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Contro il petropopulismo

Il ceo di Exxon spiega perchè il Venezuela è "uninvestable"

Luciano Capone

"Se consideriamo le strutture e i quadri giuridici e commerciali in vigore oggi, non è possibile investire in questo paese" dice il capo della petrolifera americana, indispettendo Trump. Tra petrolio pesante e istituzioni corrotte, il blitz per catturare Maduro ha reso la Guyana più attrattiva di Caracas

Nell’incontro alla Casa Bianca con altre 17 compagnie petrolifere globali, il ceo di Exxon Darren Woods è quello che ha indispettito di più Donald Trump per il suo commento sul Venezuela “uninvestable”: “Se consideriamo le strutture e i quadri giuridici e commerciali in vigore oggi , ci rendiamo conto che non è possibile investire in questo paese”, ha detto Woods. Eppure la più grande multinazionale petrolifera americana è già una delle maggiori beneficiarie del blitz di Trump. 

Exxon, infatti, è il principale produttore in Guyana, paese confinante con il Venezuela, dove una decina d’anni fa ha scoperto un importante giacimento. In pochi anni, dal 2020, il paese caraibico ha avuto un boom petrolifero: già oggi ha una produzione di 900 mila barili al giorno – pari a quella del Venezuela – e, sulla base del piano di investimenti attuale, si prevede un quasi raddoppio della produzione entro il 2030 (1,7 milioni di barili). A differenza del Venezuela, la Guyana è un paese politicamente stabile, che tutela i diritti di proprietà e quindi attraente per gli investimenti. Per giunta il suo petrolio è di qualità superiore a quello venezuelano e, con una popolazione di 800 mila abitanti (rispetto ai circa 28 milioni del Venezuela), ha esigenze energetiche ridotte: quasi tutta la produzione è destinata all’export.

L’unica minaccia agli affari di Exxon, e delle altre multinazionali che hanno investito nel paese, era proprio il regime di Nicolás Maduro, che ultimamente minacciava di annettere l’Essequibo, una regione pari a due terzi del territorio della Guyana, disabitata e densa di foreste tropicali, ma ricca di risorse naturali e appunto di petrolio offshore. Le tensioni erano così alte che pochi mesi fa Exxon aveva annunciato la possibilità di interrompere le operazioni nel giacimento di Stabroek .

L’operazione militare degli Stati Uniti in Venezuela, con la cattura del dittatore venezuelano e la sottomissione delle “autorità ad interim” di Caracas (così Trump definisce la nuova presidente venezuelana Delcy Rodriguez), ha pertanto reso più sicuro di prima l’investimento di Exxon e di altri operatori, rendendo la Guyana relativamente più attraente del Venezuela rispetto a prima. Perché il problema della strategia di Trump, che punta in breve tempo a sviluppare l’industria petrolifera venezuelana con un piano da 100 miliardi di investimenti, è che a Caracas le condizioni non sono migliorate molto.

Certo, alcune imprese come Chevron – che è già presente nel paese e non ha mai interrotto le sue operazioni – può incrementare la produzione, ma è difficile ipotizzare una corsa all’oro nero venezuelano. Exxon è stata chiara, le altre multinazionali meno. Probabilmente per non indispettire Trump – che sul social network Truth si definisce “Presidente provvisorio del Venezuela” – considerando che molte di esse vantano crediti miliardari accumulati con il regime di Hugo Chávez e poi di Maduro.

Ma le condizioni oggettive che rendono improbabile un boom dell’industria petrolifera venezuelana restano. Da un lato sicuramente la qualità inferiore del greggio venezuelano, extrapesante e carico di zolfo, con costi di produzione più elevati che rendono poco convenienti gli investimenti, soprattutto con un prezzo del petrolio attorno ai 50-60 dollari al barile. Poi c’è un degrado enorme delle infrastrutture, dovuto a decenni di sottoinvestimento, si pensi solo alla rete elettrica che costringe a bloccare gli impianti per i continui blackout. Secondo la stima di Rystad Energy servono investimenti per 53 miliardi di dollari per mantenere l’attuale produzione (900 mila barili) e 183 miliardi entro il 2040 per tornare a 3 milioni di barili, il livello di produzione pre–chavista. Ma le mancanze, che tengono lontani gli investitori, sono soprattutto di tipo istituzionale: nessuno ha fiducia in un paese senza legalità, caratterizzato da espropri, corruzione e incertezza politica, oltre che da una legislazione che sottrae alle imprese il 70-80 per cento dei profitti e il 90 per cento del flusso di cassa.

In questo contesto, non si possono pianificare enormi investimenti che necessitano un’orizzonte pluridecennale per essere ripagati. Meglio investire nella vicina Guyana, o in altri paesi del continente americano come Argentina, Brasile o Canada. Trump può rimuovere Maduro con un blitz militare, ma non può cancellare dai piani industriali e dalla memoria delle compagnie petrolifere 27 anni di “Socialismo del XXI secolo”.

 

 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali