Giorgio Gori (LaPresse)

Più soldi in tasca ai lavoratori. Il sindaco di Bergamo sposa il lodo Foglio

David Allegranti

Giorgio Gori: “Abbiamo sottovalutato un bisogno di protezione di cui si sono fatti carico altri, con slogan e promesse mirabolanti”

Roma. “Una delle cose che abbiamo capito dalla recente sconfitta alle elezioni politiche è che abbiamo sottovalutato un bisogno di protezione di cui si sono fatti carico altri, con slogan e promesse mirabolanti. Noi invece siamo apparsi lontani dai bisogni quotidiani delle persone, a partire da quelli materiali”. Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, dice che al centro del possibile rilancio del centrosinistra non ci può essere solo il dibattito, pur importante e inevitabile, sulla “forma partito”. Nel Pd, infatti, fra assemblee e pre-congressi, si parla molto di alleanze e di nuovi partiti da costruire. “Ma se ci concentriamo solo su quello, perdiamo l’occasione di elaborare una proposta politica che ci consenta di rimetterci in piedi. Non penso che siano temi irrilevanti, ma dobbiamo usare il tempo che abbiamo all’opposizione per elaborare e per dire cose nuove”.

 

C’è dunque una questione molto concreta che il Pd può affrontare fin da subito: il lavoro. “I salari in Italia sono mediatamente bassi, per tante ragioni. Alcune riguardano la particolarità del nostro paese, altre attraversano il mondo globalizzato. In Italia c’è un forte problema di produttività, a cui l’insufficiente crescita dei salari è strettamente legata. In vent’anni lo stipendio lordo in Italia è aumentato solo del 6,3 per cento, mentre in Inghilterra la crescita è stata del 34, del 32 negli Stati Uniti, del 25 in Francia, del 15 in Germania. Il nostro problema non è dunque dovuto al processo di integrazione europea né, trattandosi di un dato lordo, ad un’eccessiva imposizione fiscale. Il problema è che la produttività in questi 20 anni è rimasta al palo. In Inghilterra e in Germania è cresciuta del 27 (in Germania i salari solo del 15 e questo in parte spiega il vantaggio competitivo dei tedeschi). Da noi invece la produttività è cresciuta solo del 5,8”.

 

C’è poi un fenomeno che riguarda tutti i Paesi industrializzati, dice Gori. “A partire dagli anni Ottanta è maturato una sorta di divorzio tra produttività e remunerazione del lavoro. Fino a un certo punto nel secondo Dopoguerra ogni progresso tecnologico si traduceva nell’aumento della produttività e dei salari. Dopo, sempre meno. Oggi i benefici del progresso tecnologico vanno principalmente ad accrescere la remunerazione del capitale, solo in piccola parte ai lavoratori. L’automazione e, più recentemente, la robotizzazione diminuiscono l’importanza della componente umana nei processi di produzione, e questo si trasferisce nella ripartizione del valore”. I dati sulla contrazione del reddito da lavoro, aggiunge il sindaco di Bergamo, “riguardano gran parte dei paesi industrializzati: la flessione si verifica in 38 paesi dell’Ocse su 56. Nel 2013 negli Stati Uniti un lavoratore mediamente percepiva il 13 per cento in meno di un lavoratore degli anni Settanta, a fronte di una produttività raddoppiata e di prezzi dei beni di consumo sensibilmente più elevati. E’ stato calcolato che per potersi permettere i beni simbolo della classe media americana, il cottage con garage e due auto, un lavoratore americano deve lavorare oggi il doppio degli anni che sarebbero serviti negli anni Settanta. I big player dell’economia digitale rappresentano in forma estrema quel che sta accadendo: impiegano pochi lavoratori, fanno enormi profitti e pagano poche tasse”.

 

C’è poi un terzo elemento, dice Gori, “che indicherei come 'polarizzazione del mercato del lavoro': i posti di lavoro creati in questi ultimi anni sono mediamente peggiori di quelli persi negli anni precedenti. Ve n’è ovviamente una parte 'nobile', legata a professioni qualificate e ben retribuite, ma la maggior parte è nata in settori caratterizzati da precarietà contrattuale e bassi salari, come turismo, logistica, ristorazione, oltre che nella cosiddetta gig economy”. Sappiamo, dice Gori, “che in Italia scontiamo forti differenze fra Nord e Sud - per livelli di produttività, di occupazione e anche per diverso potere d’acquisto, legato al costo della vita - tanto che le medie nazionali ci aiutano solo parzialmente a capire. Il Sud ha i problemi che conosciamo, ma anche al Nord non ci siamo, nonostante i progressi. Per dire, in provincia di Bergamo c’è il 3 per cento di disoccupazione, un livello mai visto, le esportazioni vanno alla grande, ma gli stipendi non sono cresciuti in proporzione. E se i salari non crescono, non crescono i consumi, la domanda interna ristagna. Non è dunque una priorità solo per i lavoratori, che ovviamente aspirano a migliori condizioni di vita, senza troppa fatica per arrivare alla fine del mese; io penso che debba esserlo anche per le imprese. Anzi, penso che proprio sul binomio produttività-salari debba fondersi un nuovo patto per il lavoro. E che il Pd debba fare sua questa sfida”.

 

“Abbiamo bisogno di mettere a fuoco alcuni contenuti distintivi - semplici, comprensibili da tutti -, due-tre elementi di posizionamento originale che ci riavvicinino ai milioni di elettori che si sono allontanati da noi, soprattutto al ceto medio in difficoltà che chiede protezione. La battaglia per far crescere la produttività e per avere salari più alti è uno di questi. Possiamo discutere sulle soluzioni, ma l’obiettivo dev’essere chiaro”. E’ stato un errore dunque il Jobs act, molto voluto dal governo Renzi? “Il Jobs act andava fatto anche prima, accompagnato da strumenti più efficaci per la gestione delle transizioni occupazionali. Adesso però c’è un problema di salari da risolvere. Bisogna aver chiaro che il contesto in cui si muovono gli attori è globale e che alcune azioni - penso al contrasto della ‘fuga dei profitti’, per evitare erosione della base fiscale e attuare politiche di redistribuzione - non possono che essere attuate su scala sovranazionale, come minimo europea. Ma la scelta di campo deve essere chiara: no alle improbabili soluzioni assistenzialistiche del contratto Lega-5Stelle. Noi siamo per il lavoro, elemento fondativo dell’identità e della cittadinanza, pagato finalmente il giusto. Facciamo nostra questa battaglia: per la crescita della produttività e per una più equa remunerazione del lavoro. Troppa gente guadagna troppo poco, troppa gente fa fatica. Diciamo no al reddito di cittadinanza che svilisce il lavoro e l’impegno personale. Puntiamo piuttosto a dare lavoro e salari migliori”.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.