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Perché inseguire il consenso conduce alla stagnazione permanente

Per le forze politiche è tabù sia aumentare le tasse sia tagliare la spesa. Resta solo la sfida ai mercati mentre il mondo rallenta

Alberto Brambilla

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brambilla@ilfoglio.it

17 Agosto 2019 alle 06:01

Perché inseguire il consenso conduce alla stagnazione permanente

Manifestazione ambulanti a Milano (LaPresse)

Roma. In una fase indebolimento del ciclo a livello mondiale e con la Germania a rischio recessione, l’economia italiana già stagnante rischia di peggiorare. Una manovra sviluppista è resa particolarmente difficile, se non impossibile, dal fatto che tutte le forze politiche, dalla Lega di Salvini a un’alleanza tra Pd eM5s, hanno la necessità di inseguire un consenso di breve periodo in una situazione di campagna elettorale permanente. Tutte le forze politiche hanno manifestato – a parole – la volontà di “ridurre le tasse” e specularmente sono convinte che la popolazione non tollererebbe un aumento per 23 miliardi dell’Iva per 23 miliardi, un aumento che ormai è stato demonizzato nel dibattito tanto da diventare l’unica priorità del paese. In verità, in una fase storica di bassa inflazione, le ripercussioni sui consumi potrebbero non essere così terribili come si immagina rispetto alle alternative (altre tasse o ulteriore deficit), e i consumatori potrebbero non pagarla tutta visto che in parte verrebbe assorbita dai produttori (anche esteri).

  

Come ha scritto Veronica De Romanis su questo giornale, l’aumento di questa imposta ha un duplice impatto: concorre all’incremento delle entrate e, quindi, al miglioramento dei conti dello stato e contribuisce a innalzare il tasso di inflazione e, quindi, anche il “deflattore” del pil, riducendo il deficit e il debito in rapporto al pil. Tuttavia usare l’imposta come strumento di finanza pubblica non è palatabile per nessuna forza politica. Eppure allo stesso tempo Salvini vorrebbe abbassare le tasse sui redditi personali (la flat tax) che a questo punto è possibile solamente riducendo la spesa pubblica. Ridurre le spese sarebbe ancora più indigesto in termini di consenso perché in un regime democratico e proporzionale, in cui ogni singolo voto conta, nessuno si prende la responsabilità di intaccare delle rendite di posizione in particolare nel la pubblica amministrazione. Se non si vogliono aumentare le tasse né ridurre le spese, l’unica alternativa è aumentare a dismisura il deficit di bilancio. In questo caso il vincolo esterno, europeo e dei mercati, che Salvini vuole sistematicamente superare, ha un ruolo rilevante.

    

Il problema non è tanto l’opposizione della Commissione europea quanto la percezione che ne deriva da parte degli investitori di mercato, cioè chi detiene o compra il debito. Il conflitto tra istituzioni italiane ed europee è considerato un indicatore della sostenibilità del debito italiano per cui, quando il conflitto si acuisce, gli investitori cominciano a considerare l’ipotesi che il paese possa lasciare l’euro o fallire e per questo si posizionano di conseguenza vendendo i titoli in pancia o cominciando a non acquistare i titoli italiani in asta. Una reazione di panico. “Siamo gli ultimi in Europa a potersi permettere un aumento del deficit, in un contesto in cui c’è un timore di recessione mondiale gli investitori scelgono investimenti sicuri come l’oro”, dice Francesco Daveri, economista dell’Università Bocconi. Durante l’ultima fibrillazione della politica italiana, dopo le elezioni del 2018, gli investitori stranieri avevano ridotto le loro disponibilità di debito sovrano italiano di quasi esposizione sull’Italia di € 60 miliardi in due mesi. Nello stesso periodo, la Banca centrale europea era arrivata in soccorso (comprando 7 miliardi di euro in più nel contesto del Quantitative easing), mentre le banche italiane hanno aumentato gli acquisti di 43 miliardi di euro.

    

E’ da vedere se questo schema si potrà replicare se la crisi politica si replicherà alla fine di quest’anno. Di solito le banche italiane riducono l’esposizione sui titoli di stato a fine anno, per ricominciare gli acquisti a febbraio, mentre la Bce ha solo annunciato la possibilità di riprendere il Quantitative easing nel 2020. La ricerca del consenso non lascia spazio per realizzare la manovra e probabilmente l’Italia sovranista anziché cercare un guizzo di sviluppo interno andrà a rimorchio dei programmi di stimolo della Bce.

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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