Viva l'apertura, migliore assicurazione sul futuro di un paese. Parla Minali (Cattolica)

Renzo Rosati

La minaccia del "becero-localismo", con molti proclami ma senza reali prospettive e ambizioni

Roma. Alberto Minali, 53enne amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni, è un veronese anomalo, in questi tempi: ha pilotato la compagnia dall’èra di Gianni Zonin e della Popolare di Vicenza, sua azionista fino al 2015, a quella di Warren Buffet, il maggiore investitore mondiale, che ne è diventato primo azionista con il 9,05 per cento a ottobre 2017, quattro mesi dopo il suo arrivo al vertice. Non crede nel localismo predicato soprattutto dalla Lega – alle europee ha votato con convinzione per Carlo Calenda – ma nel mercato globale. Guarda con scetticismo a un governo “nel quale uno parla alle insicurezze del paese, l’altro alla pancia”; e se deve riferirsi a un modello di virtù amministrative parla “del lombardo-veneto, più lombardo però”.

  

Ha introdotto il sistema monistico, una governance più snella con cda in luogo dei precedenti organismi di sorveglianza e di gestione, prima compagnia assicurativa a farlo. Crede fermamente nell’Europa: “Non possiamo non dirci europei”. E nell’ultima assemblea ha visto il fondo Berkshire Hathaway di Buffet chiedere di diventare socio della cooperativa, oltre che azionista. E ha chiuso il bilancio 2018 con 107 milioni di utile, miglior risultato da dieci anni. Al Foglio spiega come un’azienda nata nel 1896 per tutelare i piccoli proprietari terrieri, passata per i riti democristiani e poi leghisti, evolve verso il mercato libero e i grandi fondi americani. Partendo da una città e una sede “dove la Lega prende il 47 per cento”; Verona appunto. “I nazionalisti descrivono i fondi internazionali come meri speculatori” dice.

 

“Forse è un riflesso dei guai che abbiamo sullo spread. Ma c’è una radice più profonda in ciò che chiamo becero-localismo, con molti proclami ma senza reali prospettive e ambizioni. Buffet, che ho incontrato alcune volte negli Stati Uniti, ha investito chiedendo una sola cosa: un buon piano industriale, che contiamo di avere dato con quello 2018-2020, e un ritorno in termini di utili. In questo senso il mercato obbliga i manager a gestire bene un’azienda, i suoi dipendenti, i clienti. Sovranità e bandierine c’entrano zero”. Minali racconta di come i viaggi oltre Atlantico (“dove sono diventato un super-cliente di Uber, anche quella tanto osteggiata qui”) gli hanno aperto le porte di oltre trenta altri fondi, che controllano un altro 10 per cento del capitale “e Buffet è stato un ottimo biglietto da visita. Si tratta di fiducia e reputazione, cose delle quali abbiamo un gran bisogno”.

 

Senza rinunciare alle migliori pratiche, appunto, del lombardo-veneto: “Cattolica, dopo che nella fondazione Arena di Verona, è appena entrata in quella della Scala di Milano come fondatore sostenitore. Del resto san Zeno, il nostro patrono, era di rito ambrosiano. Oggi il modello solidarista lombardo, ben diverso dal localismo, è un esempio di terzo settore che racchiude interessi economici, sociali, politici. Questo favorisce la ricerca e la cultura, come si vede a Milano, ma anche la maturazione e il pragmatismo della classe dirigente. E’ una visione moderna dei corpi intermedi, dal sindacato ad Assolombarda, che impedisce anche che qui attecchiscano gli estremismi dei gilet gialli”. Minali però è alle prese anche con un’altra evoluzione, che riguarda il business assicurativo: “Tradizionalmente le compagnie assicurano la proprietà: le case, specie in Italia, e le auto. Ma il mondo moderno sarà sempre meno attaccato alla proprietà. Nelle auto, nelle grandi città ci si affiderà in misura crescente al trasporto pubblico e al car sharing; certo a condizione che funzionino. Quanto alla casa i giovani possono sempre meno permettersela. A ragione o torto le famiglie hanno investito i loro soldi nel mattone: ha funzionato per decenni, oggi il mercato immobiliare è fermo, e forse non solo per un fatto ciclico ma per l’inizio della fine del ciclo stesso. Sarebbe forse più giusto investire nell’istruzione dei figli anziché nel tetto da lasciare in eredità; e guardare alla terza età per i cui problemi tutto il mondo moderno è impreparato”. Quindi? “Quindi dovremo sempre più assicurare i servizi, l’assistenza domestica grazie alle nuove tecnologie; e la salute, la cura degli anziani, le borse di studio dei nostri figli che girano il mondo. Come merci, brevetti, beni immateriali. Non è solo sharing economy, è un’altra economy. Ma è anche una ruota che gira: i Lloyd nacquero per questo. Non sappiamo di preciso che cosa accadrà con la Brexit, ma certo un’azienda italiana moderna, se si aprono spazi, deve esserci”.

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