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Il Colloquio
L'Europa ha spostato la dipendenza del gas da Mosca a Washington, senza risolvere il problema
Oxford Economics avverte l’Europa: troppo vulnerabile, dipendente dal gas Usa, e con poche alternative. Parla Jack Reid
Quando l’Ue ha ridotto la dipendenza dal gas russo pensava di essersi resa più autonoma dalle costrizioni geopolitiche. E in parte è andata così: il Gnl americano ha aiutato l’economia europea, stabilizzando i prezzi e garantito forniture affidabili sostituendo i gasdotti chiusi da Putin. Ma nell’ultimo anno, da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, tra dazi e pretese sulla Groenlandia il contesto è cambiato. Per ora il gas non è entrato nel suo arsenale di ritorsioni commerciali: troppi interessi economici e vincoli legali in un mercato fatto di contratti e operatori privati. Eppure c’è un precedente: nel 2024 l’Amministrazione Biden congelò temporaneamente l’approvazione di nuove licenze per esportare Gnl. Allora le ragioni furono economiche e ambientali, ma oggi basta che aumenti la probabilità percepita di una “disruption” politica o produttiva del gas perché il mercato inizi a prezzare un rischio.
Oxford Economics ha dedicato uno studio, firmato dall’economista Jack Reid, alle vulnerabilità del mercato europeo del gas nei prossimi 12–18 mesi. In uno scenario di stress, un balzo del prezzo del gas pari a 10 dollari per Mmbtu (circa +30 euro per megawattora) ridurrebbe nel 2026 la crescita europea di circa 0,3 punti e l’inflazione aumenterebbe di circa 1,3 punti. Un colpo che rischierebbe far riapparire i fantasmi della stagflazione. “Il mercato europeo del gas è vulnerabile perché sta aumentando la dipendenza dagli Usa” dice Reid al Foglio. La quota americana nell’import Ue di gas è cresciuta dal 5 per cento nel 2021 al 23 per cento nel 2025, e raggiungerà il 30 per cento nel 2026. Iintanto l’Europa è sempre più “Gnl-izzata”: nel 2025 circa il 43 per cento del gas importato arriva via nave e aumenterà.
Questa trasformazione cambia la dinamica dei prezzi: i carichi di Gnl sono più “flessibili” perché una nave può essere dirottata o richiesta quando le scorte scendono. È per questo, sostiene lo studio, che si è indebolito il vecchio automatismo per cui inverno rigido e scorte in calo significavano automaticamente prezzi in salita. Il rovescio della medaglia, però, resta: con il phase-out dal gas russo che culmina nel 2027, la dipendenza si è spostata da Mosca a Washington senza eliminare la vulnerabilità. Nel 2025 gli Stati Uniti rappresentano circa il 23 per cento del totale delle importazioni Ue di gas (Gnl più pipeline) e circa il 60 per cento del Gnl importato in Europa.
Oxford Economics non scommette sul taglio unilaterale delle forniture, ma ricorda che nel breve le alternative sono limitate: le importazioni russe sono quasi interrotte e quelle norvegesi sono vicine alla capacità massima. “Il Qatar porterà online ulteriore capacità di export di Gnl nei prossimi anni”, dice Reid, “ma conta moltissimo la natura dei contratti: oggi una parte rilevante di quel gas va in Asia con accordi di lungo periodo”. Ma gli Stati Uniti potrebbero davvero interrompere le forniture? “Un embargo totale sarebbe un autogol economico per Washington – dice Reid –. Semmai la possibilità di deviare parte dei carichi altrove. Per l’Europa, l’esito sarebbe simile: prezzi d’importazione più alti”. Per questo c’è già chi a Bruxelles insiste sulla riduzione dell’uso di gas. Ma nel breve termine l’unico modo è ridurre la domanda, cioè i consumi. Nel medio termine, sostituire il gas con elettrificazione dell’industria e dei consumi domestici. Oppure cambiare l’offerta domestica aumentando l’energia nucleare, come in Francia.