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Geopolitica di un disastro

Lo schianto di Boeing è un colpo alla reputazione del “made in America”

Dopo l’incidente in Etiopia la Cina mette a terra i 737 ed emergono difetti di comunicazione tra macchina e piloti

11 Marzo 2019 alle 19:13

Lo schianto di Boeing è un colpo alla reputazione del “made in America”

I resti del Boeing dell'Ethiopian Airlines precipitato (foto LaPresse)

Milano. Lo schianto del Boeing 737 max 8 che domenica ha fatto tremare la terra sotto i piedi di Malka Galato, il contadino etiope sorpreso al lavoro dalla tragedia (“sembrava un aeroplanino di carta” si è limitato a ripetere di fronte ai resti del velivolo) è risuonato lunedì in tutto il pianeta. Dai recinti di Wall Street – dove Boeing ha vissuto la peggiore seduta dall’11 settembre 2001 – agli hangar dei grandi aeroporti asiatici, dove sono stati rinchiusi, in attesa di indagini, i giganti creati dal colosso di Seattle, la più importante, se non l’unica prova della superiorità tecnologica americana insidiata a terra, per mare e sulle reti dell’economia virtuali ma non nei cieli.

 

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Fino a lunedì. Perché lo schianto che è costato la vita ai 157 passeggeri dell’Ethiopian Airlines, combinato con le 189 vittime del tragico incidente nel mare di Giava del 29 ottobre, protagonista un altro apparecchio dello stesso tipo, proietta un’ombra sinistra sull’immagine degli Stati Uniti in un momento assai delicato del conflitto commerciale e tecnologico con Pechino. Si può spiegare anche così la rapidità con cui le autorità cinesi hanno deciso di mettere in quarantena il “gioiello” di Boeing: non solo da lunedì restano a terra i velivoli già consegnati alle compagnie cinesi (poco meno di un quinto dei 350 finora prodotti dal gruppo americano) ma sono sospese – e a rischio di cancellazione – le prenotazioni per altri cento apparecchi. E notizie ancora più disastrose arrivano dall’Indonesia, la nazione colpita dal disastro di ottobre: anche Giacarta ha deciso di sospendere i voli. Brutto colpo perché Lion Air, la compagnia vittima del disastro del 29 ottobre, dispone di 14 apparecchi 737 Max 8 ma, soprattutto, ne ha prenotati ben 201. Non è esagerato dire che il futuro del colosso dell’aviazione si gioca in Asia e in particolare in Cina, dove sono stati piazzati i due terzi degli apparecchi oggi in circolazione. Anche questo spiega la reazione di Wall Street (meno 11 per cento a inizio scambi con correzione a meno 7) che solo pochi giorni fa ha festeggiato il traguardo di 100 miliardi di dollari di commesse per Boeing, fino a oggi il titolo più acquistato in vista di una pace sui dazi con Pechino.

 

In questa chiave è una modesta consolazione la doverosa cautela con cui le autorità seguono le inchieste sull’incidente e le analogie con quanto successo a fine ottobre nel mar di Giava. Il principale indiziato è il software, o meglio, il difetto di comunicazione tra uomo e macchina. Nel caso di Lion Air l’inchiesta ha appurato che all’origine dell’incidente erano alcuni parametri errati inviati in cabina ai quali il pilota aveva reagito mettendo in pratica contromisure per correggere qualcosa che in realtà non stava accadendo. E’ possibile che domenica si sia ripetuto l’errore di misurazione dei sensori Aoa (che sta per Angle of attack) che servono a misurare automaticamente l’angolo di volo dell’aereo.

 

A confermare il sospetto è l’andamento a zig zag dell’aereo salito nel cielo etiope fino a 8.150 metri per poi scendere in picchiata fino a 450 metri, risalire e poi scomparire dai radar. Il pilota, dunque, non sarebbe stato in grado di disinserire il sensore e passare al comando manuale. Eppure, dopo il primo incidente, Boeing aveva riconosciuto la possibilità dell’errore e aggiornato il 7 novembre il manuale di istruzioni di volo senza però provvedere a un’adeguata pubblicità tra gli utenti. “Solo un idiota – aveva protestato allora l’associazione dei piloti di American Airlines – può introdurre novità nel sistema di comando di un aereo senza provvedere ad assicurare un’adeguata formazione dei piloti”. Una colpevole negligenza che, accusano ancora i piloti, è ancor più colpevole per una condotta assai aggressiva del marketing. “Fino a pochi mesi fa – è l’accusa dei piloti americani – uno degli argomenti usati da Boeing per spingere le vendite del nuovo modello era che il sistema di guida era lo stesso dei modello precedente”.

Ugo Bertone

Classe 1953, torinese, laurea in giurisprudenza, ha lavorato all'ufficio stampa della Borsa in anni remoti, poi al Sole 24 Ore e alla Stampa. Ha partecipato all'avventura di Epf (Borsa & Finanza e Finanza & Mercati) e si è pure divertito. Ama l'economia reale, l'industria in particolare. Per questo preferisce le storie cinesi, rispetto alle miserie a tasso zero di casa nostra.

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