L'inutile monito

Stefano Cingolani

Otto anni fa la lezione della Bce contro l’Italia ci salvò dalla crisi ma non dai populisti. Oggi la storia rischia di riproporsi

La storia che stiamo vivendo ancor oggi, un po’ come tragedia un po’ come farsa, è cominciata il 5 agosto 2011, giorno che Giulio Tremonti ricorda come un venerdì nero. In realtà, si aspettava un fine settimana meno ansiogeno dei precedenti. Il 27 luglio aveva ricevuto il benestare dell’Unione europea alla legge di Stabilità e questo avrebbe dovuto placare i mercati, anche se lo spread tra il Btp a dieci anni e il Bund tedesco viaggiava sui 350 punti base. Quando ricevette una telefonata da Palazzo Chigi, il ministro dell’Economia pensò che fosse per un saluto prima delle vacanze e si tranquillizzò, visto che i rapporti con Silvio Berlusconi non erano sereni. Il capo del governo lo convocò senza troppi preamboli: “Giulio, vieni subito qui”. Nell’ufficio trovò Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e Renato Brunetta, il consigliere economico più ascoltato da molti mesi a questa parte. Berlusconi gli porse un foglio con l’intestazione della Banca centrale europea e Tremonti sbiancò. Lesse in fretta, ma con grande attenzione e, arrivato al punto due comma a, fece un salto sulla sedia. Era scritto parola per parola: “L’obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell’1 per cento nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa”. Arrivato alla fine, alle firme in calce di Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, aggiunse: “La data è sbagliata”. “Ma no è giusta, oggi è il 5”, lo riprese Brunetta. “Non quella data, ma quella del pareggio del bilancio. E’ anticipato di un anno”.

   

L’incubo per Giulio Tremonti inizia il 5 agosto del 2011, con la convocazione a Palazzo Chigi e la lettera della Bce

Il consiglio della Bce si era riunito il giorno prima per esaminare la ricaduta della crisi greca su Italia e Spagna. Il nuovo salvataggio di Atene, varato a giugno con una ristrutturazione volontaria del debito pari al 21 per cento, era stato giudicato insufficiente dai mercati. I tassi d’interesse erano balzati in alto e il contagio finanziario non dava tregua. La discussione era stata ampia e animata, come si suol dire. Alla fine si decise che bisognava intervenire, mandando un messaggio chiaro sia a Berlusconi sia a Luìs Zapatero. La redazione delle due lettere venne lasciata alle banche nazionali, quindi a Miguel Fernandez Ordoñez per la Spagna e a Mario Draghi per l’Italia. E’ stato Draghi, allora, a imporre l’anticipo del pareggio di bilancio? Certo, stava a cuore alla Banca d’Italia. Ma stava a cuore anche alla Bce la quale aveva cominciato a comperare titoli italiani e spagnoli sul mercato secondario, però aveva bisogno che Roma e Madrid mostrassero una chiara volontà di mettere i conti pubblici sotto controllo.

 

Accanto a “misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche”, la lettera chiedeva al governo italiano “una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali… attraverso privatizzazioni su larga scala”. Non se ne è fatto nulla. Di tutto quel puntiglioso elenco sono state realizzate solo due riforme: le pensioni e il mercato del lavoro, entrambe rimesse in discussione dalla nuova alleanza nazional-populista. E’ stato introdotto nella Costituzione l’obbligo al pareggio di bilancio, ma nessun governo lo ha rispettato. Sono state abolite le province, ma solo sulla carta. I contratti collettivi di lavoro avrebbero dovuto mettere al centro gli accordi aziendali; i sindacati hanno fatto orecchi da mercante. La Pubblica amministrazione doveva essere “immediatamente” resa più efficiente: otto anni dopo resiste persino alla rivoluzione digitale. Prediche inutili, insomma, come quelle di Luigi Einaudi?

  

Di tutto quel puntiglioso elenco sono state realizzate solo due riforme: le pensioni e il mercato del lavoro, già rimesse in discussione

C’è chi sostiene che la missiva all’Italia l’avesse sollecitata lo stesso Berlusconi per trarsi d’impaccio, incapace di scegliere tra l’attendismo di Tremonti il quale continuava a ripetere che quando volano pietre la cosa migliore è non muoversi e la voglia di dare una “frustata al cavallo dell’economia”, come aveva scritto in una lettera al Corriere della Sera, Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaüble aveva chiesto lumi al suo consigliere Jörg Asmussen, che aveva preso un master alla Bocconi: “Tra un Tremonti rigorista e un Berlusconi sviluppista, chi fa la politica economica italiana?”. Il fatto è che il 29 maggio il comune di Milano era passato alla sinistra guidata da Giuliano Pisapia e il governo di centrodestra era entrato in fibrillazione. Due giorni dopo, tutta l’attenzione si era spostata su Draghi che officiava l’ultima sua messa cantata in Bankitalia. Il governatore chiese “una manovra tempestiva, strutturale, credibile agli occhi degli investitori internazionali”. E aggiunse: “Oggi bisogna in primo luogo ricondurre il bilancio pubblico a elemento di stabilità e di propulsione della crescita economica, portandolo senza indugi al pareggio”. Draghi concluse citando Cavour: “Il risorgimento politico di una nazione non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico”.

 

La perdita della roccaforte berlusconiana, con il suo potere simbolico, aveva scosso Forza Italia mentre la Lega di Umberto Bossi auscultava la sua base inquieta e prometteva battaglia. Berlusconi, dunque, avrebbe lanciato un messaggio a Via Nazionale e a Mario Draghi del quale aveva sostenuto la candidatura alla Bce. Il Cavaliere pensava che sarebbe stato più facile far ingoiare la pillola amara se arrivava da Francoforte. Il governo veniva criticato per una finanziaria troppo morbida che rinviava a dopo le elezioni del 2013 le scelte più drastiche e alla fine conveniva scaricare sull’Europa la responsabilità di scelte ormai inevitabili.

 

Zapatero chiuse la lettera della Bce in un cassetto e s’avvio orgoglioso verso la sicura sconfitta alle elezioni anticipate. Quella indirizzata a Berlusconi finì subito sui giornali e il pomeriggio stesso il governo dovette annunciare nuovi provvedimenti. La politica di bilancio diventò una tela di Penelope e scoppiò la bagarre con la Lega che rifiutava la riforme delle pensioni e lo spread che continuava a salire. Il decreto di Ferragosto (varato il 13), fu una botta da 64 miliardi tra tasse e tagli, con tanto di anticipo al 2013 del pareggio del bilancio.

 

Il caos politico di quel mese divenne un punto di non ritorno: da allora fino alle dimissioni l’8 novembre, è tutto un precipitare lungo il piano inclinato, tanto che viene proposto all’Italia di chiedere l’intervento del Fondo monetario internazionale. E’ la sera del 3 novembre, durante le cena ufficiale del vertice europeo a Cannes. Attorno al tavolo rettangolare siedono Barack Obama, la Merkel, Berlusconi, Zapatero, Papandreou, i ministri dell’Economia, Barroso e Christine Lagarde per il Fondo monetario internazionale. “C’era un ambiente estremamente critico verso il governo italiano”, racconta nel suo libro di ricordi il premier spagnolo. “La Merkel mi propose subito di accettare una linea di credito preventiva di 50 miliardi di euro dal Fmi, mentre altri 85 sarebbero andati all’Italia. La mia risposta fu diretta e chiara: no”. Il tiro incrociato si sposta, con momenti di vera tensione, tra seri rimproveri, invocazioni storiche, perfino invettive sul ruolo degli alleati dopo la seconda guerra mondiale, viene fuori di tutto. “Ricordo la strenua difesa, un catenaccio in piena regola, di Berlusconi e di Tremonti. Entrambi allontanano il pallone dall’area, con Berlusconi che sottolinea la capacità di risparmio degli italiani. Mi è rimasta impressa una frase che Tremonti ripeteva: conosco modi migliori per suicidarmi”. Secondo Lorenzo Bini Smaghi fu un errore: la ricetta della troika era meno indigesta di quella propinata sotto la pressione dei mercati e il serio rischio di default. Perché molti oggi dimenticano che nella prima settimana di novembre, le banche cominciarono a essere a corto di contanti ed era ormai concreto il rischio che i bancomat fossero vuoti.

  

L’inevitabile seconda recessione quando l’Italia non era ancora uscita dalla prima, quella del 2008-2010. Le ricadute sociali e politiche

Il governo Monti era stato preparato fin dall’estate, secondo attendibili ricostruzioni, come un piano B per applicare le direttive della Bce. Ma venne varato sotto la pressione dei mercati, fu costretto ad aumentare le tasse e a introdurre una patrimoniale sulla casa. Si trattava di intervenire d’urgenza per rimpolpare subito e in modo consistente le entrate, mentre il taglio della spesa, come avevano chiesto Draghi e Trichet, avrebbe avuto un effetto dilazionato nel tempo. Ciò spinse verso una seconda recessione l’Italia non ancora uscita dalla prima, quella del 2008-2010. Fu inevitabile, ma la ricaduta sociale e politica è stata micidiale. Lì è cominciata la resistibile ascesa del M5s e la Lega si è trasformata nella destra sociale, anche se è riduttivo pensare che il nazional-populismo sia frutto della crisi; piuttosto si è nutrito della crisi, come l’ameba che divora il cervello.

 

Draghi con il suo whatever it takes del 26 luglio del 2012 ha salvato l’euro e l’Italia dalla bancarotta. Lui da solo? Il suo colpo d’ala è stato decisivo, tuttavia non sarebbe stato possibile senza il governo di salute pubblica. Lo chiamiamo così perché non doveva essere un governo tecnico. Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, gran timoniere nella tempesta politica, lo aveva concepito come gabinetto di unità nazionale, chiedendo ai capi dei partiti di prendervi parte come vicepresidenti del Consiglio. Aveva subito detto sì Pier Ferdinando Casini, poi anche Berlusconi designando a rappresentarlo Angelino Alfano che a quel tempo guidava Forza Italia. Chi disse no fu Bersani il quale voleva elezioni anticipate contro l’opinione di Napolitano. E tra loro scese il gelo, o forse sarebbe meglio chiamarlo ghiaccio bollente.

 

Il governo d’emergenza aveva placato lo spread, ma nella primavera del 2012 riprende a impennarsi. A spingerlo non è più Roma, ma di nuovo Atene. Il governo guidato da Andreas Papandreu non controlla più la situazione. Il collasso della Grecia getta un’onda di instabilità anche sulla Spagna e sull’Italia. A quel punto, Monti propone il ricorso a uno scudo anti-spread. Cioè la possibilità di intervenire nel caso in cui un paese, avviato sulla via del risanamento delle proprie finanze, subisse attacchi speculativi. Il 18 e 19 maggio Barack Obama invita a Camp David, la residenza estiva di ogni presidente americano, i capi di stato e di governo del G8 (ne faceva ancora parte Vladimir Putin). La sera del 18 si riuniscono Obama, la Merkel, Hollande e Monti. Al termine di una lunga discussione passa il principio che interventi di stabilizzazione sono possibili per i paesi che avevano fatto i compiti a casa come si usa dire. Il presidente americano spinge per salvare la Grecia e aiutare l’Italia. Un mese dopo, il 18 e 19 giugno, al G20 di Los Cabos in Messico, le divergenze riemergono. Monti aveva dato a Obama un appunto con la sua proposta. E il presidente quella sera distribuisce il foglio dicendo: dobbiamo discutere il memorandum italiano. “Non so niente di memorandum italiani”, esclama la Merkel sorpresa più ancora che seccata. La discussione si sviluppa in modo disteso, ma senza risultati concreti. Alla vigilia del consiglio europeo del 28 e 29 giugno Monti invita a villa Madama Merkel, Hollande e Obama, per un incontro informale al quale si aggiunge anche Rajoy. La Merkel non gradisce e sente il profumo di un’alleanza latina. A quel punto, il presidente del Consiglio italiano, tra la sorpresa generale, rifiuta di approvare il patto per la crescita. “Toglieremo il veto – dichiara – solo se ci sarà un accordo sulla stabilizzazione”. L’Eurosummit dura fino alle 4 del mattino, ma l’Italia la spunta. La stampa tedesca attacca la Merkel e parla di sconfitta per la Germania.

 

Le élite hanno commesso errori, ma hanno evitato il peggio, cioè una grande depressione che era dietro l’angolo, eppure se ne vergognano

Questo è l’antefatto che prepara il whatever it takes. Le élite hanno commesso errori, ma hanno evitato il peggio, cioè una grande depressione che era dietro l’angolo, eppure se ne vergognano, tanto grande è il potere della propaganda avversaria. E’ di moda tornare agli anni Trenta per spiegare l’ascesa del nazional-populismo, ma oggi non esiste nessun abisso di miseria in occidente, c’è un peggioramento relativo di alcune classi medio-basse i cui livelli di consumo e di welfare sono incomparabili con quelli di allora e con quelli dei paesi emergenti come la Cina, l’India o lo stesso Brasile.

 

Dal 2012 in poi la situazione economica è cominciata a migliorare anche in Italia finché non s’è affacciata la ripresa. Il 2017 si è chiuso con un prodotto lordo in ascesa dell’1,7 per cento, il miglior risultato in un decennio. Nel 2018, a ridosso delle elezioni, la curva si è appiattita, poi tutto è precipitato nell’autunno 2018. La nuova crisi da spread ha segnato i risparmiatori, le banche, la Borsa e adesso il 2019 torna piatto: crescita zero, ma se ha ragione il centro studi Confindustria, c’è il rischio che arrivi la terza recessione. E Matteo Salvini chiede una frustata, anche lui, di nuovo, la storia non insegna nulla.

 

“Gli ultimi 24 mesi hanno messo in ginocchio l’Italia”, scrive Ernesto Auci nel suo libro appena pubblicato per i tipi di goWare. La slavina, sottolinea, comincia il 4 dicembre 2016 con la sconfitta di Renzi al referendum costituzionale. Quel risultato ha introdotto un virus contro-riformatore che ha sovrapposto leggi e norme a quelle esistenti, bloccando i processi decisionali. Quota 100 non seppellisce la Fornero, come annunciava Salvini, ma la rende meno efficace. Il reddito di cittadinanza si sovrappone ad altri ammortizzatori sociali, non cambia il mercato del lavoro. L’articolo 18 non è stato ripristinato, ma sono stati inseriti meccanismi per disincentivare i licenziamenti. Ciò dimostra che le riforme erano necessarie e cancellarle è suicida. Un paese fermo per timore del domani prepara la decrescita infelice.

 

Il commiato di Mario Draghi dalla Bce è un messaggio molto chiaro: la Banca centrale continuerà a fare la sua parte, stampando moneta e acquistando di nuovo titoli pubblici e privati, ma il bazooka ora passa ai governi. Otto anni dopo, si ripropone il dilemma di fondo: politica monetaria e politica fiscale debbono agire di conserva. E otto anni dopo le raccomandazioni della Banca centrale europea sono ancora inattuate. Prediche inutili? Ci vuole forse un’altra lettera o un’altra crisi da spread quando il debito italiano verrà di nuovo bocciato dai mercati, cioè dai risparmiatori che lo comprano?

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