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Il crepuscolo nero del petrolio

Lamberto Icini

La spy story scritta da Leonardo Maugeri prima della sua morte, nel 2017, racconta le trame oscure intorno all’“oro nero” e ha un titolo profetico: Black Twilight

Ho letto da poco il libro scritto da Leonardo Maugeri prima di morire nel 2017 e pubblicato postumo, Black Twilight. L’autore, una lunga carriera in Eni come direttore delle strategie, sviluppo e programmazione e amministratore delegato della società chimica Polimeri Europa terminata nel 2014 per approdare come senior associate all’Università di Harvard, era soprattutto un appassionato studioso del mondo dell’energia e, in particolare, del petrolio.

Il suo libro, il cui titolo tradotto in italiano è “Crepuscolo nero”, ha la struttura di una spy story ma è chiaramente e dichiaratamente il modo per raccontare le trame oscure tessute intorno all’“oro nero” senza incorrere negli strali della giustizia e in quelli degli storici e degli analisti sempre dalla parte dei poteri forti.

 

Il filo conduttore del libro di Maugeri è in sintesi: Stati, compagnie petrolifere, banche, società di trading nel corso degli ultimi decenni dello scorso millennio, e forse ancora ora, hanno tramato al fine di tenere alto il prezzo del petrolio – giunto nel 2008 al costo monstre di 148 dollari al barile – anche a costo di scatenare guerre (locali o regionali), creare tensioni internazionali, rovesciare regimi autoritari – spesso da loro stessi insediati – giustiziandone le guide supreme, abilmente sostenendo il tutto con ricorrenti proclami all’imminente fine del petrolio, una fine mai arrivata e che Maugeri, come alcuni personaggi del suo libro, sosteneva non sarebbe arrivata presto.

 

Chi ha tratto vantaggio dai prezzi alti del petrolio? Oltre ai soliti noti: paesi produttori, compagnie petrolifere, trader spregiudicati che giocano sui futures, speculatori sulle valute monetarie anche, e soprattutto, i possessori di giacimenti non convenzionali (il così detto shale oil e shale gas) e, udite udite, gli investitori in energie rinnovabili – ritenute necessario riparo all’imminente fine dell’oro nero - assistite in tutto il mondo da robusti contributi pubblici.

Ma se l’intramontabilità del petrolio fosse stata sopravvalutata? Se la strategia della tensione petrolifera rischiasse di ritorcersi contro la logica che l’ha ispirata?

 

La pandemia Covid-19 che si è abbattuta sull’intero pianeta, oltre a falcidiare la popolazione ha messo in seria difficoltà l’economia, con un drastico calo della domanda e dei consumi che solo un atteggiamento miope può ritenere provvisorio in quanto legato all’attuale stato di lockdown mondiale. Lo slogan “ne usciremo migliori” significa anche che, come dopo tutte le grandi crisi, ne usciremo inevitabilmente con una minore propensione e una maggiore consapevolezza ai consumi.

 

Il settore energetico non farà differenza. In particolare, il mercato del petrolio è già diventato più corto per una minore interdipendenza tra paesi tradizionalmente importatori, soprattutto gli Usa, ed esportatori. Il combinato disposto del fenomeno del Covid-19 e spaccatura del cartello Opec +, spingono al ribasso le quotazioni del greggio – arrivato a costare meno di un litro di acqua potabile, perché di quella minerale il prezzo unitario a litro era inferiore già da tempo – e fungeranno da moltiplicatore delle dinamiche strutturali in corso. L’aspetto macro che viene fuori da questo scenario è un’accelerazione verso la transizione energetica e la spinta sempre maggiore verso una vera e propria “depetrolizzazione”. che rischia di far diventare desueta la “decarbonizzazione” prima ancora che essa si sia realmente avviata. Le oil company, infatti, puntano a rimodulare velocemente il loro business orientandosi verso un futuro sempre più green.

 

In questo scenario il gas naturale sta soppiantando il petrolio come commodity energetica di riferimento globale. Ciò è dimostrato dagli ultimi investimenti miliardari, tutti incentrati sullo sviluppo di giacimenti a gas o di infrastrutture di lavorazione del gas: in Egitto (Zohr), in Mozambico (Area 1), in Russia (Artict 2 LNG), nel Baltico (North Stream e Balti Pipe), in Nigeria (Train7 LNG), in Arabia Saudita e nell’offshore quatarino (North Field).

Peraltro, detto solo per inciso, tutti progetti alla cui realizzazione è chiamata un’azienda italiana di cui si parla poco, Saipem.

Senza contare i riflessi ambientali tutti a favore del gas naturale che produce il 20% in meno di CO2 rispetto al petrolio e il 40% in meno rispetto al carbone, non produce emissioni di anidride solforosa né polveri sottili.

 

Anche gli equilibri geo-politici e socio-ambientali rischiano di cambiare radicalmente ridimensionando il ruolo centrale del medio oriente (cosa della quale si è reso conto da tempo il principe saudita Mohamed bin Salman) e dell’oceano Atlantico a favore del bacino mediterraneo e dell’oceano Indiano e con un ruolo nuovo anche per i mari del Nord (rotte GNL e rinnovabili offshore).

Forse il titolo del libro di Maugeri è profetico perché per il petrolio rischia veramente di avvicinarsi il Black Twilight.

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