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Oltre le proteste

Costruire campus universitari fuori dalle città contro il “caro affitti”

Michele Boldrin

Il problema della locazione per gli studenti non è una sorpresa dati i luoghi nei quali le università sono collocate, la ristretta offerta immobiliare e la complicata connettività urbana. L'Italia attende da più di mezzo secolo la costruzione di edifici universitari in aree meno congestionate

L’Italia è un paese diviso lungo molte dimensioni e questo fatto inquina la vita politica rendendo spesso impossibile adottare cambiamenti ragionevoli. Le feroci polemiche su quel che si è deciso chiamare “caro affitto universitari” ne sono un perfetto esempio. Oltre all’antico dualismo Nord-Sud ve ne sono altri due di rilevanti: la distanza sociale fra laureati (uno su cinque) e il resto della popolazione, e il concentrarsi delle dinamiche di sviluppo in poche aree metropolitane collocate in un raggio di circa 100 km attorno al fiume Po. Queste aree metropolitane sono anche quelle con maggior flusso turistico e dove le scelte edilizie e di trasporto, sia locali che nazionali, hanno ristretto la crescita dell’offerta immobiliare e complicato la connettività intra-urbana. E infine, arrivando al tema in questione: la maggioranza delle università di qualità superiore alla media nazionale si concentra esattamente in queste stesse aree metropolitane.

 

In circostanze siffatte risulta incredibile che il problema degli affitti per studenti fuori sede venga scoperto solo ora. L’ottusità che definisce la politica universitaria lo alimenta da decenni, agendo proprio sulle dualità menzionate. Tale ottusità ha una radice antica: il rifiuto di riconoscere che una buona università di massa si costruisce seguendo tre criteri: (a) convenienza economica; (b) meritocrazia accademica; (c) innovazione continua nell’offerta didattica e professionale. 

 

L’aver ignorato questi criteri ci ha regalato non solo l’eterno ’68, la bassa partecipazione e l’alto abbandono, ma anche un’università ancora di élite dove i giovani meno sfortunati chiedono agli altri di finanziare la loro residenza nelle città più costose del paese. Considerate i seguenti fatti: il valore medio del patrimonio edilizio nazionale è sceso di più del 25 per cento dal 2012 a oggi ma, nello stesso periodo , la variazione in Lombardia è stata del -18 per cento, in provincia di Milano dello 0 per cento e nel comune di Milano del +39 per cento! Valori più estremi sono facili da rintracciare esplorando le regioni meno dinamiche del paese. Il paradosso di affitti universitari in crescita in un paese che non cresce e dove i valori immobiliari sono in calo da più di un decennio è palese. 
Come rendere economicamente conveniente una università di massa che funzioni? Le dimensioni sono molte – dai costi dei corsi, al loro contenuto, alla selezione dei docenti – ma, per quanto concerne gli affitti studenteschi, la risposta viene da quel che il resto del mondo civile fa da decenni: costruire campus universitari nelle aree non congestionate del paese e svuotando le università-mostro di Roma, Milano, Bologna, Padova, Pisa, Firenze, Torino, Bari e Palermo! 

 

Prospettiva agghiacciante per chi ha fatto dell’università il luogo del proprio privilegio dove agli studenti, abbandonati a se stessi, viene offerta la consolazione d’imitare la versione social della goliardia medievale. Peccato che questa non sia l’università di massa che serve nel secolo XXI ma un ridicolo, costoso e dannoso residuato classista del ventennio mussoliniano. Che piaccia alle élite non lo dubito: alimenta i dualismi e preserva i privilegi. Che serva alla grande massa dei giovani capaci e volenterosi, ma di umile estrazione, lo dubito assai. Chi chiede o propone sussidi monetari agli studenti vuole solo tassare i contribuenti per alimentare le rendite immobiliari. Sussidiare la domanda a fronte di un’offerta rigida – quale è quella edilizia nelle aree metropolitane in questione – ha un solo effetto: aumentare i prezzi e le rendite! Questo causa un trasferimento  dalle tasche dei contribuenti a quelle dei proprietari di appartamenti nelle città che ospitano grandi università. Populismo regressivo della peggior specie

 

Un programma decennale di costruzione di campus, distribuiti nelle aree meno congestionate e in proporzione alla popolazione giovanile residente in un diametro adeguato, è perfettamente fattibile. Come già osservato da Luciano Capone su questo giornale, anche “solo” i 100 miliardi regalati ai benestanti dai vari “bonus ecologici” del governo Conte avrebbero permesso un enorme passo in avanti se utilizzati intelligentemente per investimenti universitari. I fondi del Pnrr avrebbero dovuto essere usati in buona parte per questo. Per l’unica politica sensata di edilizia universitaria che è anche l’unica maniera per cominciare a costruire, letteralmente mettendo pietra su pietra, quell’università moderna di massa che l’Italia attende da più di mezzo secolo.

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