Perché la possibile Opa su Tim è una rivoluzione culturale per l'Italia

Claudio Cerasa

Uno stato che si muove da garante provando a essere un po’ più imprenditore e un po’ meno prenditore. Più mercato, meno politica. Viva i capitali coraggiosi 

I professionisti del complotto cercano di trovare da giorni una qualche ragione che permetta loro di dire che la manifestazione di interesse lanciata due giorni fa dal fondo americano Kkr su Tim è tutto tranne che trasparente e chiaramente è lì a nascondere qualcosa di losco. Nel migliore dei casi, è lì a nascondere una manovra segreta e ovviamente spregiudicata dell’attuale amministratore delegato, Luigi Gubitosi che, arrivato a un passo dall’essere allontanato da Tim dai suoi azionisti, ha cercato un alleato esterno per rimanere sul carro. Nel peggiore dei casi, è invece lì a nascondere una manovra segreta e ovviamente spregiudicata dei poteri forti per togliere ulteriore sovranità all’Italia e trasformare ancora di più il nostro paese in una colonia americana.

 

Il tentativo spasmodico e un po’ ridicolo di voler individuare i presunti burattinai dell’operazione Kkr (un fondo da 400 miliardi di euro specializzato in infrastrutture che già lavora in Italia insieme a Tim in FiberCop, la società in cui Tim ha spostato l’ultimo miglio della rete telefonica, e che già aveva mostrato una manifestazione di interesse un anno fa per Autostrade) rischia di far perdere di vista la vera ciccia della partita e se si ha la pazienza di unire i puntini si capirà che quello che sta succedendo in Italia attorno a Tim è un gioco per cui vale la pena leccarsi i baffi.

 

Proviamo a orientarci. Punto numero uno: cosa ha fatto Kkr? Semplice: ha presentato una manifestazione di interesse per un’Opa sul 100 per cento delle azioni di Tim valutando ogni azione 0,505 l’una. Punto numero due: perché l’Opa viene considerata amichevole? Perché l’attuale valore di un’azione Tim è 0,35 e perché dunque il fondo americano offre il 40 per cento del valore in più rispetto a quello attuale. Punto numero tre: che posizione hanno gli altri azionisti di Tim? Cassa depositi e prestiti, controllata all’80 per cento dal governo attraverso il ministero dell’Economia e delle finanze, ha il 9,8 per cento di Tim e il Mef ha fatto sapere in modo più o meno velato qual è la sua posizione sull’operazione: l’Opa va bene, a condizione però che la rete (leggasi: la banda larga) sia venduta allo stato, o a Cdp, e che questa venga integrata con il pezzo di rete che già ha Cdp (Cdp, oltre a essere azionista di Tim, è azionista al 60 per cento di Open Fiber, concorrente di Tim sulla rete: pazzie italiane). E l’altro azionista che intenzioni ha? Vivendi, il gruppo di Vincent Bolloré, ha il 23,7 per cento di Tim e dopo essere stato osteggiato dal sistema finanziario italiano (Cdp nel 2018 comprò  azioni di Tim anche per difendersi dalla scalata di Bolloré) oggi si trova nella condizione di poter costruire un rapporto privilegiato con Cdp per creare un blocco europeo interno a Tim capace di bilanciare l’offerta di Kkr (Vivendi ha comprato molte azioni di Tim nel 2015, quando le azioni di Tim valevano 1,2 euro: non può accettare di registrare una minusvalenza e per questo ieri si è detta contraria all’offerta di Kkr).

 

Riassunto il quadro di Tim (che pur essendo la più grande compagnia di tlc del paese ha da anni un debito mostruoso che ha contribuito insieme con altri fattori a far crollare progressivamente il valore del suo titolo) resta il tema del come giudicare quella che il Financial Times ieri ha definito senza mezzi termini “una delle più grandi acquisizioni di private equity mai fatte nella storia in una società europea” (l’offerta totale di Kkr è di circa 33 miliardi di euro). E se si ha la pazienza di unire i puntini ci si accorgerà che, per la prima volta dai tempi della privatizzazione di Tim, la politica non si occupa di trovare soldi per benedire operazioni su Tim ma si occupa più semplicemente di trovare garanzie.

   

C’è stata una stagione non esaltante per l’Italia in cui la difesa dell’italianità delle grandi aziende del nostro paese ha portato in modo più o meno goffo la politica a promuovere, su Telecom, operazioni come quelle benedette da Massimo D’Alema nel 1999 (da Colaninno a Gnutti: i famosi capitani coraggiosi) o come quelle promosse nel 2007 dal governo Prodi (quando la telco, partecipata da Generali, Intesa Sanpaolo spa, Mediobanca, Sintonia e Telefónica, fu costruita attorno ai desiderata del governo di centrosinistra).

     
Oggi l’Italia vive in una stagione diversa all’interno della quale si intuisce una trasformazione degli equilibri: una maggiore fiducia nell’Italia porta il mercato a essere più attivo rispetto a qualche tempo fa e una maggiore fiducia nel mercato porta lo stato a essere meno ideologico nell’approccio con gli investitori. Il passaggio, per così dire, dalla stagione dei capitani coraggiosi a quella dei capitali coraggiosi lo si sta registrando anche su altri dossier non meno importanti come quelli che riguardano partite cruciali, da Mps (finalmente nelle condizioni di poter trovare un partner di mercato), ad Alitalia (oggi Ita, e finalmente alla ricerca di un partner di mercato) e persino il dossier relativo a Generali (per la prima volta nella sua storia davvero contendibile).

 

L’Opa di Kkr, in questo senso, ha già prodotto alcuni risultati tangibili: ha fatto salire il titolo di Tim del 30 per cento, ha costretto il governo a considerare gli azionisti francesi di Tim non come dei banditi ma come degli interlocutori e ha spinto lo stesso governo ad accelerare su un dossier (la rete unica) avviato dal governo Conte II e tenuto per troppo tempo in stand by dalla coppia Draghi-Colao, che grazie all’azione di Kkr dovranno fare quello che avrebbero forse dovuto fare prima: uscire dall’assurda ambiguità in cui si trova lo stato (che partecipa attraverso Cdp sia in Open Fiber sia nella sua rivale Tim) e creare le condizioni per mettere la rete fissa (che è un asset strategico nazionale) in un’unica società (magari partecipata da tutte le tlc) come fa oggi Terna con l’energia elettrica (Terna trasmette l’energia dai sistemi di accumulo alle stazioni di trasformazione dalle quali poi l’energia arriva alle utenze).

  

Uno stato che si muove da garante provando a essere un po’ più imprenditore e un po’ meno prenditore cercando di creare le condizioni giuste per assicurare maggiore concorrenza al paese. La stagione dei capitali coraggiosi, più che essere monitorata con sospetto, merita di essere osservata leccandosi i baffi.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.