L'intervista

"Altro che licenziamenti. Il problema sono le materie prime". Parla Buia (Ance)

Maria Carla Sicilia

Nel settore delle costruzioni ci sono prospettive di crescita solide e i contratti sono già in aumento. Non preoccupa lo sblocco dei licenziamenti dal primo luglio, ma i costi e la carenza di materiali. “Tra poco, se non si interviene, arriveremo a paralizzare i cantieri”, ci dice il presidente dell'Ance

I presupposti per un rilancio occupazionale ci sono tutti: dopo undici anni di crisi in cui il settore delle costruzioni ha subìto una dolorosa ma efficace ristrutturazione, oggi i cantieri sono pronti a ripartire, tra opere pubbliche in quota Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e mercato privato spinto dal Superbonus. Sicché lo sblocco dei licenziamenti che dal 1° luglio riguarderà anche le imprese edili – oltre alla manifattura – non è un fattore che preoccupa il comparto. “Per le opportunità con cui ci misureremo avremmo bisogno di ampliare il nostro patrimonio occupazionale”, dice al Foglio Gabriele Buia, presidente della Associazione costruttori italiani (Ance) alla quale aderiscono circa 20 mila imprese private specializzate in opere pubbliche ed edilizia. Ma il condizionale è d’obbligo, perché a pesare oggi sul mondo delle costruzioni il problema è un altro e riguarda le tensioni internazionali su prezzi e approvvigionamento delle materie prime. Per questo, quando giovedì prossimo l’Ance incontrerà il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, accenderà un faro su quello che oggi politica e sindacati miopi non vedono, mentre si affannano a cercare forme di tutela per i lavoratori di un settore che la crisi sembra essersela lasciata alle spalle. 

 

A confermare le aspettative di crescita del comparto è la memoria sul decreto Sostegni bis che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha depositato martedì alla Camera: le attivazioni di nuovi contratti sono già in aumento e lo sblocco dei licenziamenti “non dovrebbe avere un impatto negativo ma piuttosto consentire nuovamente il ricambio e l’alternanza delle forze di lavoro”, si legge nella relazione, che stima in circa 70 mila i lavoratori che dal 1° luglio potrebbero perdere il loro impiego scaglionati nel tempo, concentrati quasi esclusivamente nell’industria. I numeri, insomma, sostengono l’ottimismo di Mario Draghi, che ha voluto confermare il termine del blocco dei licenziamenti a fine giugno almeno per industria e costruzioni, modificando la norma inizialmente preparata da Orlando e oggi ancora in discussione.

 

Con il lockdown abbiamo perso quasi il 10 per cento di investimenti nel mondo delle costruzioni, ma pensiamo di recuperarli durante quest’anno, sull’onda del mercato”, continua il presidente dell’Ance. “C’è un’effervescenza nel mondo privato ma anche un’ipotesi di investimento nel mondo pubblico legato al Recovery plan che appare di buon auspicio”. E infatti del Pnrr le costruzioni sono il fulcro: sono previsti cantieri dalle più grandi infrastrutture alle manutenzioni, dagli interventi sul patrimonio della pubblica amministrazione al dissesto idrogeologico fino al Superbonus. “Aspettavamo queste condizioni da anni”, dice Buia, per cui oggi “la discussione sugli eventuali licenziamenti appare in controtendenza”. Perché il problema, appunto, è un altro. 


“In quest’ultimo mese la carenza dei materiali e il loro costo in aumento sta impattando fortemente sul settore, che rischia di ripiombare in una crisi profonda”. I prezzi in picchiata di metalli, ferro, isolanti, rame e legno mandano segnali preoccupanti, proprio in un momento in cui i cantieri da sbloccare sono centinaia: dalla loro buona riuscita dipende anche il successo del Pnrr. 

 
Le imprese sono preoccupate. “Queste condizioni impattano sui lavori già in essere e ci rendono impossibile continuare i cantieri”. La carenza di materiali causa ritardi sulle consegne delle opere che si trasformano molto spesso in contenziosi, mentre l’aumento dei costi provoca problemi su tutta la filiera. “Le nostre imprese sono schiacciate fra contratti – soprattutto con i privati, dove si esclude la revisione prezzi – e un sistema ampio di fornitori e subalpattatori che chiedono ristoro”. Per questo la richiesta è quella di attivare delle clausole revisionali almeno nei contratti pubblici, così da avere un cuscinetto nel caso di aumento dei costi. 
Altro che licenziamenti. Conclude Buia: “Tra poco, se non si interviene, arriveremo a paralizzare i cantieri”. Allora sì che l’allarme su quella che appare una questione di filiera diventerà un problema sociale, di cui anche la politica non potrà fare a meno di occuparsi.

 

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  • Maria Carla Sicilia
  • Nata a Cosenza nel 1988, vive a Roma da più di dieci anni. Ogni anno pensa che andrà via dalla città delle buche e del Colosseo, ma finora ha sempre trovato buoni motivi per restare. Uno di questi è il Foglio, dove ha iniziato a lavorare nel 2017. Praticante da luglio 2020.