpiadi. Adesso è rimasta da sola nel suo partito a difendere quella scelta

Appena eletta sindaca, prima di certificare il suo no in conferenza stampa, Virginia Raggi iniziò, seppur lievemente, a tentennare. Non era abituata alle pressioni. E in una riunione riservata con i vertici del Coni se ne uscì con una domanda rivelatrice: “Ma non si potrebbero fare a Roma solo le Paralimpiadi?”. I presenti aprirono le braccia, strabuzzarono gli occhi e scossero la testa: “No, sindaca: o tutto o niente”.

Erano i giorni che precedevano il gran rifiuto ai Giochi. Quelli in cui Alessandro Di Battista chiedeva consigli al suo meccanico (ma anche all’edicolante e al fruttivendolo) e Beppe Grillo chiamava la sindaca al telefono: “Se dici di sì, ti tolgo il simbolo del M5s, i consiglieri ti sfiduciano, e vai  a casa”. E’ andata come si sa. Oggi, a due mesi dal voto, Raggi darebbe l’ok perfino al campionato di lancio dell’asteroide sui Fori imperiali. 

Ma, guardandosi indietro, Virginia Raggi continua a essere fiera del suo “no” alle Olimpiadi del 2024, quelle che stanno già mandando in brodo di giuggiole Parigi e la Francia (“ah, les italiens!”).  D’altronde non potrebbe dire altro, la sindaca. Se non che “all’epoca non potevamo permettercele”, come ribadisce, sola soletta, mentre l’Italia le ricorda il suo peccato originale. 

Il “no” ai Giochi fu il primo atto politico della grillina: 21 settembre 2016. Nel frattempo, il mondo è cambiato e il M5s più di tutti (esiste un campionato mondiale di abiura?). Raggi dunque in questi giorni non può che tenere il punto e sperare che si inizi a parlare di caldo con l’allarme Lucifero nelle grandi città.  

 

Intanto nel suo partito tutti – a partire da Giuseppe Conte – fischiettano su quel “no” così ideologico. E  guardano altrove, mentre postano sui social le foto di Jacobs, figlio del vento. Ma come andò sul serio quella storia?

Quando uscì l’ipotesi della candidatura di Roma ai Giochi del 2024 (governo Renzi) il M5s fece e disse la cosa più semplice: si oppose. Era l’epoca della scatoletta di tonno e delle conferenze stampa sui tetti di Montecitorio. E  Beppe Grillo, che oggi parla con il premier Draghi di giustizia, schierò subito il suo sacro blog con una serie di post violentissimi: “I Giochi? sarebbero la manna per Mafia Capitale”. Stop. Una sentenza rilanciata con una foto di cinque manette al posto dei cinque cerchi. Un no, quello dell’allora  padre padrone del Movimento, motivato con battute  di questo tipo: “Le Olimpiadi? Sì, del tiro del ratto, del salto della buca nell’asfalto, del salto del tornello della metro, del lancio della monnezza fino al tiro al bersaglio al Campidoglio”.

E giù tutti i grillini a ridere, senza pensare alle curve della storia.  All’epoca, nel 2015, il M5s contava su quattro consiglieri d’opposizione in Campidoglio e Ignazio Marino era stato già scosso dall’inchiesta Mondo di mezzo. Dunque l’ombra di Mafia Capitale, il terrore del partito del mattone, più il sigillo del governo Renzi con la sponda teverina del Coni di Giovanni Malagò diventarono argomenti da bar e Facebook: “Sarà il nuovo sacco di Roma”.

 

Seguiranno il licenziamento di Marino dal notaio, la fase commissariale del prefetto Francesco Tronca e le elezioni. Visto che il Pd, con Roberto Giachetti, si schierava per il sì, il Movimento insistette sul “mai!”. Portando studi e dati di altre città che avevano pagato caro, il conto con le Olimpiadi. Tutto molto facile e lineare. Fino all’elezione di Raggi che si trovò subito alle prese con la solita domanda: “Allora, i Giochi?”. Qui inizia il ruolo del Coni, sicuro  di avere già in tasca il biglietto per il 2024. E quindi pronto a giocarsi qualsiasi carta pur di ottenere il via libera dal Comune.

Al punto che Malagò proporrà a Raggi di nominare lei i membri del comitato promotore (“se il problema è Montezemolo”) e di essere disponibile a rivedere tutto il piano delle opere da realizzare. Niente da fare. Era una questione identitaria, come il no allo stadio della Roma a Tor di Valle, diventato poi un sì, ma con tanto di inchieste giudiziarie a corredo (lo stadio non esiste, ancora). Raggi a un certo punto, circondata da chi le riportava inviti alla cautela di tanti ambasciatori, iniziò a prendere tempo. “Parlerò dopo le Olimpiadi di Rio”. E una volta terminate: “Dirò la mia dopo le Paralimpiadi”.

Avendo paura della mala parata Grillo e Dibba strinsero la tenaglia sulla sindaca. Che un bel giorno, preferendo un minestrone in una trattoria dietro alla stazione Termini, diede buca a Malagò. Salvo presentarsi in conferenza stampa poco più tardi per annunciare la decisione: no. Seguirono gli osanna di tutti i grillini, gli stessi che adesso plaudono al miracolo Italia. Senza parlare di Roma, né di Raggi, rimasta da sola a rilanciare la scusa dei conti disastrati, delle buche, dei topi, della metro che non funzionava. Oggi come allora. “Ma adesso – dice – siamo pronti all’Expo 2030”. 
 

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.