Gregorio De Felice (Foto Ansa)

l'intervista

De Felice ci spiega cosa c'è dietro la crescita a sorpresa del pil italiano

Mariarosaria Marchesano

Gli investimenti di Industria 4.0 e gli incentivi all’edilizia hanno contribuito al rimbalzo economico dell'Italia: "Le imprese stanno dimostrando un dinamismo sorprendente", dice il capo economista di Intesa Sanpaolo. Ora è il momento di aumentare gli investimenti privati e la spesa del Pnrr

Qualcosa sta cambiando nelle prospettive di crescita dell’Italia, il nostro paese non è più fanalino di coda in Europa e l’impatto positivo del Pnrr è stato ancora molto limitato. Se i flussi di spesa legati al piano accelereranno tra il 2024 e il 2026 e se poi la nuova Commissione europea dovesse concedere la proroga di due anni per ultimare i progetti avremmo una maggiore potenzialità di crescita”. Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, spiega al Foglio cosa c’è dietro lo scatto in avanti dell’Italia che il centro studi da lui diretto, insieme con altri osservatori economici, stanno registrando in questo periodo: ci sono gli investimenti di Industria 4.0 e gli incentivi all’edilizia. “E’ innegabile che sia così, in particolare, è evidente l’accelerazione degli investimenti in macchinari, mezzi di trasporto e tecnologie: dal 2016 al 2023, l’Italia ha messo a segno un incremento del 35,7 per cento contro il 19,2 della Francia, il 14,3 della Spagna e appena il 4,5 della Germania. Le imprese stanno dimostrando un dinamismo sorprendente”. Poi, però, “nel 2023 la spesa effettiva finanziata dal Pnrr – osserva De Felice – è stata pari a soli 21,1 miliardi rispetto ai 40,9 attesi dal governo a fine 2022; occorre quindi un significativo cambio di passo a partire da quest’anno”.

Dunque, se qualcosa sta cambiando nelle serie storiche della crescita piatta dell’Italia, il merito non è tanto e non è ancora di Next Generation Eu quanto dell’impatto di altre misure nazionali che, però, almeno per quanto riguarda il Superbonus, sono irripetibili in futuro considerati i vincoli alla spesa pubblica che bisognerà rispettare col nuovo patto di stabilità europeo. “L’unico modo che ha il paese per proseguire su una traiettoria di crescita economica positiva è aumentare gli investimenti privati e del Pnrr”, insiste De Felice, che prevede il pil in aumento dello 0,7 per cento nel 2024 e dell’1,2 per cento nel 2025. Ma vediamo più da vicino che cosa sta accadendo e perché si può essere ottimisti sull’Italia senza dimenticare “che occorre mantenere la barra dritta sui conti pubblici”.

Mettendo a confronto la crescita cumulata tra il 2010 e il 2019 e quella tra il 2021 e il 2023, si vede che nel primo periodo l’Italia è cresciuta dello 0,9 per cento rispetto al 12,4 per cento dell’area euro. Una distanza abissale separa il nostro paese dalla media europea negli anni successivi allo scoppio della grande crisi finanziaria globale, che non a caso sono stati anche quelli della crisi del debito sovrano, la cui sostenibilità – rispetto ai livelli di crescita del paese – viene messa in dubbio a più riprese dagli investitori internazionali. Negli ultimi tre anni, il trend si inverte di colpo e a fare da spartiacque è, paradossalmente, l’anno del Covid: la crescita cumulata dell’Italia è del 5,7 per cento rispetto al 4,3 per cento registrato nell’area euro sempre nel 2021-2024, con Germania e Francia che vanno peggio (rispettivamente, più 1,5 per cento e più 3,9 per cento) e l’eccezione della Spagna (più 10,2 per cento). Ovviamente, bisogna considerare che il tracollo economico registrato nel 2020 è stato più marcato per l’Italia (pil meno 9 per cento) al confronto della media Ue (pil meno 6,1 per cento) cosa che ha probabilmente determinato un rimbalzo nettamente più pronunciato nella ripresa del 2021 (Italia +8,3 e Area euro +5,9). “Ma nel complesso ci troviamo di fronte a un cambio di passo incoraggiante e lo si deve soprattutto al tessuto produttivo che, comunque, sta affrontando sfide importanti come la transizione green e digitale, variabili che avranno effetti sugli investimenti nel 2024”, prosegue De Felice, secondo il quale il futuro della crescita italiana sarà in buona parte determinato dalla realizzazione dei progetti del Pnrr e dalla auspicabile decisione dell’Europa di prorogare o meno di due anni la scadenza di Next Generation EU, quindi da agosto 2026 a fine 2028.

È un’ipotesi di cui a Bruxelles si sta cominciando a parlare, ma la certezza si potrà avere solo dopo le elezioni di giugno e il successivo insediamento della Commissione europea. Intanto, il tempo stringe e i conti del centro studi di Intesa Sanpaolo lasciano pochi spazi a dubbi: quanto fatto finora è positivo ma non ancora sufficiente. In particolare, nel triennio 2021-2023 sono stati spesi 45,7 miliardi dei fondi assegnati all’Italia dal Piano nazionale di ripresa a resilienza. “Per gli anni futuri abbiamo a disposizione un ammontare enorme: 144 miliardi – dice De Felice – Ed è evidente che la capacità di spesa potrà aumentare se ci sarà più tempo a disposizione”. In conclusione, la tendenza a una maggiore crescita dell’Italia non si può considerare come completamente strutturale se legata a una spesa fiscale interna che il paese in futuro non potrà permettersi e proprio per questo dovrà sfruttare al massimo l’opportunità della spesa comune europea.