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Sul salario minimo il vero problema è il metodo grillino

Luciano Capone

I 9 euro del salario minimo come i 780 euro del Rdc: una  rovinosa bandiera elettorale

Rispetto all’accordo europeo sulla direttiva sul salario minimo e al dibattito politico che ne è scaturito, sul Foglio di ieri Dario Di Vico ha scritto che “gli osanna al salario minimo rischiano di somigliare all’abolizione della povertà annunciata via balcone”. Al di là delle considerazioni sui costi e sui benefici che riguardano l’opportunità di introdurre un salario minimo orario, c’è qualcosa che ricorda il percorso che ha portato all’introduzione del Reddito di cittadinanza (Rdc) e che dovrebbe preoccupare: il metodo. E più nello specifico l’idea di partire fissando un prezzo, una cifra elevata a scopo elettorale. Nel caso del Reddito di cittadinanza il M5s era partito con la promessa di “abolire la povertà” garantendo circa 800 euro al mese per i single, una somma consistente che secondo le stime del M5s sarebbe costata complessivamente 15 miliardi di euro. Quando poi, una volta al governo, la compagine guidata da Luigi Di Maio si è resa conto che i soldi a disposizione erano la metà di quelli immaginati, non ha potuto rimangiarsi la promessa elettorale e così ha distorto la scala di equivalenza per dare comunque 780 euro ai single, ma penalizzando le famiglie più numerose e più povere. E una volta nato storto,  il Rdc è diventato impossibile da raddrizzare: quando  Draghi ha tentato di ridurre il sussidio ai single per riequilibrare le distorsioni della misura, si è scontrato contro il niet grillino.

 

Nel caso del salario minimo, la logica è la stessa. Si parte dalla cifra: 9 euro all’ora è il prezzo fissato dall’ex ministro del Lavoro grillino Nunzia Catalfo, su cui  pare convergere il Pd di Enrico Letta.

 

Questa cifra, calata dall’alto senza alcuna particolare motivazione o criterio, è problematica. Perché da un lato fissare un salario minimo a un livello  basso sarebbe inutile o comunque riguarderebbe pochi lavoratori, ma dall’altro lato un importo troppo elevato sarebbe controproducente per l’impatto negativo sull’occupazione e sulla dinamica delle imprese. E per l’Italia 9 euro l’ora sono pochi o troppi? Il dato è oggettivamente elevato, se paragonato con gli altri paesi europei. Non in valore assoluto, dato che in paesi come il Lussemburgo o la Germania è ben più alto, ma in rapporto al potere d’acquisto o al salario mediano, che è il criterio indicato anche dall’Unione europea (la Commissione indica la soglia del 60 per cento del salario mediano). Ebbene, se nei paesi Ocse i salari minimi sono generalmente entro una fascia tra il 40 e il 60 per cento del salario mediano. In Germania, al momento, il salario minimo orario da 9,82 euro è pari al 48 per cento del salario mediano. Il governo Scholz lo porterà a 12 euro l’ora, pari al 58 per cento del salario mediano.  Per l’Italia 9 euro l’ora significano un salario minimo pari al 75-80 per cento del salario mediano, il livello più elevato tra i paesi Ocse. Si tratta, ovviamente, di una media nazionale il che vuol dire che produrrebbe conseguenze negative peggiori soprattutto al sud, nelle piccole imprese e in specifici settori dove i lavoratori sotto soglia possono superare il 90 per cento. Se, come ricordava Di Vico, un salario minimo elevato rischia di distruggere la contrattazione collettiva sopra la soglia, dall’altro lato rischia contemporaneamente di distruggere molta occupazione sotto la soglia.

 

Il problema enorme   è proprio di metodo. Non dovrebbe essere la politica a fissare per decreto il livello del salario minimo, ma una commissione tecnica indipendente.  Il fatto è che ormai il dibattito si è avviato lungo la discesa del “chi offre di più” tipico delle campagne elettorali, destinato a ripetersi a ogni tornata, e che a questo punto rende politicamente insostenibile per chi ha fatto dei 9 euro una bandiera partire con un livello meglio calibrato. Ma con questo metodo un salario minimo o non si farà mai o si farà male. 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali