Il prezzo politico a 50 centesimi spinge le mascherine verso gli altri paesi

Maria C. Cipolla

A due mesi e mezzo dallo scoppio dell’epidemia di Covid-19, l’Italia è tra i mercati meno convenienti del mondo per la vendita, ma anche per la produzione, di dispositivi di protezione

A due mesi e mezzo dallo scoppio dell’epidemia di Covid-19, l’Italia è tra i mercati meno convenienti del mondo per la vendita di mascherine, un bene di prima necessità per tutti. E anche la produzione “made in Italy” è stata prima richiesta, poi sussidiata e infine disincentivata dalle stesse istituzioni. A fine aprile il commissario Arcuri ha fissato il tetto del prezzo a 50 centesimi e promesso milioni di mascherine al giorno. La cifra è quasi la metà dei 96 centesimi fissati dalla Spagna il 23 aprile, cioè alcuni giorni prima della ordinanza del commissario, e dei 95 annunciati dalla Francia il primo maggio, cioè qualche giorno dopo la norma italiana.

 

Lo scopo di questa scelta al ribasso era far contento il popolo; il risultato è stato da una parte mettere in difficoltà decine di aziende che hanno investito nella riconversione, se non quelle con cui la Protezione civile ha firmato arbitrariamente contratti di produzione, dall’altra quella di disincentivare gli esportatori, che hanno purtroppo l’imbarazzo della scelta. “C’è un fabbisogno mondiale”, ha dovuto puntualizzare l’11 maggio Antonello Mirone, il presidente di Federfarma servizi, l’associazione dei distributori, “Tutto ciò orienta i produttori verso altri paesi”. Se dall’estero le mascherine non arrivano, quelle a prezzo calmierato, ha spiegato Federfarma, sono già finite. La produzione è in ritardo e ora si cerca di correre ai ripari in retromarcia, ipotizzando l’aumento a 1,50 euro e l’allentamento delle norme sulle certificazioni – servono 5 test diversi di laboratorio e il via libera dell’Iss –, cioè di quelle norme a cui tutte le aziende che hanno risposto all’appello delle istituzioni si sono adeguate finora, anche a tutela della nostra salute. Del resto per decidere la cifra delle mascherine, il commissario si è basato sui prezzi della produzione pre pandemia, ignorando quindi la situazione di emergenza pubblica in cui ci troviamo e che lui sarebbe chiamato a gestire in prima persona. Peccato che le mascherine non siano manici di scopa: non si moltiplicano se maneggiate da apprendisti stregoni.

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