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L'indagine

Tutto quello che non torna nello sconfortante ddl sul made in Italy

Oscar Giannino

Per ragioni ovvie di finanza pubblica, è scarsissimo di risorse, qualche milioncino a pioggia a questi e quelli, cioè privo di incisività. Ed è un moltiplicatore della selva esistente di comitati pubblici, fondi ad hoc e albi, come ce ne fosse bisogno

Da qualche anno, ha ripreso a moltiplicarsi la produzione di ricerche di economisti sulla “politica industriale”. Dalla frenata del commercio mondiale per il Covid, tensioni crescenti con la Cina, penuria di input di produzione necessari alla transizione energetica e digitale, ed esplosione dei costi energetici post invasione russa del’Ucraina, le ricerche si sono riorientate investigando gli assi della grande gara mondiale ai sussidi pubblici in corso tra Cina, Usa e Ue, per accrescere e attirare investimenti sulle maggiori filiere d’innovazione industriale, fondamentali per non restare indietro nella competitività mondiale e per non restare in mutande di fronte a nuove crisi geopolitiche che blocchino l’accesso a input di cui non si detiene sufficiente estrazione o produzione.

E’ stranoto che l’Europa sia in enorme ritardo: le sue misure come il Raw Material Act o il Net Zero Industrial Act non prevedono fondi federali ma solo vie nazionali all’incentivo di investimenti attraverso la deroga al divieto di aiuti di Stato. Così non si pareggiano i trilioni di dollari stanziati da Cina e Usa, si agevolano solo i sistemi industriali dei paesi a maggior agibilità fiscale, come non fossimo un mercato unico. Europa debole, dunque, e Italia debolissima. Tutte premesse necessarie, per tornare ad analizzare il disegno di legge sulla tutela del made in Italy che il governo ha consegnato al parlamento a fine luglio. Disegno di legge sul quale è molto utile la guida illustrativa redatta dall’Ufficio Studi del Senato, rilasciata il 12 settembre. Il ddl è stato elaborato dal Mimit. Tutti i punti deboli del ddl non dipendono da chi è oggi ministro: sono la fotografia di un sistema politico che da tempo non ha le idee chiare su quale sia l’eccellenza italiana da promuovere. E’ già avvenuto con la dispersione dei 195 miliardi di Next Generation UE destinati all’Italia su migliaia i soggetti pubblici attuatori, e preferendo i bandi pubblici rispetto a incentivi diretti alle imprese dei settori identificati come prioritari. In scala, è lo stesso errore del ddl Made in Italy.

Ecumenico nell’identificazione dei soggetti, cioè privo di priorità vere. Per ragioni ovvie di finanza pubblica, scarsissimo di risorse, qualche milioncino a pioggia a questi e quelli, cioè privo di incisività. Infine, moltiplicatore della selva esistente di comitati pubblici, fondi ad hoc e albi, come ce ne fosse bisogno. Resta questa, la cifra comune della cosiddetta “politica industriale” tricolore: di destra e di sinistra. Resterete delusi, se vi aspettate nei 48 articoli del ddl attenzione prioritaria alle filiere che determinano i due terzi dell’export italiano, cioè automazione e componentistica meccanica ed elettromeccanica, industria alimentare, moda-tessile, arredo-legno. Il più è dedicato alla cultura e alle imprese culturali, alle produzioni alimentari e non all’industria che le trasforma ed esporta, all’artigianato, ai borghi rurali. La filiera del legno c’è. Ma solo per le agevolazioni alle imprese di silvicoltura e riforestazione. Quello della moda è assente, per il tessile si stanziano 15 milioni nel 2024 per ricerca e produzione di fibre naturali o da riciclo. Per la filiera piastrelle-ceramica, che dopo l’invasione russa dell’Ucraina ha visto sparire 2 delle 3 milioni di tonnellate di input di produzione, si stabilisce una procedura accelerata di identificazione delle aree estrattive che deve avvenire però a invarianza di risorse. Invece, una bella lista di articoli volti alla maggior tutela delle produzioni alimentari tipiche contro l’italian sounding.

Ma perché aggiungere un nuovo Fondo per la protezione delle indicazioni geografiche italiane quando già esistono un Fondo per il sostegno delle eccellenze nella gastronomia e dell’agroalimentare italiano e un Fondo per la valorizzazione dei prodotti agroalimentari tradizionali? Quanto al cosiddetto nuovo Fondo Sovrano del made in Italy, a che serve se negli ultimi anni abbiamo già varato un Fondo Nazionale Innovazione con un Fondo Coinvestimento e un Fondo Rilancio, e un Fondo Patrimonio Destinato, aggiuntisi ai vari veicoli attraverso i quali opera la CDP? La definizione stessa di fondo sovrano è impropria: nella tassonomia internazionale sono quelli alimentati da enormi risorse annuali derivanti da energia ed investimenti realizzati del patrimonio o risorse naturali. E a che servono i licei del made in Italy, la Giornata Annuale del made in Italy, l’Esposizione permanente del made in Italy, quando si destinano solo 10 milioni all’intero sistema fieristico che quello sì ha una gran ruolo nella promozione del made in Italy, gli stessi 10 milioni dati al sostegno dei mercati rionali? Certo, criticare è facile. Ma finché si tenta di accontentare con spiccioli e trovate tutte le constituencies, ci darà la polvere che invece nel mondo sceglie priorità selezionate con enormi risorse concentrate.

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