(foto di Shoeib Abolhassani su Unsplash)

Sussidiarietà al contrario

Gli slogan sul salario minimo ricordano “la fine della povertà”

Dario Di Vico

Affidare la dinamica degli stipendi bassi a un’azione politica e di rincorsa del consenso non è riformismo. Alternative programmatiche, dagli autonomi alla lotta ai contratti pirata

L’accordo raggiunto in sede europea sulla direttiva per il salario minimo ha generato in Italia commenti molto lusinghieri anche da parte di settori (esponenti del Pd e categorie della Uil) che in passato non erano stati così entusiasti. Qualcuno ha anche tirato in ballo il riformismo e le sue vittorie sognando a occhi aperti un percorso lineare di miglioramento delle condizioni dei working poor del nostro paese. Ma è davvero così oppure c’è dentro queste reazioni un eccesso di semplificazione? Pur apprezzando la riflessione in corso, e non sottovalutando gli approfondimenti tecnico-giuridici che ne potranno scaturire, resto dell’idea che gli osanna al salario minimo rischiano di somigliare all’abolizione della povertà annunciata via balcone.

 

I processi sociali sono complessi, i politici però hanno bisogno di un effetto-sondaggi e ciò crea un inevitabile testa-coda, con la comunicazione che ancora una volta prende il sopravvento sui contenuti. Ma vogliamo davvero che il soggetto centrale della politica salariale in Italia diventi lo stato? Non c’è il rischio di scardinare la contrattazione collettiva che resta uno dei frutti migliori della società di mezzo e che ha dimostrato di avere la duttilità necessaria per rispondere alla domanda dal basso meglio delle leggi? Non è proprio l’esercizio quotidiano del negoziato che fa comunque rimanere il sindacalismo italiano meno distante dalla base di quanto potrebbe accadere?


E’ evidente come nella cultura politica dei Cinque stelle la contrattazione tra le parti sia vista come un’anomalia, il frutto malato di un dialogo tra imprese scadenti/avide e sindacati declinanti e di conseguenza vada spazzato via e sostituito da una regolamentazione top down. Del resto non è un mistero che l’intermediazione sociale sia un avversario dichiarato del populismo e viceversa. Ma la paura di perdere le politiche del 2023 può spingere anche il Pd a uno slittamento di cultura politica, a preferire l’azione dello stato a quella della società civile organizzata? Nella realtà italiana il sistema delle relazioni industriali rappresenta un fattore di crescita della società, la ragnatela della contrattazione ha creato negli anni non solo una risposta alle esigenze dei lavoratori ma anche un terreno di innovazione sociale.

 

Basta vedere le pratiche di avanguardia che da quel sistema sono scaturite come il welfare aziendale che porta molte aziende a farsi carico persino dei percorsi di studio dei figli dei dipendenti, come la formazione obbligatoria prevista dal contratto dei metalmeccanici o il nuovo inquadramento professionale legato alle trasformazioni tecnologiche del 4.0. Ma non è tutto. Spulciando nei risultati della contrattazione di secondo livello emergono accordi che prevedono la parità salariale tra i generi, la distribuzione di azioni quotate, giornate di volontariato pagate dall’azienda. Non ci sono ancora accordi in materia ma si parla nell’ambito del welfare aziendale di affrontare un tema spinoso come quello della depressione sul posto di lavoro. Scucire questa fitta trama di intese e di contaminazione culturale non è una grande idea in una stagione in cui siamo chiamati ad affrontare grandi discontinuità e c’è bisogno di nuovi rapporti comunitari.

 

A queste argomentazioni gli esponenti del Pd minimum-salarialisti risponderebbero che non vogliono scucire proprio niente ma si muovono per aggiungere tutele e quindi per inserire “più stato” laddove l’azione delle parti sociali si è rivelata carente. Una sussidiarietà al contrario. Ma dalla teoria alla pratica c’è il famoso mare e il rischio di annegare. Introdurre per legge un salario minimo tra i 7 e i 9 euro che effetto avrebbe sui trattamenti retributivi minimi che (con gli istituti aggiuntivi) raggiungono 11,20 euro per gli alimentaristi, 10,04 euro per i ceramisti, 11,20 euro per gli edili, 10,52 per i farmaceutici, 9,28 per i metalmeccanici? E ancora: 10,46 euro per i dipendenti delle agenzie immobiliari e 10,17 per quelli delle case di cura private? Il salario minimo eserciterebbe per tutti i datori di lavoro di questi ed altri settori – che non elenco per evitare di tediare il lettore – un potente incentivo a “scendere” lasciando morire il contratto nazionale stipulato con i sindacati e abbracciando lo stato. Se un movimento di questo tipo non assomiglia all’apertura della scatola di tonno promessa a suo tempo dai Cinque stelle alle istituzioni parlamentari poco ci manca. Avremmo distrutto un pezzo importante della “democrazia dei soggetti” e avremmo affidato la dinamica dei salari bassi a un’azione squisitamente politica e di rincorsa del consenso. E’ riformismo questo? Non direi.

 

Possiamo però dirci contenti di come tuteliamo il lavoro povero in Italia? Anche a questa domanda do una risposta negativa e sono propenso a sostenere che l’alternativa al salario minimo stia in una cassetta degli attrezzi sicuramente più efficace del passato e capace di guardare non solo al lavoro dipendente ma anche a quello autonomo, al mondo dei lavoretti. E’ interesse di tutti rinnovare quei contratti dei servizi fermi da troppo tempo (come la produttività!), chiudere la stagione di lavoratori pagati 4 o 5 euro l’ora e lo si può fare chiedendo, per esempio, alle organizzazioni dei datori di lavoro di impegnarsi a non utilizzare più le false cooperative come strumento di dumping sociale.

 

Nella logistica, settore tra i più complessi, sono maturate scelte nuove anche da parte di multinazionali come FedEx e Dhl che hanno reinternalizzato la movimentazione delle merci e stabilizzato i facchini. E comunque per combattere i contratti-pirata se si volesse dare forza di legge alla tutela dei livelli retributivi essenziali si potrebbe stabilire, come sostiene da tempo Maurizio Sacconi, di riconoscere efficacia erga omnes ai minimi contrattuali maggiormente applicati nel settore di riferimento (o in quello più vicino) utilizzando i dati a disposizione dell’Inps.