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Ecco perché gli investimenti pubblici sono una fissa italiana ma non sono una panacea

La politica tende a rimandare scelte impopolari offrendo “investimenti”. Per dare sprint al pil è meglio capire come spendere anziché spendere di più

26 Agosto 2018 alle 06:11

Ecco perché gli investimenti pubblici sono una fissa italiana ma non sono una panacea

Foto Imagoeconomica

"Datemi un fulcro ed una leva abbastanza lunga, e sposterò il mondo”, diceva il grande matematico greco Archimede. Nel contesto macroeconomico italiano, molti sono convinti che se solo potessimo spingere di più sulla leva fiscale, potremmo rimettere in moto un'economia sostanzialmente al palo da quasi 20 anni, e riportarla su una traiettoria di crescita positiva (si veda per esempio Giulio Sapelli, “La Grecia e l’autocritica che l’Ue non fa”, il Mattino, 21 Agosto 2018).

 

Questa scuola di pensiero è ben illustrata da un recente intervento del Ministro Giovanni Tria, il quale ha spiegato come “gli investimenti pubblici dovranno essere la chiave per ottenere quel di più di crescita" necessario per finanziare le promesse di spesa incluse nell'accordo di coalizione, come una controriforma delle pensioni, la flat tax o il reddito di cittadinanza. Le stesse teorie fiscali sono alla base della richiesta ricorrente dell’esclusione degli investimenti pubblici dai calcoli del deficit nelle norme fiscali Ue.

 

Queste posizioni non sono però eterodosse nel panorama politico italiano. Dall’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi a Confindustria, molti sono convinti che una ripresa economica stabile passi inesorabilmente da maggiori investimenti pubblici. Anche se questi fossero finanziati in deficit, l’effetto moltiplicatore sul pil sarebbe tale da ridurre il rapporto debito-pil. Da qui il mantra che gli investimenti si ripagano da soli.

 


Stock di capitale pubblico in percentuale sul pil. Fonte: IMF Investment and Capital Stock Dataset, 2015


 

Il grafico mostra lo stock di capitale pubblico, espresso in percentuale del Pil, in tre paesi europei di dimensioni comparabili. In prima battuta, e in prospettiva storica, non sembra esserci uno stock di capitale pubblico relativamente piccolo (o in contrazione) in Italia, anzi. Contrariamente, la Germania è un paese con una cronica mancanza di investimenti pubblici, come discusso nel dettaglio dai miei colleghi Roth e Wolff (2018). Persino un paese noto per il suo enorme settore pubblico come la Francia ha uno stock di capitale pubblico (corretto per il pil) più ridotto rispetto all'Italia.

 

Andando oltre le considerazioni euristiche sullo stock di capitale, i propugnatori degli investimenti pubblici in Italia di solito si fanno forti della recente letteratura economica sulla stagnazione secolare nei paesi avanzati. Partendo da analisi del Fondo monetario internazionale, per esempio, alcuni hanno riportato come “un aumento degli investimenti in infrastrutture spinga la crescita sia nel breve che nel lungo periodo”. Le posizioni del ministro Tria sembrerebbero quindi confermate. Peccato che si dimentichino di riportare come continua la frase di cui sopra, e cioè: “Se [enfasi aggiunta] bisogni infrastrutturali chiaramente identificati sono soddisfatti attraverso investimenti efficienti”. Quando ciò non dovesse verificarsi, anche dopo quattro anni, l’effetto moltiplicatore degli investimenti pubblici non sarebbe però significativamente diverso da zero.

 


Impatto degli investimenti pubblici sul pil in Italia. Fonte: De Jong et al (2017)


 

La questione da verificare empiricamente è quindi quanto siano efficienti gli investimenti pubblici in Italia. Basandosi su dati dagli anni Sessanta a oggi, De Jong et al (2017) mostrano come uno shock nel capitale pubblico non abbia un impatto statisticamente significativo sulla crescita in Italia, né a breve né a lungo termine (secondo grafico). Il confronto internazionale è particolarmente eclatante, in quanto l’Italia presenta alcuni dei più bassi effetti moltiplicatori degli investimenti pubblici nell’area euro, prossimi allo zero e maggiori solo della Spagna, passata alla storia prima della crisi per i propri aeroporti realizzati e mai aperti. Ciò significa che l’efficienza, e quindi il ritorno, sugli investimenti pubblici è bassa. Pertanto, il mantra secondo cui gli investimenti pubblici si ripagano da soli non sembra valere in Italia. Finché le origini di tali bassi rendimenti non verranno identificate e corrette, la leva degli investimenti pubblici rimarrà corta e di conseguenza inefficace. Le possibili cause includono una selezione di progetti non basata su analisi costi-benefici, dovuta a incompetenza politica, nel migliore dei casi, o a corruzione e malaffare, nel peggiore. Ci sono progetti realizzati male ed ostacoli burocratici che ne impediscono il completamento. E così via.

 

Dal punto di vista politico la probabile ragione di questa fissazione della classe politica italiana per gli investimenti pubblici finanziati in deficit è che rimanda scelte impopolari. Tutti possono essere d’accordo con l’idea di aumentare gli investimenti, soprattutto quando questi sono finanziati in debito, in quanto non si ridistribuiscono risorse da una lobby all’altra.

 

Tutto ciò non vuol dire che gli investimenti pubblici vadano demonizzati. Anzi, potrebbero essere una risorsa importante per rimettere in carreggiata l’economia italiana. Perche ciò avvenga però si dovranno prima identificare e aggiustare le storture che ne riducono l’efficienza e stemperano l’effetto sulla crescita. Questo richiederà importanti interventi in ambito istituzionale, di governance, e di pubblica amministrazione. Idealmente, allo stesso tempo, si potrebbe ristrutturare la composizione generale della spesa pubblica per recuperare risorse volte a finanziare i maggiori investimenti, come illustrato da Roberto Perotti nel suo libro “Status Quo” (Feltrinelli Editore, 2016). Solo dopo aver fatto tutto ciò avrà senso usare la leva degli investimenti, sfruttando effetti moltiplicatori importanti. Come dice l’ex funzionario del Fmi Carlo Cottarelli, è più utile capire come spendere meglio, prima di spendere di più.

 


  

Andrea Terzi è affiliate fellow al think tank Bruegel

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