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Una spolverata alle parole sul lavoro

L’accordo Confindustria-sindacati supera il ’900, la politica ci sguazza dentro

1 Marzo 2018 alle 06:00

Una spolverata alle parole sul lavoro

Foto LaPresse

In una campagna elettorale con le forze politiche scatenate all’inseguimento di chimere e caratterizzata da fenomeni vintage che si ritenevano archiviati negli anni Settanta come gli scontri tra fascisti e antifascisti, l’accordo sulle relazioni industriali, raggiunto nella notte scorsa tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil dopo una trattativa durata anni, assume un significato politico da non sottovalutare.

 

Nell’incertezza di quello che verrà dopo le elezioni di domenica, l’intesa ridefinisce i rapporti tra capitale e lavoro in chiave di collaborazione, archiviando la contrapposizione novecentesca, e può rappresentare un punto di riferimento nella fase post voto. Nel documento non ci sono novità rivoluzionarie, c’è piuttosto una visione lucida del paese, dei suoi problemi, delle strade da seguire per risolverli. Al di là delle tecnicalità su contratti, salari, rappresentanza, l’accordo focalizza ciò che ci serve per consolidare la crescita e avviarci verso uno sviluppo non effimero.

 

Confindustria e sindacati, nella premessa del documento, sottoscrivono l’intenzione di “contribuire alla crescita del paese, al miglioramento della competitività delle imprese, all’occupabilità dei lavoratori, alla creazione di posti di lavoro qualificati’’; affermano che è “importante lavorare insieme per consolidare lo sviluppo del sistema economico e sociale”; osservano che se serve la crescita della produttività non può mancare anche quella dei salari.

 

Si potrebbe obiettare che alla fine sono solo parole, non costa nulla metterle in fila in bella copia. Resta però che, anche dovendo solo scegliere le parole, le parti sociali, a differenza della politica, hanno se non altro dimostrato di sapere scegliere quelle giuste.

 

Nelle 16 pagine e 6 capitoli del documento, Confindustria e sindacati ribadiscono, come condizione preliminare, "l`autonomia delle parti sociali": tutta l’intesa è, in sostanza, un paletto in vista di possibili invasioni di campo post elettorali. Un eventuale governo grillino o di destra, è il timore, potrebbe decidere di legificare anche su materie di competenza sindacale, come appunto i contratti. Di qui, l’accelerazione della trattativa che sembrava ormai impantanata.

 

Per quanto riguarda la riforma della contrattazione, l’accordo conferma i due livelli, nazionale e aziendale o territoriale, definendo un nuovo meccanismo per gli aumenti salariali che consentirà di superare la semplice difesa del potere d’acquisto. Il tutto basato, però, su una ‘’governance flessibile’’, cioè la possibilità, per le varie categorie dell’industria, di continuare a regolarsi come meglio credono: esattamente come nel corso dell’ultima stagione di contratti, che si è svolta in assenza di regole condivise.

 

Nuove regole anche per il welfare contrattuale, oggi assai di moda, puntando a salvaguardarne il carattere universale, cercando di evitarne la deriva verso orge di buoni benzina, abbonamenti a palestre e simili, e indirizzandosi invece su bisogni primari come previdenza o sanità integrativa.

 

Novità è anche il via libera alla rappresentanza datoriale. Confindustria accetta di farsi pesare sulla bilancia del “chi rappresenta chi”, cosi come da tempo hanno fatto Cgil, Cisl e Uil. Obiettivo, la messa al bando dei contratti pirata, oggi sottoscritti da miriadi di associazioni farlocche, con effetto dumping nei confronti dei contratti nazionali ‘’veri’’.

 

Nuova anche l’apertura a forme sperimentali di partecipazione tra lavoratori, sindacati e azienda: tema da sempre caro alla Cisl, ormai accettato anche dalla più diffidente Cgil. Infine, la formazione, elemento chiave per affrontare le trasformazioni di Industria 4.0: l’accordo prevede un ruolo aumentato per Fondimpresa, l’associazione bilaterale sindacati-Confindustria, che dovrà avviare sul tema il confronto col nuovo governo. Qualunque sarà.

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