Toninelli come fosse antani. “Nazionalizzare le autostrade? Dipende cosa significa”, dice Rixi

Valerio Valentini

In Commissione il ministro rilascia dichiarazioni che ridimensionano non poco le minacce dei giorni scorsi. E che aumentano ancora di più la confusione

Roma. Nazionalizzare, certo: tutto e subito. Ma forse anche no, non del tutto: in parte, e per gradi. Tutta la rete autostradale, ovvio. O meglio: solo un singolo tratto. Un concentrato di contraddizioni, di mezze affermazioni riviste, corrette, smussate e rafforzate: tutto questo in un solo ministro, Danilo Toninelli. Chiamato a riferire davanti alle commissioni Ambiente di Camera e Senato, ieri il titolare dei Trasporti ha concluso così la sua informativa: “Questo governo farà di tutto per rivedere integralmente il sistema delle concessioni e degli obblighi convenzionali, valutando di volta in volta se l’interesse pubblico sia meglio tutelato da forme di nazionalizzazione oppure dalla rinegoziazione dei contratti in essere in modo che siano meno sbilanciati a favore dei concessionari”. Come fosse antani, insomma. Una dichiarazione che ridimensiona non poco le bellicose minacce dei giorni scorsi, al punto che perfino Stefano Fassina, che sull’idea di nazionalizzare le autostrade ha sin dall’inizio spalleggiato Toninelli, alla fine dell’audizione riconosce che il ministro “ha innestato la retromarcia”. E non dev’essere stato l’unico a notarlo, se pure tra i grillini si diffonde una certa agitazione.

 

Lo stesso Luigi Di Maio deve condividere poco questa improvvisa cautela del suo ministro, se di lì a poco pubblica un post su Facebook in cui ribadisce la linea dura: “L'unica soluzione è la nazionalizzazione”, sentenzia. E non a caso, durante la replica finale – assai reticente ed evasiva, al punto che perfino i leghisti presenti nella Sala del Mappamondo, a microfoni spenti, sbuffano insofferenza: “L’impressione? Pessima”, dicono un paio di loro – Toninelli, sempre lui, riscopre i toni arrembanti, dice che forse la lunghezza del suo intervento iniziale non ha giovato alla chiarezza, e insomma spiega che il fine resta quello “di portare alla decadenza, caducazione, revoca della concessione ad Autostrade per tutta la convenzione”. Passa qualche decina di minuti, e ai cronisti Toninelli spiega però che “il dato non è nazionalizzazione sì o nazionalizzazione no, l’A10 è una infrastruttura costruita con soldi pubblici degli italiani che non ne hanno giovato ma ne ha beneficiato un privato” per cui la portarla sotto il controllo dello stato “mi sembra essere un percorso assolutamente dovuto”. Finisce così che un po’ tutti restano interdetti: parecchi tra i grillini più vicini a Di Maio, che insistono – sottotraccia – per limitare la revoca alla sola A10, e i leghisti che osservano come un atto del genere sia incoerente.

 

“Se si afferma che un gestore non sia stato in grado di controllare un ponte, come si può pensare poi di revocargli solo un tratto autostradale?”. Se lo chiede, questo, Edoardo Rixi, sottosegretario ai Trasporti. Il quale, parlando al Foglio, forse con l’intento di trovare una chiarezza nelle parole di Toninelli, si lancia in uno sforzo di ermeneutica che finisce con l’aumentare ancora di più la confusione. Perché dice, Rixi, “che c’è nazionalizzazione e nazionalizzazione, e che bisognerà capire, se si deciderà di procedere su questa che è solo una delle vie possibili, che tipo di nazionalizzazione adottare”. Insomma “nazionalizzazione può vuol dire tutto e il contrario di tutto: può voler dire che le autostrade possono continuare a essere gestite da privati ma gli interventi li fa lo stato trattenendo una parte del pedaggio e può voler dire che diventano completamente pubbliche; può voler dire che la rete deve essere gestita dal pubblico ma il privato potrebbe avere comunque dei diritti concessori, o magari può voler dire che bisogna stabilire un principio per cui nessuno può avere più di una certa parte del totale della rete autostradale”. E se non è chiaro, il problema è vostro.