Il mondo prima

Angiolo Bandinelli

Storie di redazioni che non esistono più. La direzione di Pannunzio, la politica e la vera élite di Via Veneto, quella snobbata da Pannella

Il settimanale Il Mondo, nella sua ultima e più celebre versione, quella avviata da Mario Pannunzio nel 1949 con il sostegno e la collaborazione dell’editore Mazzocchi, aveva la sede – direzione, redazione, servizi – in Via della Colonna Antonina 12, nell’elegante palazzetto settecentesco che fronteggia Montecitorio chiudendo armoniosamente la piazza con al centro l’obelisco, uno dei cinque o sei che ancora adornano Roma. Montecitorio, nato come sede di importanti uffici dell’amministrazione ecclesiastica, nella Roma non più papalina venne dedicato alla politica nella sua forma più alta e nobile, e fu una delle due sedi del Parlamento unitario. Vi venne ricavato senza difficoltà l’anfiteatro della Camera, mentre quello del Senato, più piccolo e raccolto, trovava spazio in Palazzo Madama, nato come residenza della Regina Madre, Margherita, dopo la morte del marito Umberto, ammazzato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci il 29 luglio 1900, nell’ultimo dei tre attentati subiti. Margherita doveva essere donna di polso e di mondo, nelle fotografie ha sempre il collo cinto da più file di perle grosse come nocciole.

L’ultima e più celebre versione, quella avviata da Mario Pannunzio, ereditata da Alessandro Bonsanti e Giovanni Amendola

Al Parlamento si volle dare una nuova impronta anche sul piano architettonico ampliandolo su disegno di Ernesto Basile, un architetto siciliano fervido di opere in pieno liberty europeo. Montecitorio ha così due prospetti, uno cinquecentesco l’altro fin de siècle, l’insieme è stilisticamente incongruo ma “tiene” abbastanza bene. Da quel che mi risulta, è anche funzionale rispetto ai compiti cui deve assolvere. Nel breve periodo in cui lo frequentai come parlamentare, lo trovai vivibile. Credo di essere stato uno dei rari (?) parlamentari che usufruirono d’estate, nella canicola agostana, dei servizi situati nel seminterrato, tra cui vaste sale da bagno dotate di ogni comfort, persino di bottigliette di profumi, lavanda etc., con cui ristorarsi e rinfrescarsi. Ma efficienti erano anche gli uffici dei funzionari sempre a disposizione dei parlamentari molti dei quali, non culturalmente attrezzati per adempiere al loro compito, trovavano in loro una pronta assistenza e collaborazione.

L’elegante testata del settimanale diretto da Pannunzio era ereditata da una sua non meno celebre versione, creata nel 1922 da Alessandro Bonsanti e Giovanni Amendola, anche questa nella caparbia illusione di poter creare e far vivere una “terza forza” liberale e democratica capace di incunearsi efficacemente tra i due grandi partiti egemoni e fortemente ideologizzati, il Pci e la Democrazia cristiana. Fu una illusione che diede vita a vistosi smottamenti, incaute lacerazioni e conseguenti, persino impensabili, ricuciture, come quando nel 1951 il gruppo di Pannunzio rientrò nell’ambiguo Partito Liberale Italiano dalle mille facce, tra Villabruna e Malagodi. Non mi ricordo ci fosse l’ascensore. Senza difficoltà si accedeva al grande salone dalle pareti chiare, in pratica tutta la sede del settimanale, che solo al direttore e a Ernesto Rossi riserbava il privilegio di una stanza tutta loro: il portone veniva aperto, più o meno alle cinque, da un portiere gallonato e con in testa il berretto con visiera. Rimaneva, a custodire un minimo di privacy, una portiera a ventola in legno e vetro, che si apriva con un leggero soffio come quelle dei saloon dei film western. Vigilava sugli ingressi l’imperturbabile portiere: a lui si potevano consegnare gli articoli, io facevo così, inoltrarmi al cospetto di tante intelligenze era un azzardo che mi intimidiva. Ma ho la soddisfazione di poter dire che uno solo dei miei circa quaranta articoli venne rifiutato da Pannunzio: con l’amico Giuliano Rendi ero stato a Mosca, Kiev, Helsinki per circa due mesi, parte di una delegazione ospite delle autorità sovietiche, e tornato a Roma mi affrettai a buttar giù un paginone di descrizioni e commenti, allora sulla Russia sovietica si sapeva poco. Tra l’altro offrivo al giornale una piccola chicca, un minuzioso reportage sul palazzetto di Yalta costruito per non so quale zarina in perfetti stile e marmi italiani, in onore del suo amante ovviamente italiano, dove si erano svolti gli storici incontri tra Roosevelt, Stalin e Churchill che decisero le sorti del mondo e dove, anni dopo, morì Togliatti, vittima di un ictus mentre era in vacanza assieme a Nilde Jotti. Ricordo che per dovere di ufficio partecipai, in rappresentanza del Partito Radicale, alle imponenti esequie che si snodarono lungo una Via dei Fori Imperiali invasa da una marea di gente.

 

Mi riceveva in piedi, davanti alla scrivania dove lavorava, coperta di ritagli, articoli e fotografie, sotto un grande ritratto di Cavour

La vasta sala della redazione era occupata, lungo le nude pareti laterali e tra le due ampie finestre che si aprivano con bell’affaccio su piazza e obelisco, da due o tre vasti tavoli da lavoro, riserbati ad Alfredo Mezio, alla signorina Bice, monumentale redattrice e segretaria fissa, e al genius loci, la tuttofare Nina Ruffini, mentre l’ultimo, quello tra le due finestre, era tenuto sgombro per Mino Maccari e Amerigo Bartoli che lo occupavano alternativamente un pomeriggio a settimana per buttarvi giù la vignetta dell’ultima pagina. Leggende metropolitane raccontavano che i redattori facessero a gara per impossessarsi degli scarti, le prove, le bozze che i due artisti vi lasciavano noncurantemente sparpagliate. Alfredo Mezio era giornalista di lungo corso, ma soprattutto conoscitore profondo dell’arte italiana degli anni Trenta, in particolare di quella che venne definita una “Scuola Romana”. Nina Ruffini impersonava abbondantemente almeno una delle anime del giornale, quella che si riconosceva nella combriccola di amici, frequentatori notturni dei caffè di Via Veneto e faineants di lusso, unanimemente ritenuti i depositari delle poche ma indiscutibili (e mai in effetti discusse) solidissime verità spettanti alla tradizione laico-laicista della destra italiana, con qualche puntata anche della migliore sinistra, tipo Ernesto Rossi e, per un po’ e fino alla rottura devastante con il resto del gruppo, Leopoldo Piccardi. Nina Ruffini, custode gelosa di un nome familiare di storiche radici risorgimentali, era invece piccola e un po’ segaligna, il volto coperto di una trama di rughe e un sorriso accogliente e un po’ ufficioso, d’obbligo. Abitava in un elegante appartamento sull’Aventino e agli ospiti offriva tè in un servizio di finissima porcellana, che intimidiva per la sua fragilità. Un po’ defilata ma politicamente aggressiva, c’era in quella redazione anche Lily Marx, una tedesca probabilmente ebrea stabilitasi in Italia. Anche lei magra e segaligna, seguiva con passione, una sigaretta dopo l’altra,le seduta del Consiglio comunale di Roma, dove il radicale Leone Cattani, assieme al comunista Aldo Natoli, stava avviando il primo grande dibattito del Dopoguerra sull’urbanistica romana, da cui scaturì il primo Piano Regolatore della città. Chi entrasse era accolto da un grande sofà bianco, forse in vera pelle, in cui il malcapitato sprofondava. Gli si accostava subito, premurosa ed efficiente, la Bice. Lo fece anche con me, quando mi sedevo con l’articolo in mano, pieno di timidezza, impacciato, e l’imbarazzo si faceva travolgente. Dopo un po’ o ti prendevano di mano l’articolo o ti introducevano al direttore Mario Pannunzio. Allora gli articoli erano battuti a macchina, con cancellature e correzioni in bianchetto o in pennarello nero, scritti e riscritti dieci volte per poter essere presentabili. Pannunzio mi fece telefonare un paio di occasioni dalla segretaria, perché andassi da lui a discutere di un argomento che mi voleva affidare o per chiedermi di apportare qualche correzione o modifica all’articolo appena letto. Io, ovviamente, mi precipitavo, ma in giacca e cravatta. Mi riceveva in piedi, davanti alla scrivania dove lavorava, coperta di ritagli, articoli e fotografie, sotto un grande ritratto di Cavour, nume tutelare indiscusso suo e del settimanale. Era alto, imponente, sempre pettinato accuratamente con i capelli lisciati all’indietro, e accuratamente vestito in doppio petto di grisaglia con scarpe nere di coppale. Pare dicesse che se non avesse fatto il giornalista avrebbe fatto il ballerino. Pare anche che la moglie fosse proprio una ballerina. Era insomma, al di là del giornalista, un affabile uomo di mondo. Condivideva origini lucchesi con l’altro grande giornalista Arrigo Benedetti, fondatore e direttore dell’Espresso, il settimanale a larga diffusione tanto quanto il Mondo era un foglio per élite. Quel salone non fungeva solo da redazione, era anche un grande salotto per gli amici e i collaboratori più stretti. Non osai mai farvi una capatina anche se sicuramente sarei stato accolto con cortese larghezza, mancai l’occasione di fare qualche utile conoscenza.

 

Il portone veniva aperto, più o meno alle cinque, da un imperturbabile portiere gallonato e con in testa il berretto con visiera

La sera era affollato, il cicaleccio intelligente, colto e raffinato raggiungeva il diapason ad ore molto tarde. Poi le luci si spegnevano, i più se ne tornavano a casa, un gruppetto di fedelissimi si trasferiva a Via Veneto, dove occupavano un paio di tavolini tirando avanti fin quasi all’alba. Costituirono un gruppo di élite, gli amici di Via Veneto appunto, privilegiati in ragione della raffinata intelligenza di cui erano indiscussi e un po’ snobistici depositari. Tra quanti scalpitarono per esservi ammessi vi fu anche Eugenio Scalfari, ambizioso giornalista pronto a scalate di successo. Rare, invece, le apparizioni di Marco Pannella, il quale non volle mai scrivere un rigo sul settimanale, nonostante le sollecitazioni e offerte di Pannunzio. Del Pannella possibile grande giornalista rimangono peraltro alcune corrispondenze dal Giorno, il giornale creato – si dice – dall’Eni per fare concorrenza al confindustriale Corriere, inviate a Roma dalla sede parigina, nell’attesa di possibili notizie da inserire nella “ribattuta” di mezzanotte, affidata a lui – già incallito nottambulo – dal direttore Italo Pietra. Fu lì che lo incontrai,un paio di volte, mentre ero a Parigi per giovanili interessi sentimentali. Uscivamo dalla sede del giornale per interminabili chiacchierate notturne, già una specialità di quel nottambulo di Marco e che con lui continua anche quando rientrò a Roma. Abitò allora a Palazzo Taverna, forse il più bell’attico di Roma, aperto a 360 gradi sul favoloso panorama della città illuminata. Io abitavo a cento metri di distanza, in un paio di stanzette in affitto.

 

Marco Pannella non volle mai scrivere un rigo sul settimanale, nonostante le sollecitazioni e le offerte. Le ribattute al Giorno

Ovviamente, spesso veniva a casa mia quella che poi è divenuta mia moglie, e quando capitava Marco invitava anche lei a salire al suo attico. Lì offriva agli ospiti una immancabile pantagruelica spaghettata, innaffiata da un qualche bicchierino di verde liquore abruzzese, Genziana o Centerbe Toro, che bruciava la gola. Ma nonostante questa tortura, quelle serate sono per me indimenticabili, perché Marco era un conversatore instancabile, avidamente curioso e attento oltreché brillante parlatore, e anche quelle occasioni davano luogo a interminabili ma interessantissime chiacchierate. Che durarono poi, manco a dirlo, una vita intera.