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Crescita e lavoro

Pil e occupazione sono positivi, considerando i vincoli di demografia e produttività

Luciano Capone e Riccardo Trezzi

Gli ultimi dati Istat mostrano l'ennesima disconnessione tra mercato del lavoro e l'andamento dell'economia ma si inseriscono in un quadro superiore alle aspettative

Ieri l’Istat ha pubblicato i dati sull’occupazione relativi al mese di dicembre e la stima preliminare del pil per il quarto trimestre del 2025. Nel complesso, i numeri mostrano l’ennesima disconnessione tra l’andamento degli occupati e quello della crescita, sebbene opposta a quanto abituati ultimamente, ma si inseriscono in un quadro congiunturale che resta nel complesso positivo per una crescita del pil superiore alle aspettative: +0,7 per cento (destagionalizzato) in tutto il 2025. Finora, negli ultimi anni, avevamo registrato un forte aumento dell’occupazione a fronte di un andamento anemico del pil. Ora questa dinamica sembra invertirsi. 

Partendo dal mercato del lavoro, a dicembre si registra una diminuzione degli occupati pari a 20 mila unità su base mensile. Il calo riguarda gli uomini, i dipendenti a termine e la fascia di età compresa tra 25 e 49 anni. Alla riduzione degli occupati si accompagna una diminuzione delle persone in cerca di lavoro (disoccupati), pari a 15 mila unità, e un aumento degli inattivi di 31 mila unità. Il tasso di occupazione scende al 62,5 per cento, un bicchiere mezzo pieno considerando che la discesa della disoccupazione è trainata dall’aumento degli inattivi e non da un aumento degli occupati. In ogni caso, va ricordato che i dati diffusi dall’Istat sono frutto di metodi statistici di destagionalizzazione e sono soggetti a revisioni. Metodologie statistiche alternative indicano che la serie Istat attuale potrebbe sottostimare la crescita occupazionale. Secondo i dati ufficiali, nel quarto trimestre del 2025 l’occupazione risulta sostanzialmente stagnante (+15.273 unità) mentre altri metodi di destagionalizzazione suggeriscono una crescita intorno alle 20 mila unità al mese, pari a circa 60 mila occupati in più nel trimestre, ovvero quattro volte rispetto alla stima Istat.

Sempre ieri l’Istat ha pubblicato la stima preliminare del pil per il quarto trimestre del 2025. Nel periodo ottobre-dicembre l’economia è cresciuta dello 0,3 per cento rispetto al trimestre precedente e dello 0,8 per cento su base tendenziale. Si tratta di un risultato migliore delle attese e, nel complesso, coerente con un quadro congiunturale che continua a mostrare una certa vivacità. Come nel caso degli occupati, il dato va contestualizzato. La stima dell’Istat per l’output risente, tra le altre cose, anche del numero di giornate lavorative: nel 2025 se ne sono registrate tre in meno rispetto al 2024 e il quarto trimestre ha avuto due giornate lavorative in meno a quello precedente, un elemento che suggerisce cautela nella lettura dei numeri. Questo implica che il +0,7 per cento destagionalizzato, verosimilmente corrisponderà a un +0,5 per cento grezzo quando l’Istat diffonderà a marzo i dati su pil e indebitamento validi ai fini delle regole europee. La stima è in linea con quella del governo, ma gli ultimi dati migliori del previsto garantiscono con un sempre minore margine di errore il raggiungimento dell’obiettivo dichiarato dal ministroGiorgetti: un deficit 2025 non superiore al 3 per cento del pil e, quindi, l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione europea con un anno d’anticipo.

Come detto prima, i dati del quarto trimestre generano un’ennesima disconnessione congiunturale tra l’andamento degli occupati e quello dell’output. Negli ultimi due anni siamo stati soliti commentare dati di occupati che crescevano più dell’output (il cosiddetto “puzzle occupati-output” – vedasi Capone-Trezzi sul Foglio del 23 settembre 2025). In questo caso, invece, è il contrario: nel quarto trimestre l’occupazione risulta sostanzialmente piatta, mentre il pil mostra una dinamica decisamente più robusta. In condizioni normali, si tenderebbe a ritenere più affidabile la misura dell’occupazione rispetto a quella del pil poiché contare gli occupati è esercizio statistico meno complicato che stimare l’output del loro lavoro. Tuttavia, l’esperienza del periodo post Covid suggerisce maggiore prudenza: la qualità dei dati, non solo in Italia, appare inferiore rispetto al periodo pre-pandemico e le revisioni sono diventate più frequenti e rilevanti.

Per avere un quadro più completo sarà probabilmente necessario attendere revisioni future, già a partire dal prossimo mese (a gennaio l’Istat rivedrà la serie destagionalizzata degli occupati). Se si prendono però per buoni i dati attuali e ci si ferma al solo dato congiunturale, le interpretazioni possibili sono due: o l’occupazione verrà rivista al rialzo nei prossimi mesi, oppure la crescita dell’output riflette un aumento positivo della produttività (la terza ipotesi sarebbe una revisione al ribasso dell’output, cosa che però è meno probabile viste le continue revisioni al rialzo dello stesso negli ultimi anni). La prima ipotesi sarebbe favorevole, la seconda lo sarebbe ancora di più ed è in parte inaspettata.

Rimane infine una considerazione di fondo: dal 2021 a oggi il quadro congiunturale è stato più favorevole di quanto spesso riconosciuto. Il mercato del lavoro ha macinato record su record, e perfino il pil ha dato segni di vivacità. L’Italia ovviamente resta intrappolata dai suoi fondamentali (demografia avversa e bassa produttività), ma vi sono ormai pochi dubbi sul fatto che gli ultimi anni siano stati favorevoli. Per fare meglio bisogna rompere i vincoli strutturali, lavorando su demografia/immigrazione e produttività. Non è facile, ma il problema più grande è che non sembrano temi in cima all’agenda politica dei partiti, né di maggioranza e né di opposizione.

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