L’asse liberista Tokio-Bruxelles farà volare l’agroalimentare

La firma dell’accordo tra Ue e Giappone dovrebbe fare un gran bene al made in Italy. Come l’accordo Ceta con il Canada, ancora in fase delicata. Le intese che ribaltano le prospettive protezioniste

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Onelia Onorati

L’asse liberista Tokio-Bruxelles farà volare l’agroalimentare

Summit a Bruxelles tra Tusk, Juncker e Abe (LaPresse)

Il primo muro Trump l’ha già alzato, e non è quello col Messico: il presidente americano  ha spazzato via il Ttp, trattato di libero scambio per il commercio per le economie del Pacifico. Lunedì scorso, invece, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, hanno concluso gli accordi bilaterali con il Giappone – il cosiddetto Jefta. Si tratta del più grande accordo commerciale bilaterale firmato fino ad ora dall’Ue: lo scambio con l’Oriente, sulla carta, coinvolgerà 600 milioni di consumatori, il 30 per cento del prodotto interno lordo mondiale, producendo un aumento delle esportazioni fino a 20 miliardi di euro (di cui 10 per l’agroalimentare). A partire dalla primavera del 2019 e per i prossimi otto anni, verranno tagliati i dazi sulle automobili nipponiche, mentre viceversa il governo di Abe abbatterà più del 90 per cento delle tasse di importazione sui prodotti europei, l’82 per l’agroalimentare. Grande esercizio di diplomazia e frutto di affinità elettive tra i capofila dell’accordo, Cecilia Malmström (commissario europeo al Commercio) e Taro Kono (ministro degli esteri giapponese) che hanno dedicato la propria estate a dirimere le frizioni sull’autonomia che i grandi gruppi economico-finanziari vorrebbero avere rispetto al trattato. Ma le basi sono state gettate, da qui in avanti si tratterà di mediare e adattare l’accordo.

    

Per ora le cassandre ancora non si sono espresse contro il nuovo asse Tokio-Bruxelles. Ma il neo protezionismo è ancora vivo e vegeto, e con lui la paura che la concorrenza “contagi” i mercati e vada, per questo, regolamentata in senso restrittivo. Gli orientamenti della politica sono, tuttavia, molto differenti e tendono a riaffermare la centralità del libero mercato sebbene attraverso trattati bilaterali, cioè tra conglomerati di nazioni. Come il Ceta, accordo economico-commerciale di libero scambio tra Canada e Unione europea, che a fine settembre è entrato in vigore sebbene secondo modalità provvisorie. Il Ceta, che attende la ratifica dei singoli stati, è bersagliato dai “no” di piccoli comuni, interi stati (come il Belgio), molte associazioni di settore e persino dalle retrovie di un movimento trasversale di parlamentari. Eppure le implicazioni di accordi come questo per l’agricoltura italiana, il settore di punta del made in Italy, sarebbero importanti: si prevede di una crescita per l’export del 25 per cento e viene garantita la protezione di origine per 41 brand (il 91 per cento del mercato italiano). In sostanza, per difendere all’estero i prodotti originali delle nostre regioni, paga di più liberalizzare le frontiere piuttosto che chiuderle.

   

La paura dell’apertura delle frontiere è legata a quella, che va forte in questi anni, nei confronti della globalizzazione, entrambe fomentate dall’incertezza verso quel futuro che si avvicina a velocità esponenziale e ha spazzato via tante vecchie certezze. Per esempio, è impensabile produrre oggi in autarchia, lo sanno bene ad esempio le aziende italiane di pasta, che hanno bisogno dei grani stranieri più proteici per sviluppare un livello di produzione sufficiente a sostenere la domanda. È dello stesso avviso, ad esempio, il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che di recente in un incontro organizzato dal Foglio, ha sostenuto che gli atteggiamenti nostalgicamente protezionisti sono persino dannosi per lo sviluppo di un’economia di mercato. Abbiamo la prova, semmai, che tanti paesi in via di sviluppo stanno traendo grande beneficio dalla commistione tra capitali stranieri e produzioni locali, elaborando una loro via alla crescita, che preserva la propria cultura e lo stile di vita. Anche per questo la Cia-Agricoltori italiani si è affrettata a condividere l’intesa Ue-Giappone con una serie di accordi paralleli. Prima la firma di un protocollo d’intesa con la Japan Italy Economic Federation che porterà a scambi di informazioni e collaborazione in progetti congiunti, poi la sponsorship del Nishinippon Economic Forum, a Fukuoka. “Crediamo negli accordi di libero scambio – ha dichiarato il presidente Cia Dino Scanavino - Questo è un altro passo decisivo dopo l’accordo Ceta con il Canada. Riteniamo che le regole possano essere condivise e garantite solo in presenza di accordi”. Del resto gli agricoltori, convinti che il mercato giapponese farà volare soprattutto vino, olio, formaggi e prodotti legati all’ortofrutta, avevano avviato già a luglio rapporti di “amicizia” con gli interlocutori del sol levante.

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