Perché siamo nell'"anno cruciale" per telecomunicazioni e media

Alberto Brambilla

Lo scorporo della rete Tim è una via d’uscita per Vivendi dall’impasse con Mediaset e aumenta la pressione su Open Fiber

Roma. Per la partita delle telecomunicazioni il 2018 sarà “l’anno cruciale”, secondo l’ultimo rapporto sul settore di Mediobanca Securities. Per gli analisti di Piazzetta Cuccia l’appeasement tra governo e l’azionista di Telecom, la francese Vivendi che dirige la compagnia, apre uno scenario inedito. Dopo un anno di attriti con l’esecutivo, il 29 gennaio l’ad di Tim Amos Genish ha trasmesso al regolatore Agcom il piano di scorporo della infrastruttura di rete Telecom da conferire a una società separata dalla casa madre di cui intende conservare il controllo. Per Vivendi è la via d’uscita da una situazione di impasse: nell’ottica della convergenza tra telecomunicazioni e contenuti multimediali l’iniziativa potrebbe ammorbidire la posizione di governo e regolatore per fare marciare quel polo multimediale europeo che la compagnia di Vincent Bolloré vorrebbe da tempo costruire con Mediaset di Silvio Berlusconi, di cui è secondo azionista dopo un raid oggetto di disputa legale non ancora conclusa. Non a caso contestualmente all’annuncio dello scorporo anche il titolo Mediaset ha brillato. “Vogliamo costruire un gruppo europeo leader nei contenuti media e nella comunicazione” per sfidare le major americane e asiatiche, ha detto ieri il ceo di Vivendi e presidente di Tim Arnaud de Puyfontaine commentando i conti della media-company francese. Se Tim venderà il 40 per cento della nuova società, detta Netco, potrebbe realizzare 3,6 miliardi di euro e ridurre considerevolmente il suo indebitamento, dice Mediobanca Securities.

 

La maggiore preoccupazione del governo è quella di sviluppare la banda larga in Italia e di raggiungere l’85 per cento della popolazione con internet ad alta velocità. Attualmente solo il 2 per cento dispone di una connessione a 100 Mbps, il 30 a più di 30 Mbps. Anche per questa ragione è comprensibile l’esultanza del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che ha definito “epocale” la decisione di Tim dopo le pressioni esercitate dal governo sull’azionista di controllo anche con la minaccia dell’esercizio del golden power.

 

La preoccupazione per la difesa delle infrastrutture digitali ha acuito un senso di rimpianto nell’establishment italiano, che si trascina dal 1997 con la cessione del controllo di Telecom Italia e di Tim da parte dello stato nella stagione delle privatizzazioni. Rimpianto che nasce dalla assenza di un operatore a controllo italiano e dalla tardiva comprensione delle potenzialità delle infrastrutture di rete, diventate oggi palesi: comunicazioni, consumi, scambi finanziari, contenuti multimediali – ovvero profitti e sorveglianza – transiteranno in maniera crescente dalle infrastrutture digitali, fondamentali per integrare i processi industriali con robotica e intelligenza artificiale. A distanza di venti anni e un costoso arabesco, puntellato di “nocciolini duri” a presidio di Telecom (Generali-Intesa-Mediobanca), l’opportunità per lo stato di gestire un asset chiave per la competitività sa di rivalsa. Verso le elezioni del 4 marzo i principali partiti hanno salutato positivamente lo “scorporo”. Il M5s sostiene la necessità della creazione di una società unica a maggioranza pubblica che gestisca l’infrastruttura e diffonda internet veloce. La Lega sovranista ha insistito sulla “difesa” delle infrastrutture nazionali e insieme a Forza Italia e Fratelli d’Italia incoraggia genericamente lo sviluppo tecnologico nel programma di coalizione. Il Pd ha sostenuto l’opportunità di scorporare la rete e in un secondo momento integrare la Netco con la società pubblica Oper Fiber controllata da Enel e Cassa depositi e prestiti. Per Stefano Fassina, esponente di Liberi e Uguali, a sinistra del Pd, è insufficiente lo scorporo se la proprietà resta privata perché tra gli asset in gestione c’è anche Sparkle, società dei cavi sottomarini considerata strategica anche dal governo.

 

Open Fiber (Of) è nata nel 2015 come iniziativa di Enel e Cdp per creare una rete in fibra ottica in modalità fino a casa in competizione con Telecom (per toglierle quote di mercato) e dare vita a una società veicolo pubblica per raggiungere le aree senza rete. Nel 2016 Enel ha rilevato Metroweb, azienda che ha cablato l’area di Milano, da Telecom a un alto prezzo e poi verrà fusa in Of. “Il processo di implementazione della rete in fibra è in qualche modo più lento del previsto”, dice Mediobanca. Of si era impegnata a realizzare la fibra in 7,5 milioni di case entro il 2020, stando al piano Enel presentato a Londra. A oggi dichiara 2,4 milioni di case “passate”, di cui però 1,9 milioni sono “vendibili” e delle quali circa 1,2 milioni ereditate da Metroweb. Le case “vendibili” sono quelle a un numero civico in cui la fibra è stata effettivamente portata nel palazzo. Quelle “passate” dove la fibra non è attiva ma arriva nelle vicinanze. In pratica in due anni sono state collegate 700 mila case e a questa velocità l’obiettivo 2020 è distante. Nelle aree a “fallimento di mercato”, le più remote, l’obiettivo è di raggiungere oltre 9 milioni di unità immobiliari. Per ora sono stati aperti una manciata di cantieri. La posizione dell’azienda in merito alle conseguenze dello scorporo e al ruolo nella società della rete è ambigua ma si sta assestando. Franco Bassanini – che prima ha creato Metroweb e poi, durante la vendita della società a Enel, è stato consigliere del governo Renzi per la banda larga – ora presidente di Of in agosto ha dichiarato alla Stampa che “Of, o i suoi azionisti sono in questo caso ben posizionati per acquisire la rete Telecom (vale 15 miliardi, ndr) potendo sfruttare al meglio le sinergie tra le due reti e accelerare la migrazione di tutti dal rame alla fibra, con vantaggi importanti anche per i clienti finali”. Oggi è diverso. Interpellata dal Foglio, Of dice di “non commentare le scelte strategiche di altri operatori, ma è esclusivamente focalizzata a sviluppare un’infrastruttura ultramoderna interamente in fibra ottica fino a casa degli utenti”. A maggio 2017 l’ex ad di Of, Tommaso Pompei, lanciò “una delle più grandi operazioni di project finance in Europa” invitando il mercato, anche fondi pensione, ad aderire a un piano di investimenti da 6,5 miliardi per cablare 19 milioni di unità immobiliari in sei anni. Ha faticato a trovare investitori (F2i era interessato ma poi non ha investito). Of ora dice di “disporre di risorse adeguate per il proprio sviluppo, garantite dai soci e dalle banche (510 milioni di euro)” e che “gli investimenti tramite project financing inizieranno a valle dell’approvazione del piano industriale nelle prossime settimane”. Il nuovo ad Elisabetta Ripa, ex Telecom, non ha ancora commentato. L’intenzione sembra quella di proseguire senza mire sulla rete Tim. L’incertezza politica conta: i nuovi vertici del socio Cdp verranno decisi dal prossimo esecutivo. Tuttavia visti gli orientamenti politici, la pressione su Of per entrare nella società della rete, finalmente a portata, e non duplicare le infrastrutture in fibra crescerà.

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  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.