Mario Draghi e Christine Lagarde (LaPresse)

Tra Pepp e App

La sfida tra banche centrali indebolisce il bazooka in Europa. I rischi per l'Italia

Mariarosaria Marchesano

Se le prospettive di politica monetaria, discusse dalla presidente Bce Lagarde nella prossima riunione del 16 dicembre, prevedessero un inasprimento proprio a ridosso di un cambiamento del quadro politico italiano, i mercati finanziari potrebbero reagire male e lo spread potrebbe tornare sotto pressione

Questa è la settimana delle banche centrali (Fed, Bce e Boe) e per l’Italia ha una valenza particolare. Esiste, infatti, un nesso tra la fine del Pepp, il programma di acquisti di titoli di stato varato dalla Banca centrale europea con la pandemia, e la possibilità di elezioni anticipate nel 2022. A ipotizzare in modo esplicito l’esistenza di questa relazione che potrebbe rimettere il nostro paese in balìa dei mercati finanziari com’è successo nel 2018 è l’economista Lorenzo Codogno (London School of economics e LC Macroadvisors), ma il timore serpeggia un po’ in tutte le analisi che cercano di capire quali prospettive si aprirebbero per l’Italia se la politica monetaria della Bce guidata da Christine Lagarde diventasse un po’ meno accomodante per tenere conto della crescita dell’inflazione e del minor impatto della crisi sanitaria rispetto a un anno fa. La risposta è che lo spread potrebbe tornare sotto pressione se non ci sarà uno strumento di politica monetaria che contribuirà a comprimere tale differenziale.

 

In Italia, secondo Codogno, il ricorso al voto finirebbe inevitabilmente per sospendere quel percorso di riforme e adempimenti che servono per portare a casa i soldi del Pnrr indispensabili per stimolare una crescita economica in grado di garantire la sostenibilità del debito pubblico. Inoltre, nonostante la parziale conversione della Lega e di Fratelli d’Italia alle politiche mainstream, ovvero a un diverso atteggiamento nei confronti dell’Europa e un approccio più pragmatico, permangono nella testa degli investitori molte riserve  sui possibili sviluppi politici in caso di vittoria del centrodestra alle prossime elezioni. Nel caso in cui la situazione cominciasse a deteriorarsi in seguito alle decisioni che saranno prese a gennaio, osserva l’economista, solo un Pepp ancora pienamente attivo impedirebbe un sell-off dei titoli di stato italiani. Proprio quello che è accaduto tre anni e mezzo fa con il governo gialloverde dovrebbe rappresentare un utile promemoria di come la situazione di mercato potrebbe cambiare rapidamente se gli equilibri politici dovessero modificarsi.

 

Il ragionamento che fa Codogno è il seguente: “Draghi è garante per l’Ue e per i cittadini italiani che almeno alcune delle riforme e degli investimenti richiesti vedranno la luce. Ma non dobbiamo dimenticare che la sua leadership deriva da congiunzioni astrali miracolose che sono intrinsicamente fragili. Come presidente della Repubblica per i prossimi sette anni, Draghi sarebbe ancora in grado di esercitare una notevole influenza e limitare il rischio di coda della politica italiana. Tuttavia, lo farebbe non essendo più al posto di guida”. 

 

La morale della favola è che il rischio di incertezza politica è ancora sottovalutato sui mercati poiché solo di recente la comunità finanziaria internazionale si è resa conto della possibilità che Mario Draghi non possa più rimanere come a palazzo Chigi, innescando così elezioni anticipate o un governo di transizione debole fino alla primavera 2023. La domanda che molti si fanno è perché cambiare un esecutivo che sembra funzionare bene realizzando riforme e godendo del consenso? Non è un caso, è l’opinione di più di un analista, che gli spread dei rendimenti italiani abbiano cominciato, nelle ultime settimane ad allargarsi anche solo marginalmente (il differenziale con i bund tedeschi è è passato da 98-100 punti base di settembre ai quasi 130 punti base di oggi) in attesa che il quadro diventi più chiaro.

 

E qui entrano in ballo le mosse di Lagarde nella prossima riunione del 16 dicembre. Se le prospettive di politica monetaria prevedessero un inasprimento (non aumento dei tassi come pensa di fare la Fed nel breve-medio periodo, ma anche solo una riduzione degli acquisti di titoli di stato) proprio a ridosso di un cambiamento del quadro politico dell’Italia i mercati finanziari potrebbero reagire male. E questo non perché esista un complotto della finanza ma perché gli investitori sono tornati a essere preoccupati della sostenibilità del debito pubblico per quei paesi che non impostino un percorso di rilancio economico certo. D’altronde, che il Pepp si riduca è inevitabile e la Bce lo ha già fatto intendere. Quello che è importante, come spiegano un po’ tutte le case d’investimento, da Carmignac ad Algebris, da Goldman Sachs a Bofa, è se e in che misura sarà sostituito da altri strumenti, come per esempio l’App, che sta per Asset purchase programme. In ogni caso, nella sostituzione si perderanno alcune decine di miliardi. Il che si tradurrà per l’Italia in un inevitabile maggior ricorso ai mercati finanziari per collocare i suoi titoli di debito.

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