L'analisi

La storia di una diga dice molto sull'approssimazione del governo e dei media

Giorgio Santilli

C'è un elenco infinito di sottotemi legato all'appalto della Diga foranea di Genova, dalla politica al diritto, dal Pnrr agli aspetti finanziari a quelli giudiziari e mediatici. Sette punti per fare chiarezza su quello che sta succedendo

C’è un elenco infinito di sottotemi esplosivi, dalla politica al diritto, dal Pnrr agli aspetti finanziari a quelli giudiziari e mediatici negli effetti che rischia di produrre la delibera 142 con cui il 20 marzo l’Autorità anticorruzione guidata da Giuseppe Busìa ha rilevato “criticità”, “non conformità” al codice appalti e alla disciplina legislativa, “profili di contestazione”, “insussistenza di presupposti” di urgenza per l’applicazione di deroghe, poteri eccezionali e corsie straordinarie, “mancate previsioni” e “non adeguato adempimento” nell’appalto della Diga foranea di Genova che è stato affidato dall’Autorità portuale dell’Alto tirrenico al consorzio “PerGenova Breakwater” guidato da Webuild e partecipato fra gli altri da Fincantieri.

 

 

Il tema principale è capire se la magistratura penale e quella contabile apriranno o meno un fascicolo sull’appalto di un’opera affidata a maggio 2022 a 825 milioni (932 con le riserve) che però dai documenti ufficiali aggiornati pure a maggio 2022 costa 1,3 miliardi. E se l’opera sia destinata a fermarsi o rallentare per contraccolpo a questa indagine. Tema enorme nel Paese in cui fare infrastrutture è un tabù da sempre. Eppure, l’agenda dei sottotemi rischia di risultare addirittura più pesante. 
 

Primo: in ballo c’è un tema politico sensibilissimo, ovvero lo smontaggio del “modello Genova” alimentato con un supercommissario (il sindaco Marco Bucci) e poteri in deroga a tavoletta, idolatrato non solo per i tempi di realizzazione del Ponte San Giorgio ma anche per le diramazioni collaterali del piano di rinascita della città.
 

Secondo: nella delibera Anac c’è, chiarissimo, un avvertimento che d’ora in avanti le opere collegate al Pnrr (anche indirettamente) non avranno più il lasciapassare totale dell’urgenza, ma saranno vivisezionate, anche a costo di saltare scadenze e perdere la faccia a Bruxelles.
 

Terzo: l’informazione italiana ama i titoloni come “l’Anac blocca i lavori” ma bisognerebbe almeno dire che l’Anac non ha questo potere e può, semmai, richiamare l’attenzione – oltre che della magistratura - della commissione Ue che non ammette nei suoi piani opere “in violazione della legge”. Un po’ poco per trarre indicazioni definitive.
 

Quarto: quasi tutti i titoli (ma paradossalmente la stessa delibera Anac in alcuni passaggi) dicono che la Diga foranea di Genova è un’opera inserita nel Pnrr: non è vero. L’opera gode delle semplificazioni del Pnrr perché inserita in un elenco del decreto legge 77/2021 ed è inserita nel Piano nazionale complementare al Pnrr (che la finanzia con 500 milioni). La differenza è abissale in termini di controlli UE, contabilizzazioni dentro Regis, scadenze temporali cogenti, eccetera. 
 

Quinto: se l’opera non è nel Pnrr la denuncia a Bruxelles sui cui conta l’Anac ha ancora la stessa forza o l’Autorità ha fatto un conto sbagliato?
 

Sesto: bisognerà verificare se il ministro Fitto – che con il recente decreto legge ha fatto del Piano nazionale complementare la vittima sacrificale per recuperare le risorse necessarie alla revisione del Pnrr disponendo tempi rigidi, già da aprile, per tagli e cancellazioni di tutte le opere del Pnc in ritardo o affette da problematiche gravi - manterrà questi propositi anche con un’opera tanto rilevante.
 

Settimo: a riconferma di un quadro politico, giuridico e finanziario patologicamente contraddittorio in Italia, e forse anche opaco, mentre l’Anac scoperchia il pentolone e affonda un colpo tremendo all’opera, almeno in termini di tempi di realizzazione, il governo nel decreto legge Pnrr infila 330 milioni di rifinanziamento utili evidentemente per aggiustare conti che non tornavano fra un’aggiudicazione a 825 milioni e un costo dichiarato di 1,3 miliardi; ma ce li infila alla chetichella, facendoli passare come rifinanziamento dello “sviluppo dell’accessibilità marittima” (e per fortuna stavolta la Ragioneria fa opera meritoria di trasparenza segnalando la destinazione dei fondi nella Relazione tecnica del comma 6 dell’articolo 1). 
 

Morale del racconto: l’opera non è Pnrr, la variabile decisiva è ancora una volta quella giudiziaria, l’illusione che i supercommissari risolvano tutti i problemi è destinata a svanire presto e la questione diventa tutta politica: al governo spetta di dire se vuole andare avanti confermando pure quei 330 milioni aggiuntivi oppure vuole mettere l’opera in letargo o almeno sul binario lento, inserendola nel lungo elenco in preparazione delle opere da sacrificare per motivi finanziari. Il ministro Salvini dirà certamente che si deve andare avanti, anche pefrché il suo vice Rixi ha puntato tutto sul rilancio di Genova, ma il pallino sul Piano nazionale complementare ce l’ha in mano Fitto.
 

Post scriptum. La Diga foranea è un’opera fondamentale per potenziare la capacità infrastrutturale del porto di Genova di ospitare navi lunghe come quelle che girano per il mondo a trasportare merci. Ovvero: non dovevamo essere il ponte della logistica fra il Mediterraneo e l’Europa? Mi sa che Rotterdam e Amburgo se la ridono.

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