Risiko chi?

Perché il piano stand alone di Orcel piace ai mercati  

Mariarosaria Marchesano

L'ad presenta il nuovo piano strategico: 2.8 miliardi di euro di investimento e 2.100 nuove assunzioni. Pronto a reinventarsi in chiave fintech, l'istituto sembra aver abbandonato l'interesse per Mps. Ma tiene alta l'attenzione sulle aggregazioni in corso sul mercato

Unicredit non solo balla da sola, per adesso, ma si prepara a fare il grande salto nell’èra digitale attraverso un investimento di 2,8 miliardi di euro e 2.100 nuove assunzioni. E’ questa una delle novità più rilevanti del nuovo piano strategico presentato dall’amministratore delegato Andrea Orcel, che ha sorpreso positivamente il mercato (il titolo ha fatto un balzo di oltre il 10 per cento) perché promette di essere molto generoso con i soci in termini di redditività, ma anche perché getta le basi per la trasformazione in chiave fintech della banca e per un aumento dei ricavi. Fusioni e acquisizioni sono per Orcel una porta che non si apre ma neanche si chiude, una cosa che non esclude ma non pianifica. E parlare di una soluzione di sistema per Mps, vale a dire di un intervento da parte di un gruppo di banche a cui Unicredit potrebbe partecipare, è per Orcel “prematuro”.

 

C’era da aspettarselo, considerato che il governo Draghi ha imposto un tetto ai benefici fiscali che rende meno allettanti le aggregazioni bancarie quando è saltata l’operazione proprio tra Unicredit e il Monte. Da allora, infatti, si sono drasticamente affievolite le indiscrezioni di mercato sulle diverse combinazioni tra istituti, comprese quelle che vedevano una potenziale crescita dimensionale di Unicredit nel nord Italia attraverso un’alleanza con Banco Bpm, che non a caso è tornato a parlare di strategia “stand alone” (anche se di recente l’ad Giuseppe Castagna ha detto di non vedere all’orizzonte banche interessate, ma se qualche compratore ci fosse, dovrebbe essere disposto a pagare bene). 

 

Se inquadrato in questo contesto, il piano di Orcel, che per adesso sembra escludere la ricerca di partner, potrebbe suonare come una sorta di requiem al famigerato “risiko” se non fosse che per il 28-29 dicembre è stata fissata la data per la trasformazione in spa della Banca Popolare di Sondrio che sostanzialmente apre alla sua scalabilità. Quello valtellinese, infatti, appare oggi come l’unico fronte per un possibile consolidamento del settore con il gruppo Unipol guidato da Carlo Cimbri, che di recente si è dichiarato pronto a sostenere la banca “se vorrà crescere con aggregazioni o a difenderla se verrà attaccata”. Parole che sono state interpretate come la conferma di uno spiccato interesse per la Popolare di Sondrio dopo che lo scorso maggio Unipol è salita al 9 per cento facendo presagire un progetto di fusione con l’altra banca partecipata dalla compagnia assicurativa: la Bper.

 

Parallelamente, nell’area valtellinese sono partiti alcuni tentativi in extremis di gruppi di soci locali per tentare di tutelare l’identità territoriale della popolare che ha lottato per quattro anni contro la trasformazione in società per azioni. Messa poi alle strette dalla Bce, e avendo la Corte di Giustizia europea accertato la piena legittimità della riforma Renzi delle popolari, la banca ha dovuto redigere un nuovo statuto ed è cominciato il conto alla rovescia per l’assemblea di fine anno che simboleggia la fine di un’epoca, quella della banca cooperativa con 160 mila soci. Inutile dire che dalle parti di Sondrio l’idea che possa arrivare un’Opa come effetto della trasformazione in spa è vissuto alla stregua di un esproprio in nome di una “biodiversità” che finora ha impedito qualsiasi evoluzione in termini di mercato della banca guidata da Mario Alberto Pedranzini. Ma questo arroccamento ha i giorni contati e toccherà probabilmente a un banchiere come Cimbri o ad altri investitori interessati cercare una sintesi tra la vocazione territoriale della banca e le sue potenzialità di sviluppo futuro. 


L’aggregazione tra Popolare di Sondrio e Bper, già legate tra loro da accordi di bancassurance, si presenta a questo punto come una prospettiva neanche tanto remota e, pur non essendo un’operazione di dimensioni gigantesche, avrebbe le potenzialità per aprire un confronto “alla pari” con la milanese Bpm per coinvolgerla nel nuovo polo lombardo-emiliano. Se un tale scenario diventasse anche solo più di un’ipotesi nel 2022, potrebbe rappresentare uno stimolo per Unicredit, che è tutt’altro che disinteressata al presidio del mercato del nord Italia. A quel punto, con o senza incentivi fiscali, Orcel potrebbe decidere di aprire la porta almeno a una valutazione su Bpm.

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