Rischi elettorali

Cambiare il Pnrr avrebbe un costo politico per l'Italia

Mariarosaria Marchesano

Le regole europee prevedono che se cambia la maggioranza di governo uno stato possa modificare il proprio piano. Ma attenzione, ogni intervento è un rischio. Possibilità per il dopo Draghi

Quale sorte avrà il Pnrr con la crisi politica e l’imprevisto cambio di governo? Nella circolare firmata dal presidente del Consiglio dimissionario Mario Draghi per definire il perimetro degli affari correnti c’è l’esplicito riferimento all’attuazione del Piano nazionale di ripresa resilienza, che è stato ricompreso tra gli “obblighi internazionali e comunitari” consentendo così all’esecutivo in carica di adottare i necessari provvedimenti in deroga a un divieto che è quasi assoluto per i periodi di crisi. Ma il lavoro di Palazzo Chigi non sarà comunque facile perché, come spiega un’analisi di Luigi De Bellis di Equita Sim, “la possibilità di agire deve essere verificata sui singoli interventi, non è scontata in fase di campagna elettorale. E l’attuazione della legge sulla concorrenza, uno degli obiettivi del Piano da approvare entro fine 2022, rappresenta già il primo banco di prova”. 


Ma il prossimo governo avrà margini di intervento sul Pnrr? Secondo Barbara Boschetti, giurista e coordinatrice del Recovery Lab dell’Università Cattolica, “Le regole europee prevedono che se cambia la maggioranza di governo uno stato possa modificare il proprio piano in modo che rifletta il nuovo orientamento politico. Ma attenzione, ogni intervento sul Pnrr avrebbe per l’Italia un costo politico”. In che senso? “Sarebbe necessario avviare un confronto pubblico con la Commissione europea che valuta la coerenza degli interventi proposti con gli obiettivi fissati dal Recovery plan di cui l’Italia è il principale beneficiario. Credo che qualsiasi deviazione all’impostazione data dal governo Draghi sarebbe soggetta a nuove valutazioni in sede europea con potenziali ricadute sul piano politico oltre che economico e finanziario”. Cambiare il Pnrr non dovrebbe essere una priorità dei partiti visto che incombe l’appuntamento con la terza rata che scade a fine anno. I dati dell’Osservatorio dell’Università di Tor Vergata dicono, infatti, che la prima rata di 24,9 miliardi è stata incassata dall’Italia grazie al raggiungimento di 51 obiettivi, la seconda di 24,1 miliardi grazie a 45 obiettivi centrati e che la terza di 21,8 miliardi è legata a 55 obiettivi tutti ancora da realizzare. “Elezioni e cambio di governo non dovrebbero pesare più di tanto sulla tabella di marcia dei prossimi mesi – dice Gustavo Piga, economista e co-fondatore dell’Osservatorio di Tor Vergata –. Quello che resta irrisolto è il tema della messa a terra del Pnrr, vale a dire degli investimenti da realizzare per lo sviluppo economico del paese”. Insomma, non è solo questione di avere i soldi da Bruxelles, ma di spenderli. “Secondo quanto riferito dallo stesso ministro del Tesoro, Daniele Franco, nel 2021 l’Italia ha speso solo 5 dei 15 miliardi ricevuti. Ma di più non conosciamo, anche se sarebbe interessante capire chi è responsabile dei 10 miliardi inutilizzati”. 


Boschetti e Piga concordano sul fatto che la scarsa capacità di spesa della pubblica amministrazione resti uno dei rischi più grandi che corre il Pnrr soprattutto nel Sud Italia la cui partecipazione a bandi e concorsi è di gran lunga al di sotto delle attese. Il bubbone è noto ma se ne parla poco: la legge di Bilancio 2021 e poi lo stesso Pnrr hanno autorizzato gli enti locali del Mezzogiorno ad assumere nuovo personale: è successo che il numero di idonei è risultato inferiore rispetto ai posti messi a concorso (1.321 su 2.800) e si sono anche registrate numerose rinunce tra i vincitori. Così un altro decreto ha stabilito che le amministrazioni del Sud possono stipulare contratti di collaborazione di tre anni con personale tecnico – soprattutto ingegneri, architetti ed esperti di gestione e rendicontazione – attraverso l’Agenzia per la coesione Territoriale. “Tutto questo servirà molto poco perché sia i consulenti che i contratti a tempo non hanno potere di firma – spiega Piga –. L’unico modo per velocizzare la spesa europea è completare le piante organiche con giovani preparati che facciano fare a comuni e regioni un salto in avanti nell’era digitale”. Secondo Boschetti, per colmare il divario i dipendenti pubblici dovrebbero salire da 3,2 milioni a 4 milioni e l’età anagrafica media dovrebbe diminuire a 44 anni rispetto ai 54 attuali. “La pubblica amministrazione non è attrattiva per i giovani ma potrebbe diventarlo se venissero modificate le regole di reclutamento. Questo, a mio parere, dovrebbe essere un tema urgente dell’agenda politica di chiunque si candidi a governare il paese”. 


Se il ricambio generazionale è così essenziale per la buona riuscita del Pnrr, la campagna elettorale dovrebbe vedere meno promesse di sussidi e pensioni e maggior impegno a indirizzare le risorse di bilancio in questa direzione. “Quest’aspetto è fondamentale anche per attrarre maggiori investimenti privati”, riflette Fabrizio Pagani, che guida l’advisory board del Pnrr Lab dell’Università Bocconi. Pagani, che è stato capo della segreteria tecnica del ministro Pier Carlo Padoan durante i governi Renzi e Gentiloni e oggi è responsabile delle strategie del fondo d’investimento americano Muzinich&Co, spiega che sarebbe necessario “un più profondo coinvolgimento delle imprese nell’attuazione del Pnrr, anche perché la burocrazia continua a rappresentare un ostacolo”. Quanto pesa il rischio Italia? “Per ora la situazione mi sembra tutto sommato sotto controllo e lo resterà se i toni della campagna elettorale non assumeranno toni anti europeisti com’è successo in passato. Ma sarebbe del tutto controproducente e non solo per il Pnrr”.

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