Di Maio dice che arriverà il “boom”, ma per Banca d'Italia è già recessione

Luciano Capone

È vero che la flessione dipende in parte dal peggioramento del ciclo internazionale, dai rischi per le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina e per le tensioni finanziarie dovute al negoziato sulla Brexit, ma il governo ci ha messo del suo

Roma. Luigi Di Maio dichiara che stiamo entrando in una fase di “boom economico”, la Banca d’Italia sostiene che siamo entrati in recessione. E’ vero che il vicepremier sa prendere i voti e ha dalla sua la “volontà popolare”, ma alla banca centrale sanno fare meglio i conti e la realtà non si lascia convincere dagli slogan elettorali. Così, nel Bollettino economico, la Banca d’Italia afferma che “dopo che nel terzo trimestre si era interrotta l’espansione dell’attività economica in atto da oltre un triennio, a seguito della flessione della domanda interna, negli ultimi tre mesi del 2018 il pil potrebbe essere ancora diminuito”. Secondo le previsioni, dopo la riduzione dello 0,1 per cento nel terzo trimestre, il pil sarebbe sceso dello 0,1 per cento anche nel terzo trimestre 2018. Che vuol dire recessione tecnica.

  

I dati negativi del terzo trimestre sono dovuti soprattutto dalla flessione degli investimenti (meno 1,1 per cento) e per l’ultimo quarto dell’anno gli indicatori continuano ad essere negativi: riduzione dell’indice Pmi dei responsabili degli acquisti delle imprese (che per la prima volta, dal 2014, scende nel terreno della contrazione); dal calo dell’attività industriale; dal deterioramento della fiducia di imprese e consumatori.

  

È vero che la flessione dipende in parte dal peggioramento del ciclo internazionale, dai rischi per le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina e per le tensioni finanziarie dovute al negoziato sulla Brexit, ma il governo ci ha messo del suo. La prova di forza con l’Europa ha prodotto incertezza, ha fatto aumentare i tassi di interesse e alimentato sfiducia nel futuro. Un dato, quest’ultimo, visibile dalla riduzione improvvisa degli investimenti nel terzo trimestre 2018 e dal rallentamento dei piani di investimento delle imprese per l’anno prossimo: secondo l’indagine che la Banca d’Italia ha condotto insieme al Sole 24 Ore, il giudizio sulle condizioni per per investire è “nettamente sceso” rispetto a settembre, “portandosi al livello più basso dal 2013”. Questi numeri dicono chiaramente che il “boom economico” è fantascienza, ma implicano anche che – con un’economia in recessione, la fiducia in calo e gli investimenti in contrazione – non ci sarà alcuna “sostituzione” tra anziani e giovani per effetto della controriforma delle pensioni. Anzi, presumibilmente accadrà l’esatto contrario: il costo di mandare più persone in pensione, impedirà l’assunzione di molti giovani.

  

L’altro dato che dovrebbe far preoccupare è la previsione di crescita per il 2019, che il governo ha fissato all’1 per cento, ma che secondo la Banca d’Italia sarà quasi la metà: 0,6 per cento. Questo, visti gli accordi sul monitoraggio dei conti pubblici presi con la Commissione europea per evitare la procedura d’infrazione, significa che dopo le elezioni europee potrebbe essere necessaria una manovra correttiva. Le previsioni per il biennio successivo sono più positive, perché indicano una crescita che sale allo 0,9 e all’1 per cento nel 2020 e nel 2021. Ma in questo caso la Banca d’Italia fa, secondo il suo modello, ipotesi ottimistiche che appaiono addirittura irrealistiche: si ipotizza infatti la non attivazione di circa 52 miliardi di clausole di salvaguardia sull’Iva. Ma con questo presupposto il deficit schizzerebbe al 3 per cento, con conseguenze politico-economiche dirompenti.

 

Il Bollettino offre anche la possibilità per giudicare le scelte economiche che il governo ha messo nella manovra, con una stima sui “moltiplicatori fiscali” di cui in campagna elettorale ci si è tanto riempiti la bocca. Ciò che ha un impatto più elevato sulla crescita, con un moltiplicatore superiore all’unità, sono gli investimenti e il taglio del cuneo fiscale. Ciò che ha l’impatto più basso, tra 0,2 e 0,5, ci sono i trasferimenti (ovvero reddito di cittadinanza e quota cento). Mentre tra gli effetti negativi associati all’aumento del deficit, l’impatto peggiore sull’economia è dato dall’aumento dei tassi di interesse sui titoli di stato (fino a meno 0,6 per cento di pil). In pratica, fare aumentare lo spread per finanziare trasferimenti pubblici è la peggiore politica economica che si potesse fare. Ed proprio quella che hanno voluto Di Maio e Salvini.

Di più su questi argomenti:
  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali